15 Giugno 2026

#Petrolio

oilangang
La seguente intervista è stata realizzata nel contesto di un lavoro più ampio riguardante l’Asia nel mondo post-pandemia. Dottor Floros*, per prima cosa la ringrazio per la sua disponibilità. Entriamo subito nel merito della questione. Per quanto riguarda il settore energetico (petrolio e gas), l’emergenza Covid-19 si inserisce in uno scenario di tensione più o meno latente che ha visto un recente crollo dei prezzi; ma questo fatto non è che l’ultimo sviluppo – incidentale, probabilmente – di una situazione di frizione tra i maggiori produttori mondiali (Usa, Arabia Saudita e Russia) che si protrae da tempo. Prima di entrare nel merito di come il Coronavirus impatterà lo scenario energetico futuro, puoi farci una breve cronistoria di come siamo giunti a questo punto? A marzo 2020, l’irrompere della crisi da covid-19 nel mercato dell’energia ha comportato la chiusura di una ciclo che era iniziato nel secondo semestre del 2014 quando i prezzi del greggio crollarono da quasi 120 $/b a meno di 50 $/b (Brent North Sea). Nel contempo, si è aperta una nuova fase dagli esiti potenzialmente dirompenti. Più precisamente, nonostante un marcato surplus dell’offerta e la cessazione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve che aveva contribuito in maniera significativa nel sostenere i prezzi del barile, le Petromonarchie del Golfo – guidate dall’Arabia Saudita – si opposero con forza al taglio della produzione durante l’OPEC meeting del 30 novembre 2014 e decisero di inondare il mercato, provocando il crollo dei prezzi. Sullo sfondo, un intreccio di conflitti geopolitici, a partire da quello tra Arabia Saudita e Iran che andava ben oltre la sede dell’OPEC, tra produttori convenzionali versus non convenzionali (i cosiddetti frackers Nord-Americani), fino allo scontro tra gli Stati Uniti d’America – spalleggiati dalla subalterna Unione Europea – e la Federazione Russa nel Maidan ucraino (colpo di Stato a febbraio 2014). Mi si conceda di levarmi un piccolo sassolino dalla scarpa. Al tempo, la maggior parte degli analisti ritenne che il crollo del petrolio fosse in primo luogo ascrivibile alla volontà saudita di mettere fuori mercato il tight oil Usa. Io invece fu uno tra i pochi – se non l’unico – che indicò nel comune obiettivo saudita-statunitense di sbarazzarsi degli ayatollah, così come dei siloviki tornati padroni in patria, la ragione principale del crollo dei prezzi. Seguì un periodo caratterizzato da oscillazioni di prezzo comprese tra i 30-50 $/b che si concluse il 30 novembre 2016 quando la neonata organizzazione a guida russo-saudita OPEC plus – e non più l’OPEC a trazione saudita – decise di tagliare l’output di 1.200.000 b/g al fine di sostenere l’oro nero. E’ importante precisare che la nascita dell’OPEC plus – successivamente trasformata in organismo permanente – e tutti gli accordi raggiunti in tale sede nel periodo novembre 2016-19 furono il risultato politico della vittoria militare ottenuta dalla Federazione Russa in Siria, dove Mosca era intervenuta nel rispetto del diritto internazionale a partire dal 30 settembre 2015 in supporto all’esercito regolare siriano di Bashar al-Assad. Si giunge così a...
A cura della Redazione Cesem   Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus i prezzi del petrolio sono rapidamente precipitati sotto la soglia di 50 dollari al barile. La causa principale è dovuta al forte rallentamento della produzione industriale e delle stime di crescita economica della Cina (il FMI ne ha tagliato le previsioni di crescita nel 2020 dal 6% al 5,6%), principale acquirente della domanda energetica globale (13% del totale, di cui 47% dall’Arabia Saudita e 9% dalla Russia) così come alle ripercussioni che una eventuale recessione cinese potrebbe avere sulle prospettive dell’intera economia mondiale: nel 2019 il valore degli scambi commerciali di Pechino con gli Stati che partecipano al progetto della Nuova Via della Seta ammontavano a 9,27 trilioni di yuan (1,34 trilioni di dollari). Per far fronte al crollo dei prezzi l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’OPEC, ha fatto pressione per una riunione tecnica il 4 febbraio a Vienna a cui, nei piani di Riyadh, sarebbe dovuta seguire una assemblea ministeriale di emergenza del cartello, mirata a esplorare la possibilità di tagli concordati alla produzione per spingere in alto i prezzi. La riunione tecnica aveva infatti proposto tagli complessivi da 600 mila barili di petrolio.  L’esigenza di tali tagli deriva dal fatto che la maggior parte dei produttori del cartello hanno budget statali non in grado di garantire stabilità e pareggio di bilancio a prezzi così bassi, a cominciare dalla stessa Arabia Saudita, il cui “punto di pareggio” (break-even) secondo l’FMI si aggira intorno agli 80 dollari. A frustrare gli obiettivi sauditi si sono però presentati i dubbi della Russia, che pur non facendo parte formalmente dell’OPEC dal 2017 è legata all’Arabia Saudita da un accordo per tenere sotto controllo la produzione globale attraverso un sistema di tagli concordati: il cosiddetto OPEC Plus. Durante il meeting di Vienna del 5-6 marzo 2020, l’Opec Plus non ha raggiunto un accordo in merito alla riduzione della produzione di petrolio e ciò ha determinato un crollo dei prezzi. Oggi sembra perciò finita la sua storia e il comune interesse dei suoi membri a tenere a bada il prezzo del petrolio dopo il crollo di inizio 2015; esso fu voluto per una decisione improvvisa, del giovane erede al trono Mohammed bin Salman (divenuto noto al mondo con l’acronimo MBS), che mirava a riconquistare quote di mercato e a danneggiare mortalmente l’industria dello shale oil americano. Quest’ultima aveva infatti la colpa di aver rivoluzionato la tecnologia estrattiva facendo rapidamente diventare gli Stati Uniti, da primo importatore, a maggiore produttore (e presto esportatore) mondiale. I rischi delle estrazioni di petrolio e gas con la tecnica della “fratturazione idraulica” (fracking) sono però molteplici. La non perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi può causare l’inquinamento delle falde acquifere, che tipicamente si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre il metano, che è un potente gas serra, può trovare vie di fuga in atmosfera. Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere...