15 Giugno 2026

religione bon

Mahakala
Introduzione allo Sciamanesimo Il termine «sciamano» fa la sua prima apparizione alla fine del XVII secolo, quando l’arcivescovo russo ortodosso Avvakum, esiliato in Siberia, definisce così un suo oppositore religioso, alleato del diavolo anziché di Dio, di cui testimonia gli stravaganti riti caratterizzati dal movimento incontrollabile del corpo e da una forte gestualità1. All’interpretazione demonologica del fenomeno, propria dei missionari e dei sacerdoti cristiani, si è affiancata nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento una interpretazione fortemente condizionata dall’Evoluzionismo e dal Positivismo. A questa si sposavano motivazioni politiche di tipo coloniale: lo Sciamanesimo, caratteristico di culture e religioni considerate arretrate, andava sconfitto in nome della civiltà e del progresso, e questo era funzionale all’annessione di ampie zone geografiche entro i confini di un impero2. Tuttavia mancava ancora una chiara definizione di Sciamanesimo, associato indiscriminatamente ad ogni forma di magismo e di stregoneria tipico delle culture cosiddette primitive3. E’ in questo contesto che vanno ad inserirsi una serie di studi miranti a correlare lo Sciamanesimo alla psicopatologia, e in particolare alla sintomatologia isterica. Ohlmarks distingue addirittura uno sciamanesimo artico da uno sub-artico in base al grado di patologia che vi si può riconoscere4. Questi studi si sono dimostrati in gran parte privi di fondamento, ma hanno avuto un certo peso almeno fino a Claude Levi-Strauss, nel cui pensiero la figura dello sciamano viene ribaltata: da malato mentale diviene una sorta di psicoterapeuta ante-litteram5. A riabilitare il fenomeno dello Sciamanesimo, pesantemente gravato da pregiudizi evoluzionistici, è stato lo storico delle religioni Mircea Eliade, autore in una prima edizione dell’opera monumentale Le Chamanisme et les techniques archaïques de l’extase del 1951. E’ stato Eliade ad inaugurare gli studi moderni sull’argomento, ed è sulla sua opera che gli studiosi contemporanei sono costretti a partire. Profondo conoscitore delle tradizioni arcaiche e delle religioni orientali, ha fondato il suo lavoro sul primato antropologico riconosciuto alla categoria del sacro, a suo dire essenziale per la comprensione della struttura della coscienza umana6. Eliade ha fatto dello Sciamanesimo una categoria del pensiero e dell’esperienza religiosa dell’essere umano in quanto tale; questo approccio lo ha portato, però, ad una decontestualizzazione e ad una generalizzazione dello Sciamanesimo che è stato criticato dalla maggior parte dei ricercatori successivi. Eliade pone l’estasi al centro della sua riflessione sullo Sciamanesimo; un’estasi che nella sua visione metafisica riattualizza l’«illud tempus» mitico, in cui gli uomini potevano comunicare in concreto con il Cielo7. Sono precisamente le caratteristiche che Eliade riconosce all’estasi a non trovare il consenso degli studiosi: per Eliade, infatti, l’estasi sciamanica è caratterizzata esclusivamente dall’uscita extra-corporea che lo sciamano compie spiritualmente per viaggiare nei Mondi Celesti o Inferi8. Abbandonando volontariamente il proprio corpo, lo sciamano sarebbe in grado di visitare gli altri mondi e quivi interagire con gli Dèi, recuperare un’anima perduta o combattere contro gli spiriti nocivi. Questa concezione dell’estasi esclude però la possessione, che secondo Eliade costituisce una innovazione recente e pertanto non connaturata all’estasi sciamanica propriamente detta9. Per di più, Eliade affermava che la forma primitiva di viaggio...