In seguito alle celebrazioni cinesi per l’80° anniversario della vittoria nella Guerra di Resistenza del Popolo Cinese contro l’Aggressione Giapponese e nella Seconda Guerra Mondiale, il Global Times invita l’Europa a schierarsi con la Cina per tutelare una corretta prospettiva storica sul conflitto e respingere revisionismi ideologici.
seconda guerra mondiale
In occasione dell’80° anniversario della vittoria sul nazifascismo, la visita di Xi Jinping in Russia riafferma l’impegno di Pechino e Mosca nel difendere la memoria storica corretta della Seconda Guerra Mondiale, pilastro per l’equità, la giustizia e la stabilità internazionali.
ARTICOLO ORIGINALE IN INGLESE: The death of NATO – an obituary – Global Times È stata annunciata la morte di un 73enne scomparso dopo aver sopportato molti anni di calo della forma fisica e crescente infermità. Nata il 4 aprile 1949, la NATO era figlia di padre americano e madre europea. Il concepimento ebbe luogo negli Stati Uniti durante l’anno precedente, ma con il progredire dei decenni, la NATO alla fine è divenuta parte di una grande famiglia allargata i cui fratelli si diffusero in 30 Paesi. I genitori, che si incontrarono e si innamorarono all’indomani della Seconda guerra mondiale, chiamarono la loro prole Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, un nome che alludeva alle loro ambizioni per il bambino, anche se è discutibile che il giovane abbia mai raggiunto gli obiettivi fissati dai genitori. Ha mosso i primi passi con molto ottimismo, come una “alleanza difensiva”, ma durante i suoi anni di formazione è diventato sempre più chiaro che la guerra di cui continuava a parlare alla gente essere una tale minaccia non sarebbe mai realmente avvenuta. La Guerra Fredda non è mai diventata una guerra “calda” e, in mancanza di un vero scopo, la salute mentale della NATO ha iniziato a soffrire: è stata afflitta da ansia cronica e paranoia, apparentemente incapace di capire perché le catastrofi che prevedeva non si verificassero mai. Deve essere stata una tale delusione per i genitori, anche se hanno continuato ad assecondare le fantasie del loro bambino viziato. Tragicamente, man mano che cresceva, la NATO sembrava soffrire una sorta di crisi di mezza età e, così, ha cercato di reinventarsi come una sorta di poliziotto globale, dichiarando – in una nuova dichiarazione di intenti – che intendeva trovare un nuovo lavoro nella gestione delle crisi. Tuttavia, una particolare impresa in quel campo, originariamente pianificata come una breve vacanza in famiglia in Afghanistan, finì per durare 20 anni. E quando, alla fine, la NATO è tornata a casa, si è lasciata alle spalle una crisi molto più grande di quella che esisteva prima del suo coinvolgimento. Ci sono stati anche litigi familiari: la guerra in Siria è stata motivo di ulteriore preoccupazione per il benessere della NATO quando un membro, la Turchia, è diventato una “minaccia” per la sicurezza europea a causa di una crisi creata da un altro membro, gli Stati Uniti. L’ascesa della NATO, partita da umili radici sino a diventare la sedicente forza di polizia di sicurezza per 600 milioni di persone, ha pagato un grave tributo personale. Oltre alla paranoia, iniziò a soffrire di manie di grandezza e sviluppò problemi di obesità, gonfiandosi con sempre più Paesi. Divenne incline a scatti d’ira: occasionalmente fu soggetta a esplosioni di violenza lontano dai quartieri in cui era cresciuta, come in Libia. Alcuni conoscenti stretti, persino alcuni familiari, hanno esortato alla prudenza e uno, la Francia, è stato il primo a fare la diagnosi che la NATO fosse in realtà “morta cerebralmente“. Questa valutazione si è rivelata accurata e ha segnato il punto in...
Articolo originale di Giulio Chinappi L’aeroporto di Ural’sk è stato ridenominato in memoria dell’eroina sovietica Manšuk Mametova (1922-1943), uccisa dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale. La stampa kazaka ha pubblicato in questi giorni la notizia della ridenominazione dell’areoporto di Ural’sk in onore dell’eroina sovietica Manšuk Mametova, morta nel corso della seconda guerra mondiale mentre combatteva contro i nazisti. Una decisione che potrebbe parere di poco conto, ma che assume grande valore in un momento in cui il revisionismo storico la fa da padrone in diversi Paesi dell’ex Patto di Varsavia, mentre in Ucraina si arriva addirittura a considerare eroi nazionali personaggi come il collaborazionista filonazista Stepan Bandera. Mametova nacque il 23 ottobre 1922 Jiekqūm, che allora faceva parte della Repubblica Socialista Sovietica del Kirghizistan, ma che oggi appartiene al Kazakistan. Rimasta orfana all’eta di soli cinque anni, crebbe con dei familiari nella principale città kazaka, Almaty. La diciottenne Mametova frequentò con successo gli studi di infermieristica ma, dopo l’invasione nazista dell’URSS, tentò di entrare nell’Armata Rossa, venendo però rifutata. Al contrario di quanto accadeva nella maggioranza degli eserciti del mondo, infatti, in Unione Sovietica le donne potevano arruolarsi. Solamente nel corso della seconda guerra mondiale, circa 800.000 donne presero parte alle operazioni militari, rappresentando approsimativamente il 5% dell’esercito sovietico. Inoltre, il personale medico militare era diviso quasi equamente tra uomini e donne: secondo il Forum Internazionale di Studi sulla Donna, il 40% dei paramedici, il 43% dei chirurghi, il 46% dei medici, il 57% degli assistenti medici e il 100% degli infermieri dell’Armata Rossa erano donne. Tornando alla storia di Manšuk Mametova, fu proprio come infermiera in un ospedale da campo che riuscì ad ottenere un posto, nonostante la sua richiesta di essere assegnata ad un’unità di fucilieri. Nel tempo libero, però, Mametova continuava l’addestramento all’uso delle armi da fuoco. Notando le sue grandi abilità al tiro, il comandante della divisione decise di promuoverla al grado di sergente maggiore, permettendole finalmente di essere trasferita alla 100ma brigata di fucilieri. Mametova si mise in luce sin dalle prime operazioni belliche, guadagnandosi il rispetto dei suoi colleghi uomini. In particolare, prese parte alla battaglia di Nevel’, cittadina russa situata nella regione di Pskov, che i sovietici erano riusciti brevemente a strappare al controllo tedesco. Il 15 ottobre 1943, i tedeschi passarono al contrattacco, ma Mametova non si ritirò da una collina strategica, opponendo una strenua resistenza all’armata nemica. Nonostante fosse stata colpita alla testa ed avesse brevemente perso conoscenza, continuò a combattere sparando da tre postazioni diverse, anche dopo che alcuni colpi di mortaio avevano ucciso il resto dei suoi compagni. Alla fine Mametova, fu ferita a morte dal fuoco nemico, ma continuò a combattere fino all’ultimo momento. Si dice che in questa battaglia uccise da sola almeno 70 soldati della Wehrmacht tedesca. I suoi resti furono scoperti dalle forze sovietiche quando riuscirono definitivamente a respingere i nazisti dall’area di Navel’, dove venne sepolta e onorata con un monumento dedicato al suo coraggio. Mametova divenne anche la prima donna kazaka a ricevere il titolo di...
Terra e Identità invita soci e simpatizzanti al primo appuntamento del ciclo Le serate del Chiostro Sabato 29 luglio 2017 Sala Santa Scolastica del Chiostro del Monastero di San Pietro via San Pietro 1 – Modena ITALIANI SULLA LINEA GOTICA Ore 14,30 – apertura della mostra La guerra dietro casa, oggetti provenienti dalla Linea Gotica Ore 17,30 – Convegno: Italiani sulla linea gotica Intervengono: Gabriele Ronchetti: La resistenza Davide Del Giudice: L’esercito repubblicano Carlo Benfatti: L’esercito cobelligerante Modera Giulio Verrecchia (ASMER) INGRESSO LIBERO 73 anni fa sull’Appennino tosco-emiliano l’avanzata delle truppe alleate si scontrò con l’ultima tenace e disperata resistenza tedesca. All’interno di entrambi gli schieramenti si batterono coraggiosamente anche formazioni italiane.
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Gli antefatti Quei Balcani, che secondo il cancelliere Otto von Bismarck nel 1878 non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania, si trasformarono nel giro di alcuni anni nella polveriera d’Europa. Entro la fine del XIX secolo, infatti, si era reso sempre più precario il cosiddetto “giogo turco” che da secoli aveva pur garantito la stabilità della regione balcanica, travolta in questa fase storica dall’ondata dei nazionalismi e dei movimenti che si battevano per l’indipendenza. Iniziò la Grecia, proseguirono Serbia e Romania, il Montenegro di fatto non era mai stato soggiogato e infine giunse la Bulgaria: grazie all’interessato coinvolgimento di potenze straniere, Russia ed Impero austro-ungarico in primis, a inizio Novecento l’Impero Ottomano teneva ancora sotto controllo in Europa Kosovo e Albania (il cui lealismo frenava la nascita di una coscienza nazionale), la turbolenta Macedonia (nella quale imperversavano indipendentisti e comitađi filobulgari, filoserbi e filogreci) e quella che ancor oggi è la cosiddetta Turchia europea. I piccoli Stati che erano sorti contestualmente all’arretramento turco avevano ancora rivendicazioni territoriali da soddisfare e si erano perciò legati alle Grandi Potenze per ottenere sostegno e finanziamenti al fine di coronare i propri progetti espansionistici. Il Regno di Serbia aveva visto nel corso dell’Ottocento avvicendarsi sul trono le famiglie degli Obrenovi e dei Karađeorđević, oscillando tra posizioni di vicinanza alla Russia ed all’Austria, finché il colpo di stato del 1903 depose cruentamente Alessandro I Obrenovi e portò sul trono Pietro Karađeorđević, assertore di una politica estera legata allo Zar e finalizzata al completamento dell’unità nazionale dei serbi. L’annessione della Bosnia-Erzegovina all’impero asburgico nel 1908 segnò un duro colpo per questi progetti, che si rifacevano alla načertanije ideata nella seconda metà dall’Ottocento dal “Cavour serbo” Ilija Garašanin: si trattava di un progetto di unificazione nazionale, sul modello di quanto compiuto dal Regno del Piemonte nella penisola italica, che la classe dirigente di Belgrado declinava in maniera sempre più ampia, rivolgendosi non solo ai serbi, ma, con il gradimento zarista, a tutti i popoli slavi sudditi di Vienna, al fine di costituire un grande stato jugoslavo. Il piccolo Regno del Montenegro aveva sostanzialmente mantenuto sempre la sua indipendenza, presentandosi sovente come l’avanguardia del popolo serbo ed ora si trovava di fronte ad un dilemma identitario. Grazie ad un’accorta politica matrimoniale re Nikola Petrović Njegoš aveva legato la sua dinastia ad alcune tra le principali case regnanti europee (Romanov, Savoia e Karađeorđević), tuttavia a corte e nella classe dirigente di Cetinje si diffondeva sempre di più un sentimento filoserbo che auspicava la fusione dei due regni. Sul trono di Grecia sedeva il re degli elleni, il quale pertanto rappresentava non solo lo Stato greco, ma anche tutti quei connazionali ancora sottoposti a dominazione straniera, in Macedonia come sulle coste dell’Asia Minore passando per le isole egee. Tale scelta si basava sulla megale idea, il grande progetto di riunire tutte le comunità elleniche, promosso per primo da Ioannis Kolettis ed ora cavallo...