Sabato 13 aprile 2019, alle ore 11 al Palazzo Cordellina Contra’ Riale, 12 a Vicenza si inaugurerà la mostra La Serbia e l’Italia-Un esempio di solidarietà 1914–1918 dai documenti storici custoditi nell’Archivio della Serbia. Saranno esposti documenti sulla storia della Serbia durante la prima guerra mondiale, con particolare attenzione alle relazioni serbo-italiane (diplomatiche, culturali e militari) nel periodo dal 1914 al 1918 e il contributo della Serbia nella vittoria degli alleati. Mostra aperta da sabato 13 a martedì 19 aprile 2019 Orari: Pomeriggio dalle ore 15 alle ore 18.30
prima guerra mondiale
Le correnti culturali comuni Fra le manifestazioni intellettuali e politiche italiane del 1848 in favore degli slavi dell’Austria, la più importante fu indubbiamente il discorso che il Conte di Cavour pronunziò il 20 ottobre di quell’anno al Parlamento di Torino: <<C’è sulle terre dell’Impero una razza numerosa, energica, audace, ma da più secoli provata dalla sventura, la razza slava. Essa vuole ottenere la sua piena emancipazione, conquistare la sua nazionalità. Questa causa è giusta e nobile … essa è perciò, in un lontano avvenire, destinata al trionfo>>. Le sollevazioni dei croati agli ordini del bano Josip Jelacic, nel 1849, risvegliarono il principio di nazionalità all’interno dell’impero asburgico, al punto che ottomila serbi passarono la frontiera del loro piccolo Principato per venire a battersi in Ungheria a favore dei loro fratelli slavi. Già in quell’anno con la missione del Console Marcello Cerruti ma soprattutto dopo la guerra di Crimea e il trattato di Parigi (1856) anche l’Italia, vale a dire il Regno di Sardegna, era diventata una delle potenze garanti europee e tra le direttive più rilevanti della sua politica estera aveva inserito anche i rapporti con il principato di Serbia. I saggi politici della Destra storica cominciarono a inviare in Serbia consoli di grandi capacità, innanzitutto Francesco Astengo (che svolse funzioni consolari a Belgrado dal 23 marzo 1859 al 26 febbraio 1860) e Stefano Scovasso, le cui relazioni diplomatiche costituiscono una fonte eccellente per conoscere la storia della Serbia alla metà del XIX secolo. Astengo, al contrario di altri diplomatici, a Belgrado <<fu accolto come un amico>> tanto era l’interesse del principe Milos Obrenovic alle faccende italiane, al punto che il Governo serbo si disse disposto ad accettare la proposta sarda di dislocare un deposito di armi lungo il Danubio nel proprio territorio, per poi dirottarle ai rivoluzionari ungheresi. Luigi Kossuth e Ferenc Pulzsky, col Comitato nazionale ungherese, volevano provocare un movimento insurrezionale non solo in Ungheria ma anche in Croazia, Slavonia, Serbia, Vojvodina e Banato, mentre Garibaldi avrebbe dovuto contemporaneamente condurre una spedizione in Dalmazia. L’Austria, dopo le annessioni piemontesi delle province meridionali e centrali, decise di non muoversi e l’impresa sfumò, ma è evidente come fin dall’inizio il Regno d’Italia, protagonista lo stesso Vittorio Emanuele, cominciasse ad interessarsi delle questioni slave. Sempre nel 1849 venne fondata a Torino da Lorenzo Valerio, vivace deputato di sinistra, la Società per l’alleanza italo-slava, che si proponeva di patrocinare un accordo con magiari, slavi-meridionali, moldo-valacchi e polacchi. L’associazione cercò di diffondere il suo programma di “alleanza dei popoli” per mezzo di un giornale educativo, volto a rafforzare l’amicizia con queste nazioni. L’appello lanciato nel marzo dello stesso anno, tra gli altri anche da Agostino de Pretis, propugnò un accordo proficuo della nostra civiltà e dei nostri interessi con quelli delle popolazioni d’oltre Adriatico: <<Gli slavi e gli italiani che vivono in pieno accordo nell’Istria e nella Dalmazia, vi porgono esempio di due popoli amici quali noi saremo in avvenire. Il mare Adriatico, che voi chiamate mare azzurro, del quale noi...
In occasione delle celebrazioni per il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, l’associazione Terra e Identità insieme con l’Associazione Studi Militari Emilia Romagna (Asmer), con il patrocinio del Comune di Modena ed il contributo di Bper:Banca organizza una serie di incontri volti ad analizzare gli anni del primo conflitto mondiale. Di seguito il programma degli eventi programma-centenario-grande-guerra-modena-1
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Gli antefatti Quei Balcani, che secondo il cancelliere Otto von Bismarck nel 1878 non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania, si trasformarono nel giro di alcuni anni nella polveriera d’Europa. Entro la fine del XIX secolo, infatti, si era reso sempre più precario il cosiddetto “giogo turco” che da secoli aveva pur garantito la stabilità della regione balcanica, travolta in questa fase storica dall’ondata dei nazionalismi e dei movimenti che si battevano per l’indipendenza. Iniziò la Grecia, proseguirono Serbia e Romania, il Montenegro di fatto non era mai stato soggiogato e infine giunse la Bulgaria: grazie all’interessato coinvolgimento di potenze straniere, Russia ed Impero austro-ungarico in primis, a inizio Novecento l’Impero Ottomano teneva ancora sotto controllo in Europa Kosovo e Albania (il cui lealismo frenava la nascita di una coscienza nazionale), la turbolenta Macedonia (nella quale imperversavano indipendentisti e comitađi filobulgari, filoserbi e filogreci) e quella che ancor oggi è la cosiddetta Turchia europea. I piccoli Stati che erano sorti contestualmente all’arretramento turco avevano ancora rivendicazioni territoriali da soddisfare e si erano perciò legati alle Grandi Potenze per ottenere sostegno e finanziamenti al fine di coronare i propri progetti espansionistici. Il Regno di Serbia aveva visto nel corso dell’Ottocento avvicendarsi sul trono le famiglie degli Obrenovi e dei Karađeorđević, oscillando tra posizioni di vicinanza alla Russia ed all’Austria, finché il colpo di stato del 1903 depose cruentamente Alessandro I Obrenovi e portò sul trono Pietro Karađeorđević, assertore di una politica estera legata allo Zar e finalizzata al completamento dell’unità nazionale dei serbi. L’annessione della Bosnia-Erzegovina all’impero asburgico nel 1908 segnò un duro colpo per questi progetti, che si rifacevano alla načertanije ideata nella seconda metà dall’Ottocento dal “Cavour serbo” Ilija Garašanin: si trattava di un progetto di unificazione nazionale, sul modello di quanto compiuto dal Regno del Piemonte nella penisola italica, che la classe dirigente di Belgrado declinava in maniera sempre più ampia, rivolgendosi non solo ai serbi, ma, con il gradimento zarista, a tutti i popoli slavi sudditi di Vienna, al fine di costituire un grande stato jugoslavo. Il piccolo Regno del Montenegro aveva sostanzialmente mantenuto sempre la sua indipendenza, presentandosi sovente come l’avanguardia del popolo serbo ed ora si trovava di fronte ad un dilemma identitario. Grazie ad un’accorta politica matrimoniale re Nikola Petrović Njegoš aveva legato la sua dinastia ad alcune tra le principali case regnanti europee (Romanov, Savoia e Karađeorđević), tuttavia a corte e nella classe dirigente di Cetinje si diffondeva sempre di più un sentimento filoserbo che auspicava la fusione dei due regni. Sul trono di Grecia sedeva il re degli elleni, il quale pertanto rappresentava non solo lo Stato greco, ma anche tutti quei connazionali ancora sottoposti a dominazione straniera, in Macedonia come sulle coste dell’Asia Minore passando per le isole egee. Tale scelta si basava sulla megale idea, il grande progetto di riunire tutte le comunità elleniche, promosso per primo da Ioannis Kolettis ed ora cavallo...