13 Settembre 2026

mattarella

Macron_Draghi_Quirinale_2021_(2)
di Lorenzo Borghi Il 26 novembre 2021 l’Italia e la Francia hanno siglato il Trattato del Quirinale. L’impegno per i due Stati europei è a 360 gradi e verte su tematiche molto significative, alcune riprese dal Recovery Plan rafforzandole attraverso uno stretto rapporto bilaterale italo-francese. Ad ogni modo, questo trattato è una grande sfida e occasione che l’Italia dovrà saper sfruttare al meglio. La storia del continente europeo ha sempre raccontato del perpetuo conflitto sia bellico che politico tra la Germania e la Francia. All’interno di questo asse, in passato è stata la Gran Bretagna a fungere da ago della bilancia delle sorti geopolitiche europee, ma dopo la Brexit la situazione è cambiata. Questi due imponenti Stati europei sono andati alla ricerca del nuovo partner con cui controbilanciare l’avversario e, ad oggi, pare che sia stata la Francia ad aver effettuato la prima mossa: dopo un anno di negoziati, il 26 novembre 2021 Francia e Italia hanno siglato il “Trattato del Quirinale”, ovvero un accordo bilaterale riguardante temi della ricerca e dell’innovazione ma anche di politica estera, migrazione e cooperazione europea. L’accordo italo-francese ha visto come interlocutore il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken, il quale ha sempre interpretato un avvicinamento tra la Francia e l’Italia come uno strumento per garantire al Mediterraneo un controllo da parte dei due alleati europei e permettere agli Stati Uniti di concentrarsi maggiormente nell’area indopacifica. Analizziamo i principali articoli del Trattato del Quirinale, premettendo che molti di essi si collegano l’uno con l’altro. ART. 1 (AFFARI ESTERI) “[..] 2. A tal fine, le Parti istituiscono meccanismi stabili di consultazioni rafforzate, a livello sia politico che di alti funzionari, in particolare in caso di crisi e alla vigilia di importanti scadenze. […] 3. Riconoscendo che il Mediterraneo è il loro ambiente comune, le Parti sviluppano sinergie e rafforzano il coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socioeconomico, sull’integrazione, sulla pace e sulla tutela dei diritti umani nella regione, e sul contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare. [..] 4. Le Parti adottano iniziative comuni per promuovere la democrazia, lo sviluppo sostenibile, la stabilità e la sicurezza nel continente africano.”.1 L’articolo 1 del Trattato evidenzia come il raggio d’azione della cooperazione internazionale tra i due Stati debba essere incentrato nel Mediterraneo e nel continente africano, così come voluto e auspicato dal Governo statunitense. Tale visione comune, nell’idea italiana, ha come obiettivo quello di garantirsi una presenza all’interno della Libia, specie dopo l’accordo tra Eni e Total. Inoltre, tale cooperazione permetterebbe all’Italia di avere un alleato forte all’interno del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite. Un’occasione che i futuri governi italiani non dovranno sperperare e dovranno essere in grado di portare avanti, soprattutto in sede di dibattito nel Consiglio di Sicurezza sulle tematiche riguardanti il futuro della Libia. Si può, inoltre, osservare come la tematica libica sia spesso e volentieri al centro dei discorsi di politica estera italiana dall’Italia liberale, passando per il ventennio fascista e giungendo all’attuale era repubblicana. La risoluzione dell’Assemblea...
L’ascesa alla guida del Governo italiano di Matteo Renzi e dei suoi ministri è stata presentata da gran parte della stampa come una ventata di novità e di freschezza in un panorama politico antiquato sia per idee che per età anagrafica. Renzi, invece, ha dimostrato di aver digerito molto in fretta, quasi con irruenza, il manuale del perfetto politico tradizionale: abilissimo nella comunicazione, scaltro, ricettivo e generoso nelle promesse, in grado di giocare su più tavoli, senza perdere la concentrazione. Sarà l’influenza dell’illustre concittadino: la componente machiavellica dell’atteggiamento politico del presidente del Consiglio è evidente. Si aggiunga un pizzico di arroganza e una recente propensione (moderata, per carità) all’autoritarismo, e avremo un quadro abbastanza chiaro di come venga gestito il potere dal fiorentino. La retorica del cambiamento, tuttavia, tende spesso ad offuscare la vera natura delle azioni di governo: il perseguimento forzato, spesso col mezzo del voto di fiducia, di una serie di riforme che sono in parte dettate, di fatto, da Bruxelles e che sono una sorta di “contentino” per i tanti italiani che hanno creduto, sinceramente, nella bontà del Governo attuale. Riforme riguardanti ad esempio il sistema elettorale, la composizione del Senato, l’abolizione delle Province, sono segni di attivismo che non hanno certo un grande impatto sulla vita quotidiana, mentre il “bonus 80 euro” in busta paga è una pura manovra propagandistica, che puzza di fregatura. I tanto pubblicizzati tagli ai costi della macchina burocratica pubblica sono del tutto insufficienti o malriusciti; in più, ci si mette il paraocchi davanti a sprechi enormi, che non si vuole davvero denunciare. Ad esempio la Presidenza della Repubblica, di recente occupata dal nuovo Capo dello Stato Mattarella, costa quasi 230 milioni di euro all’anno: la metà serve per pagare gli stipendi di un personale molto abbondante e caro, più numeroso di quello della Casa Bianca. Eppure tutti sanno che le competenze e i poteri del Presidente italiano sono estremamente limitati rispetto a quelli dell’omologo nordamericano. Descrivere gli sprechi del settore pubblico, tuttavia, è un gioco in cui si cade molto facilmente ma senza ottenere risultati, perché il vero guaio è un altro: la mancanza, nei governanti, di una vera cultura politica, di idee proprie sulla Nazione: di conseguenza, di una visione prospettica futura. L’avvento del renziano cambiamento sembra più una trovata pubblicitaria, uno spot ben congegnato che una vera cesura di stile politico: la si potrebbe definire la “rivoluzione delle facce pulite”, di quarantenni rampanti, in jeans e camicia, di ragazze di bell’aspetto e di lingua sciolta, pronte a snocciolare banalità e autocompiacimento. I vecchi partiti, che pur hanno costruito il castello di carte del debito pubblico e sono stati spesso un circuito di sprechi e di malaffare, avevano almeno il merito di rappresentare delle grandi culture politiche europee, portatrici di idee e visioni nazionali e internazionali, oltre che di amministrare il Paese e le comunità locali. Erano sì infarciti di mediocri politici di professione esperti nell’arte di far quadrare i conti (nelle votazioni parlamentari) e della menzogna atta a...