6 Settembre 2026

repubblica sprska

republika srpska
di Enrico Vigna Nuovi scenari si riaprono nei Balcani, che interesseranno tutti gli equilibri internazionali. Come una legge, imposta dall’esterno, ha fatto esplodere tutte le contraddizioni già latenti nella regione. Una crisi che viene da lontano, che è storica e politica, ma che, nel corso del 2021 è cresciuta in modo sistematico in tutti gli aspetti statali e sta denotandosi come quasi irreversibile. Ora la speranza per la popolazione locale è quella che sia un percorso concordato, pacifico e negoziale, come pubblicamente richiesto dal presidente serbo bosniaco M. Dodik, rivolgendosi anche ad un ruolo costruttivo degli USA. Un dato è certo, nel contesto bosniaco ci sono in campo tutte le contraddizioni della politica internazionale di questa fase, e tutti i maggiori protagonisti della scena mondiale, ma soprattutto anche nei Balcani, lo scontro è globale, ancora una volta è tra concezioni di un mondo unipolare a guida USA/NATO e gli interessi e una concezione di un mondo multipolare, che permetta a ciascun paese e popolo, di scegliere sulla base di interessi e di sovranità nazionali, di sviluppo economico e sociale, oltreché politico, indipendenti e non subordinati ad interessi esterni, o ricatti, pressioni e consuete minacce di aggressioni armate. Molti politici e analisti occidentali valutano la situazione attuale in Bosnia come “la crisi più grave dell’ultimo quarto di secolo“, dalla conclusione degli accordi di Dayton del 1995, che avevano posto fine alla sanguinosa guerra durata quasi quattro anni. Molti intuiscono che il Paese è sull’orlo della disintegrazione e considerano anche il rischio di un nuovo conflitto armato. Il momento focale dell’attuale crisi si è verificato con l’entrata in vigore della nuova legge in Bosnia-Erzegovina sul reato di negazione della concezione di genocidio e la difesa di criminali di guerra e sulla questione nodale delle Forze armate, che erano stati promossi in estate, dall’Alto rappresentante (non eletto) delle Nazioni Unite per la Bosnia, Christian Schmidt. Questa forzatura sfacciatamente antiserba, ha portato a un blocco delle attività istituzionali da parte dei rappresentanti serbi, portando Dodik, il membro della Srpska nella Presidenza a tre, a dichiarare che, con questo atto “l’esistenza della Bosnia non aveva più senso“. Per ribadire questa posizione ha comunicato che le principali funzioni delle autorità centrali bosniache, per quanto riguarda gli affari e interessi serbi, sarebbero stati trasferite alla Repubblica Srpska, compresa la creazione di proprie forze armate. Nel contempo lo stesso leader serbo ha ribadito che tutto ciò non intendeva negare gli accordi di Dayton, ma solamente affermare il diritto della RS al diritto ad uno status di uguaglianza. Da subito Stati Uniti, NATO e UE hanno dichiarato di ritenere queste dichiarazioni come un passo illegale verso una “secessione”. Il politologo sebo V. Antic esperto di giurisprudenza internazionale ha fatto notare che, la RSrpska, in un atteggiamento conciliatorio e costruttivo, aveva negli scorsi anni accettato ” il trasferimento di molte funzioni della RS all’Assemblea di Sarajevo, pur se questo non fosse realmente previsto dagli accordi di Dayton. Furono trasferite diversi anni fa per decisione del Parlamento della Bosnia-Erzegovina con il...