A Cura di Giacomo Gabellini* 1 – Professor Huntschenreuter, gran parte del mondo arabo è stato scosso dal fenomeno delle cosiddette “primavere arabe”, che secondo i media occidentali sarebbero scaturite dalla sete di democrazia da parte delle popolazioni tunisine, egiziane, libiche, ecc. E’ d’accordo con questa impostazione? Alcuni specialisti sostengono che il mondo del XXI Secolo sia stato scosso da un “risveglio politico globale”. Una sorta effervescenza politica “del popolo” nella richiesta di libertà politiche calpestate. Considero che, effettivamente, è così: “i popoli” sono uno dei grandi nuovi soggetti della “politica mondiale” ancor prima della “politica internazionale”, distinzione pertinente e fatta anzitempo dal brillante teorico Hedley Bull. Ma ciò che è successo in Nord Africa va ben oltre quanto incluso nel cosiddetto “ordine mondiale” (che implicava, secondo Bull, la preservazione delle necessità basilari della popolazione) posto che i movimenti cercavano di porre fine ai governi oppressivi. In questo senso, considero che le proteste e sollevazioni contro leader che sembravano granitici – in particolar modo in Egitto e Libia – possono essere considerate, a prescindere da alcune differenze, come un secondo “momento politico-socio-strategico” a partire dai successi avvenuti tra il 1989 e il 1991, quando caddero i regimi totalitari nell’Europa dell’Est e alla fine crollò l’URSS; un cambio inaspettato per la “scienza politica” che credeva quasi impossibile “ritornare” dai sistemi politici totalitari, ma possibile invece, il passaggio dai sistemi autoritari a sistemi meno implacabili nell’estendere l’ideologia del regime alla totalità della società, come lo erano in maggioranza i regimi del Nord Africa. Ritengo esistano fattori interni ed esterni che, ben oltre i “golpe di strada”, come sono state denominate le rivolte nordafricane, giocano (e giocheranno) un ruolo importante nella situazione attuale e nell’evoluzione dei cambiamenti a favore dell’apertura politica. Da una parte risulta molto difficile pensare che Paesi senza passato democratico possano giungere ad una transizione quasi automatica verso la democrazia. È molto possibile che, come di fatto è avvenuto in Egitto, il regresso superi di gran lunga il progresso, instaurando una situazione che inciderà profondamente nel processo di formazione della necessaria pace sociale. Allo stesso modo, ben oltre delle autentiche richieste di partecipazione, è interessante tener presente che esistono determinate “incompatibilità” che possono ostacolare il cammino verso la democrazia. Secondo uno studio realizzato nel 2011 dal centro PewReserch, quasi il 60% degli egiziani cosidera la democrazia preferibile a quasiasi altro tipo di governo, ma circa il 90% cosidera giusto che l’Islam occupi un ruolo centrale nella politica: vale a dire, la democrazia non implica il sacrificio della tradizione ma, in molti aspetti, la tradizione non accompagna la stessa. In fine, la scomparsa di governatori tiranni non implica la fine dell’influenza di forti fattori di potere, ad esempio, quello delle Forze Armate in Egitto – influenza che manterrà l’incipiente transizione di apertura politica ad un livello “migliore”. D’altra parte, in quei casi che implicano spazi d’interesse di altri attori, l’evoluzione della democrazia nei Paesi arabi potrà essere influenzata da tali interessi. 2 – In Libia, quando Gheddafi sembrava sul punto...