11 Giugno 2026

stato islamico

terrorismo
Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo pubblica questo articolo a firma del dottor Matteo Russo su gentile concessione dell’autore. Parlare di terrorismo come categoria concettuale a sé stante, e ancor di più se, come al giorno d’oggi, non contraddistinta da una chiara e condivisa definizione giuridica, è un’indubbia forzatura. Tuttavia, comprendere la genesi di questo fenomeno politico-sociale composito e cangiante, provando a immaginarne l’evoluzione e cogliendone le eventuali ciclicità, è un esercizio utile sotto svariati aspetti. Sebbene gli interpreti di questo “movimento globale” siano chiaramente il risultato della trasformazione degli assetti geopolitici vigenti, riuscendo a riadattare le proprie rivendicazioni e strategie a istanze contemporanee, essi esibiscono tratti ricorrenti. Secondo alcuni studiosi, il terrorismo “moderno” sarebbe stato interessato da quattro ondate principali: una prima ondata anarchica apparsa sul finire dell’Ottocento; una seconda ondata anti-coloniale intorno al 1920; una terza ondata della cosiddetta “New Left Wave” nella seconda metà del Novecento; ed infine, l’ultima e tuttora esistente, ondata di estremismo religioso. Stando a questa esemplificazione, ciascuna ondata, pur esibendo tratti del tutto peculiari e originali, influenzerebbe nei metodi e nelle finalità la successiva, dando vita a un movimento ciclico. Nello specifico, l’ondata di estremismo religioso che conosciamo e a cui stiamo assistendo avrebbe interiorizzato pratiche appartenenti originariamente a fenomeni rivoltosi molto distanti, generando una fattispecie eterogenea e difficilmente inquadrabile. L’unicità di questo movimento è stata inoltre oggetto di una puntualizzazione, la quale, incoraggiando un’estesa analisi avente ad oggetto gli attori in relazione agli accadimenti coevi, ha segnato la nascita della cosiddetta “fifth wave of modern terrorism”. A tal proposito, questa nuova ondata di terrorismo globale, pur traendo linfa vitale da istanze di riappropriazione identitaria, politica e culturale di matrice locale, promuove e incoraggia pratiche di rifondazione mediante l’utilizzo di azioni destabilizzanti su scala universale. Uno dei dati più interessanti di questa nuova ondata è rappresentato dal fatto che nonostante essa presenti un marcato geolocalismo politico de facto – inteso come peso geopolitico relativo ad aree geografiche residuali e delimitate – il suo potenziale “epidemico” di contagio resta molto alto. La bivalenza e per certi versi novità assoluta di questa nuova ondata terroristica sta nella profonda scissione tra effettività egemonica (politico-territoriale) e rappresentazione della medesima, quasi come se la “volontà di potenza” di matrice escatologica e messianica sprigionata da un subalterno numero di individui potesse colmare il gap di potere esistente. Ciò che non può essere raggiunto nel conflitto simmetrico per evidente squilibrio di mezzi viene sublimato in una dimensione immaginifica in cui i nuovi sostenitori, oltre a sentire il peso della rifondazione di un lascito religioso-antropologico destinato all’oblio, sono contestualmente mezzo e fine, soggetti attivi e oggetti passivi, di quel processo inarrestabile che è l’ iper-globalizzazione. La grande scissione in atto è fonte da un lato di esasperazioni e iper-rappresentazioni delle minacce reali e dall’altro di un grado di imprevedibilità molto elevato dei “nuovi terroristi”. Lontani ormai dalle vecchie lotte di liberazione, così come da rivendicazioni reali e territoriali immanenti a una logica transnazionale “post-coloniale” in estinzione, essi simboleggiano l’ horror...