Lo spostamento del raduno dei Mujaheddin del Popolo (MEK) da Parigi a Roma, a seguito della cancellazione dell'evento previsto in Francia, offre l'opportunità di rivalutare le politiche di sicurezza europee in materia di raduni politicamente sensibili. Tuttavia, un esame comparativo delle condizioni a Parigi e a Roma rivela che l'Italia, a differenza della Francia, non possiede sufficiente esperienza operativa, capacità di polizia paragonabili e un quadro giuridico trasparente per gestire i rischi derivanti da questo evento. Basandosi su precedenti avvertimenti in materia di sicurezza, sulla storia dell'organizzazione nel fomentare tensioni e sulle incertezze istituzionali in Italia, questo articolo sostiene che lo svolgimento di questo raduno non solo rappresenta una seria minaccia per l'ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini, ma è anche contrario agli interessi dell'Italia a causa delle implicazioni diplomatiche e di sicurezza transfrontaliere. Di conseguenza, le autorità italiane dovrebbero ispirarsi all'approccio preventivo francese e intervenire per annullare o sospendere l'evento.
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Il sostegno di alcuni politici italiani al Mojahedin-e Khalq (MEK) solleva interrogativi politici, etici e istituzionali. Dietro la retorica della “libertà per l’Iran” riemerge la storia controversa di un’organizzazione terroristica ostile alla Repubblica Islamica.
The disclosure of documents and information related to the presence and activities of the leaders of the terrorist group Mujahedin, known as the Monafeqin” (Hypocrites), in France has once again drawn public attention to the nature of the relationship between this terrorist group and the government of Paris.
Ashraf-3, il campo fortificato dei Mojahedin-e-Khalq (MEK), a Manzë in Albania, è una “città di esuli”: circa 40 ettari con oltre un centinaio di edifici, isolata da alti muri e posti di blocco. Vi vivono, sotto rigide regole interne, circa 2.500 dissidenti profughi, una “setta” ai cui membri è vietata una vita familiare normale e possono solo adeguarsi alla linea intransigente dell’associazione.
Di Pouia Tajali Un nuovo rapporto fa luce su un inquietante modello di “controllo mentale distruttivo” all’interno dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK/PMOI), un gruppo di opposizione in esilio da tempo accusato di comportamenti settari e coercizione interna. Basandosi sulla testimonianza dell’ex membro Ehsan Bidi, i risultati rivelano manipolazioni psicologiche sistematiche, separazioni familiari e restrizioni alla libertà di pensiero che sollevano gravi preoccupazioni in materia di diritti umani ai sensi del diritto internazionale. Fondato nel 1965 come movimento rivoluzionario che fondeva Islam e Marxismo, il MEK inizialmente combatté contro la monarchia Pahlavi e successivamente contro la Repubblica Islamica. Dopo la sua espulsione dall’Iran, il gruppo operò dall’Iraq, formando l’Esercito di Liberazione Nazionale con il sostegno di Saddam Hussein. In seguito all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, i campi del MEK furono disarmati e successivamente smantellati, e i membri furono trasferiti in Albania tra il 2013 e il 2016 sotto il coordinamento dell’UNHCR. Il trasferimento avrebbe dovuto chiudere un capitolo di violenza, ma i resoconti di ex membri suggeriscono che le pratiche autoritarie del gruppo abbiano semplicemente cambiato sede. Il signor Bidi ha trascorso quasi un decennio a Camp Ashraf in Iraq prima di fuggire nel 2011. Descrive il suo periodo lì come “prigionia fisica e mentale”, caratterizzata da rituali di “autocritica” obbligatoria, controllo sessuale attraverso il celibato forzato e isolamento dal mondo esterno. Dopo essersi trasferito in Albania nel 2013, Bidi ha iniziato a denunciare pubblicamente la leadership del MEK, unendosi ad altri disertori nelle attività di difesa dei diritti degli ex membri. Nel 2020, le autorità albanesi lo hanno dichiarato persona non grata e lo hanno trattenuto brevemente nel Centro per Migrazioni di Kareç, presumibilmente sotto pressione del MEK. I suoi sostenitori sostengono che sia stato trattenuto senza un giusto processo, riflettendo preoccupazioni più ampie sull’influenza che l’organizzazione esercita sui governi ospitanti. Sebbene il suo attuale status giuridico rimanga poco chiaro, il caso di Bidi simboleggia un modello più ampio: il silenzio e l’intimidazione degli ex membri che tentano di parlare. Gli analisti dei diritti umani descrivono il regime interno del MEK come un intricato sistema di dominio psicologico simile a quello che gli studiosi chiamano “controllo mentale distruttivo”. Questo comporta: • Confessioni obbligatorie e sessioni di “pulizia ideologica”; • Celibato forzato e separazione di famiglie e figli; • Isolamento prolungato e prigioni disciplinari interne; • Controllo totale delle informazioni e diffamazione dei dissidenti. Si dice che queste pratiche mirino a distruggere l’identità personale e a sostituirla con la lealtà assoluta alla leadership del gruppo, in particolare a Maryam e Massoud Rajavi. Valutazioni indipendenti, come il rapporto “No Exit” di Human Rights Watch del 2005 e lo studio di RAND del 2009, hanno documentato modelli simili, definendoli incompatibili con le libertà umane fondamentali. Secondo il quadro giuridico internazionale, in particolare il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), tali sistemi coercitivi violano molteplici diritti fondamentali: • Libertà di pensiero, di coscienza e di religione (articolo 18); • Diritto alla libertà e alla sicurezza della persona (articolo 9);...
Il caso di Behrouz Ehsani Eslamloo rappresenta uno degli esempi più eloquenti delle tattiche ingannevoli e opportunistiche impiegate dall’organizzazione terroristica Mujahedin-e Khalq (MEK), nota anche come Organizzazione Mojahedin-e Khalq (MKO).
In seguito al viaggio in Italia del leader del gruppo terroristico dei Mojahedin del Popolo (MEK) e all’accoglienza riservatagli da alcuni politici e parlamentari italiani, le famiglie delle vittime del terrorismo in Iran, a nome dei 23.000 cittadini iraniani uccisi in attacchi terroristici, hanno inviato una lettera aperta di protesta alle autorità giudiziarie italiane e ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato. Di seguito il testo integrale della lettera.
E’ il caso di Maryam Rajavi, presidente dell’organizzazione dei Mojahedin-e Khalq (MEK), ora rimossa in USA e UE dagli elenchi del terrorismo, eppure ben accettata a Bruxelles e al Parlamento italiano nella prospettiva di pilotare un “regime change” in Iran.
Da tempo la politica estera italiana non solo è miope ed arrogante, ma, individuando l’Iran come nemico della civiltà occidentale, conferma l’attitudine dello Stato italiano ad essere subordinato in modo del tutto acritico e irrazionale a decisioni prese altrove. Il che dimostra anche una pervicace tendenza a ignorare fatti storici, dati oggettivi testimoniati, inchieste e rapporti di esperti consegnati e valutati in sedi ufficiali.
TEHERAN – In una lettera aperta indirizzata alle autorità italiane, i familiari delle vittime iraniane del terrorismo hanno condannato la decisione del Parlamento italiano di onorare un membro del gruppo terroristico anti-iraniano Mujahedin-e Khalq (MEK).