di Paolo Mathlouthi Che cos’è un vero viaggio? Quale sarà mai la molla che spinge l’uomo da tempo immemorabile ad incamminarsi per le strade del mondo? Difficile rispondere in maniera univoca a questa domanda dal sapore ultimativo: la curiosità forse, il desiderio atavico di misurarsi con l’Ignoto, quella realtà collocata appena oltre la soglia di casa che, come chiosa Ernst Junger nei suoi “Ludi africani”, è insieme “regolata e senza legge”, o magari il continuo bisogno di stupirsi, visto che per i Greci il thaumazein è la scaturigine del pensiero, la scintilla primigenia di quell’illuminazione che ci rende esseri senzienti. La conoscenza presuppone necessariamente esperienza diretta delle genti e dei loro modi. Se avessimo potuto rivolgere questo interrogativo amletico a Vasilij Golovanov, scrittore russo recentemente scomparso di cui Adelphi ha da poco dato alle stampe “Verso le rovine di Cevengur”, una delle sue prose itineranti più significative, il diretto interessato ci avrebbe probabilmente spiazzati rispondendo che il viaggio cela in se qualcosa di arcaico che ha a che fare con il Mito, una divina follia, un’esperienza iniziatica dall’andamento circolare che serve in realtà a riconnetterci con l’Origine, a ritrovare la via smarrita che ci riconduca agli albori del Tempo, all’infanzia del mondo, laddove riposano le certezze ultime e, in quanto tali, fondative del nostro essere: la Vita, la Morte, l’inestricabile, misteriosa trama del Destino che segna il futuro di ciascuno di noi. Partire per ritornare. Questa, in definita, l’essenza omerica di ogni viaggio. Golovanov è scrittore dal cuore antico, da autentico pessimista attivo qual è, il presente gli sta stretto mentre del futuro non si preoccupa affatto, il domani è soltanto un altro oggi. Gli interessa invece molto il passato, quel fitto intreccio tra i luoghi e gli accadimenti della Storia che è la cifra più autentica della nostra esperienza terrena, ha paura che se ne smarrisca la memoria e vada perduto, divorato dall’irrefrenabile turbinio della Modernità. Come Antoine de Saint – Exupéry, Sylvain Tesson, Paul Morand e Patrick Leigh Fermor, scrittori girovaghi a lui legati da profonda, intima consanguineità, Golovanov è affetto, forse suo malgrado, da quello che il nostro Giuseppe Ungaretti avrebbe chiamato il “sentimento del Tempo”: una spinta emotiva, irrazionale e nondimeno potentissima che si traduce in una lancinante nostalgia per epoche che non abbiamo vissuto e nutre il desiderio spasmodico di dare corpo e senso alla nostra identità. Conoscere un luogo, specie quello natio, significa dunque ripercorrerlo. Tra senso di appartenenza e viaggio esiste un’inattesa affinità elettiva. Se poi, come accade a Vasilij Golovanov, teatro di questa iniziazione è la Russia, il viaggio non può che cominciare da Okov, presso una cappella votiva situata a ridosso dalle sorgenti del Volga, il grande fiume che nella geografia sacra dell’Ortodossia è identificato con il Giordano, poiché sul piano simbolico rappresenta l’arteria vitale del Paese, la sua inesausta fonte battesimale. “Qui è l’inizio” – precisa l’Autore – “il calice riposto, le foreste impenetrabili e recondite. Tutta la forza a venire è in questa fragilità”. In altre parole l’Omphalos....