10 Giugno 2026

libro bianco tibet

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Il nuovo Libro Bianco sullo sviluppo del Tibet Nel mese di Aprile 2015 l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina ha rilasciato un nuovo Libro Bianco sulla questione tibetana e sugli sviluppi dello Xizang (Regione Autonoma del Tibet). Ritengo che sia opportuno riassumerne i punti principali per permettere al pubblico di lingua italiana di conoscerne, almeno grossolanamente, la tesi e i contenuti. Il Libro è composto da cinque capitoli. Il primo capitolo afferma che la fine del vecchio sistema in Tibet è stato il risultato di uno sviluppo storico inevitabile. Trovo molto interessante il fatto che viene affermato che i monasteri non erano più «posti di purezza dove studiare il Buddhismo e venerare il Buddha», ma autentiche fortezze dove i governatori locali organizzavano le proprie attività amministrative che, spesso, implicavano lo sfruttamento della popolazione. Tra queste attività c’erano anche l’esercizio della giustizia (molti monasteri avevano addirittura prigioni interne con strumenti di tortura di cui facevano largo uso) e la creazione di forze armate. Questa affermazione è interessante perché mostra comunque un certo rispetto attribuito al Buddhismo autentico che, però, a causa del sistema politico e sociale tibetano mostrava chiari segni di degenerazione spirituale. I monaci contavano un quarto della popolazione maschile, una quantità ben superiore al numero di chierici dell’Europa Medievale. Il potere religioso aveva un’assoluta supremazia mentre il potere politico lo proteggeva; i due, combinati, proteggevano gli interessi di tre classi: quella degli ufficiali locali, quella degli aristocratici e quella dei Lama di alto rango. In questo sistema teocratico, la religione veniva usata tramite una sorta di terrorismo spirituale come metodo di sfruttamento del popolo; gli schiavi, infatti, non si ribellavano per paura del karma e credevano che la loro condizione fosse giusta a causa dei misfatti delle proprie vite precedenti. Fino alla Liberazione Pacifica il Tibet non ha avuto alcuna scuola, essendo gli unici luoghi di apprendimento i monasteri; l’analfabetismo arrivava al 95%; non esistevano strade; non c’era alcuna forma di moderna pratica medica e l’aspettativa di vita media era di 35 anni e mezzo. Coloro che hanno visitato il Tibet, sia cinesi che stranieri, rimanevano stupiti dall’arretratezza del posto. Lhasa, ad esempio, appariva «squallida e lercia oltre ogni descrizione […]. Non una singola casa sembrava pulita o curata. Le strade dopo la pioggia non sono altro che pozze d’acqua stagnante frequentate da porci e cani che cercano rifiuti» (Edmund Candler). A cominciare dal diciannovesimo secolo si sono diffuse campagne per l’eliminazione della schiavitù in molti Paesi, tra cui Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti. Tuttavia, a metà del ventesimo secolo, periodo in cui la schiavitù era quasi scomparsa da questo mondo, continuava ad essere praticata nel Tibet cinese, ostacolando il progresso sociale della Cina e offendendo la dignità umana. Il quattordicesimo Dalai Lama e i suoi seguaci, invece di riconoscere la crudeltà del sistema teocratico, hanno agito contro questo trend storico, sperando di far risorgere il vecchio sistema in Tibet in futuro. Nei loro documenti è possibile trovare delle dichiarazioni rilevanti a tale proposito. Ad...