15 Ottobre 2026

“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem.

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Nel 2016 continua il progetto di ricerca “La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet/Xizang”, organizzato dal Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. L’oggetto di studio sarà, nell’occasione “La centralità della regione autonoma del Tibet/Xizang all’interno del progetto cinese della Nuova Via della Seta Terrestre” PREMESSA Negli anni 2014 e 2015 come Cesem – Centro Studi Eurasia Mediterraneo – abbiamo dato vita a due diverse pubblicazioni riguardanti le tematiche inerenti alla Regione Autonoma Cinese del Tibet/Xizang; una ad opera di Marco Costa dal titolo Tibet, Crocevia tra Passato e Futuro (2014) ed una ad opera di M. Costa, A. Turi, S. Vernole dal titolo Alla Scoperta del Tibet. Storie, Paesaggi e Prospettive. Entrambe le pubblicazioni – che oltre agli autori citati hanno raccolto i contributi di altri sinologi – hanno avuto un duplice obiettivo; da un lato demistificare la campagna mediatica anticinese in cui la “questione tibetana” viene sollevata in maniera inappropriata per attaccare la sovranità territoriale e politica della Repubblica Popolare Cinese. Ma, più generalmente, per fare conoscere al grande pubblico italiano quelle che sono le straordinarie caratteristiche di una regione che, oltre a conservare il suo immenso e prezioso patrimonio culturale e spirituale, si pone sempre più come fulcro delle politiche di progresso avanzate dal governo di Pechino. Pertanto, soprattutto nel secondo volume, ci si è concentrati sugli aspetti storico-culturali, sui dati dello sviluppo economico, sulle caratteristiche paesaggistiche e sulle potenzialità turistiche della regione. Vogliamo ora allargare il tema e ricollegare il ruolo della regione cinese del Tibet/Xizang all’interno delle nuove prospettive di consolidamento della cosiddetta Nuova Via della Seta terrestre, straordinario progetto di avvicinamento culturale ed economico dei due estremi del continente euro-asiatico. Riuscire, in altri termini, a declinare la strategia One Belt, One Road su diversi piani, in cui le regioni interne della Cina con le loro peculiarità potrebbero essere fatte conoscere nei loro differenti aspetti economici, sociali, culturali. In questo contesto si potrebbe sicuramente tornare sui temi legati al Tibet/Xizang, ma si potrebbe dedicare ulteriore spazio a regioni quali Shaanxi, Gansu, Qingha. Xinjiang.
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”, progetto di ricerca CeSEM Il primo giorno di settembre del 2014, l’agenzia di stampa Xinhua batteva il seguente dispaccio: Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet sudoccidentale della Cina, ha ricevuto un numero record di 1,4 milioni di turisti nel corso dello Shoton Festival di questo anno che si è concluso domenica. L’evento di una settimana, considerato la seconda più importante festa tibetana, ha visto un aumento del 16% dei visitatori nazionali ed esteri rispetto all’anno precedente, ha detto Nyima Cering, che dirige l’ufficio organizzazione del festival. Gli ospiti – ha detto – hanno portato 378 milioni di yuan (circa 61,5 milioni dollari) in entrate dal turismo, in crescita del 32 per cento anno su anno. Lo Shoton Festival non è che una delle feste che si celebrano in Xizang: sia essa tenuta sull’intero territorio della regione autonoma del Tibet oppure festeggiata localmente, sull’altopiano praticamente ogni mese, quando c’è la luna piena o la luna nuova (1), c’è una festa. I giorni di festività in Xizang sono parte importante ed integrante dell’interazione sociale e si tengono in concomitanza con particolari giorni del calendario tibetano, basato sul ciclo lunare che, paragonato a quello gregoriano occidentale, resta indietro di circa un mese. Come in altre civiltà e comunità asiatiche, il Capodanno, tra tutte le feste, occupa un posto di rilievo nel calendario. Esso segna un momento di passaggio, un nuovo periodo si inaugura sotto gli auspici di rinnovamento e prosperità futura mentre uno si chiude e viene lasciato alle spalle. In Xizang, l’inizio del nuovo anno, in tibetano Lo-sar (lo, anno, era; sar, nuovo) nella traslitterazione Wylie (2), è la festa più importante ed i festeggiamenti si estendono per 15 giorni. L’etimologia della parola testimonia come l’agricoltura fosse anticamente determinante nella vita del popolo tibetano: un’unica parola tibetana, lo, significa, al contempo, anno e raccolto. Ancora nel Tibet moderno si distinguevano l’antico Anno Nuovo degli Agricoltori (so-nam lo-gsar), che si celebrava al decimo o undecimo mese lunare, dall’Anno Nuovo del Re (rgyal-po lo-gsar) che cade, invece, nel primo mese e che, è stato introdotto posteriormente dai Mongoli (3). Il so-nam lo-gsar, il Capodanno degli agricoltori, si celebra ancora in talune città come Shigatse, seconda città per importanza dopo la capitale Lhasa e maggior area di produzione cerealicola dello Xizang. Qui, nella parte orientale dell’altopiano, la prima settimana del dodicesimo mese (intorno al nostro mese di gennaio) quando le temperature si spingono una decina di gradi al di sotto dello zero, differentemente dalle tradizioni di Lhasa, i residenti celebrano la venuta del nuovo anno lavandosi i capelli dopo aver pulito le loro case e disegnano sul muro gli otto simboli di buon auspicio del buddismo (4), perché tradizione vuole che questo rituale porti benefici alle famiglie degli uomini dai capelli neri e lucidi. La vigilia di Capodanno si tiene la cerimonia per scacciare gli spiriti maligni dell’anno appena trascorso. All’alba del giorno di Capodanno i giovani e le donne si alzano e, vestiti a festa,...
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”, progetto di ricerca del CESE-M   A distanza di due secoli dai resoconti di viaggio redatti dai primi esploratori e religiosi che giunsero sull’altopiano, il Tibet rimaneva ancora qualcosa di oscuro e di misterioso. Così si legge, per esempio, ad inizio ottocento sulle pagine del Nuovo Dizionario Geografico: “TIBET. Vasta regione d’Asia, di cui le notizie che si hanno sono incerte e confuse, ad onta dell’interesse che la geografia avrebbe d’essere illuminata. […] Non è verosimile che gli antichi avessero veruna cognizione di queste contrade; i portoghesi furono i primi a penetrarvi, ma sembra che Marco Polo le avesse visitate prima d’essi, e che la parte del Tangut da lui descritto, ove accenna una prov[incia]. chiamata Tebet, sia il Tibet dei moderni, dandone esso una descrizione che ne ha molta analogia”.(1) E ancora: “L’Occidente, il nord, il centro e l’Oriente dell’Asia ci passaron sott’occhio; ci riman ora a considerare quella parte meridionale per cui vediamo scorrere, l’Indo, il Gange, il Bramaputre e l’Iravaddi. Donde sorgono que’ magnifici fiumi. Tutti discendono da un altipiano inclinato a mezzodì ma da immense montagne separato dal rimanente dell’Asia meridionale. Questo è il Tibet. Eccoci dunque sulle soglie di quella misteriosa contrada e sacra, culla di più di un religioso sistema, e nel cui seno la superstizione piantò il suo trono a canto a quello del verno. […] Il Tibet, noto sin dal secolo decimoterzo, rimase a lungo inaccessibile a’ viaggiatori europei”. (2) L’accedervi quasi impossibile ne rende difficile, ancora ad inizio XIX secolo, la definizione dei confini di questa regione: “Noi comprendiam qui sotto il nome di Tibet tutti i Paesi a nord dell’Indostan, a levante della Gran Bucaria, al sud della Piccola, al sud-est del Tangut (prendendo quest’ultimo nome nel suo più ristretto significato), all’Occidente della China, ed al nord-uest dell’Impero de’ Birmanni. In un sì vasto recinto, il piccolo Tibet e lo Stato di Latak all’occidente, come pure il Butan al sud, ponn’essere considerati come quali paesi presi a parte. Verso il sud-est il confine è poco noto. Finalmente, verso il nord, sembrano esistere intere province sconosciute a noi. D’Anville termina il Tibet al grado 35; ma il gesuita Tieffenthaler asserisce positivamente che il gran Tibet è al nord-est del paese di Cascemira, ed il piccolo Tibet a nord-uest. La più breve rotta per andare a Cashgar (3) sarebbe quella di passare per il grande Tibet; ma ciò è vietato, e si passa quindi pel piccolo Tibet, la cui capitale Eskerdon (Ascardon) è otto giornate al nord de’ confini del Cascemire. Al di là trovasi Schakar. Viaggiando poscia quindi giornate per folte boscaglie, si giunge alla frontiera del piccolo Tibet. […] Da ciò sembra risultare che si può con sicurezza dare al Tibet almeno due gradi più al nord che non ne abbia sulle carte di D’Anville. Poco sappiamo delle città del Tibet; sembra che la maggior parte de’ siti segnati sulla carta, non sieno che villaggi, cioè gruppi di capanne intorno a qualche...
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem Nella millenaria storia del Tibet-Xizang, l’antichità vede sostanzialmente l’alternarsi dell’influenza culturale, amministrativa e religiosa di due grandi sfere di influenza sulla regione, ovverosia quella mongola e quella cinese. Tale contesa, che grossomodo segnerà i destini dell’area centro-asiatica per tutta l’epoca medievale, sarebbe stata definitivamente districata in epoca moderna a favore dei cinesi, che dalla metà del XVIII secolo si sarebbero insediati a Lhasa, rendendo il Tibet un loro protettorato amministrativo. Tuttavia tale approdo merita qualche ulteriore approfondimento, essendo scaturito da una concatenazione di eventi abbastanza intricata. Procedendo per sommi capi, va ricordato che a causa della minaccia mongola incombente sul Tibet, verso il principio del XVIII secolo, il governo tibetano invocò l’intervento protettivo della Cina, che si sarebbe concluso con la vittoria delle armate dell’Imperatore Manciù nel 1720. Come compenso per la vittoriosa azione militare, l’imperatore Kāngxī (1654-1722) ottenne la tutela del Celeste Impero sul Tibet. Tale tutela amministrativa si articolò nell’insediamento a Lhasa di due Amban – ovvero alti ufficiali della dinastia Manciù – che vi sarebbero rimasti per i due secoli successivi. Ciò accadde in quanto, durante l’esilio del VII Dalai Lama bsKal bzang rGya mtsho (Kelzang Gyatso, 1708-1757) nel Tibet orientale, una figura laica aveva preso il potere a Lhasa: si trattava dell’ufficiale militare Pho lha bSod nams sTobs rgyas (Pholhana), fedele alla Cina, che governò dal 1728 al 1747. Promotore di una relativa pacificazione, consentì il ritorno del Dalai Lama dall’esilio, riuscendo a ristabilire una relativa stabilità sociale e riallacciando le relazioni diplomatiche con i mongoli. Una ulteriore svolta si ebbe a causa dell’inettitudine del figlio di Pholhana, Gyur med rNam rgyal (Gyurme Namgyal), fatto infine deporre per ordine degli Amban nel 1750. Ritornava pertanto la tutela diretta del Celeste Impero sul Tibet ed il conferimento, da parte dell’Imperatore cinese Qiánlóng (1711-1799), della facoltà di governo al VII Dalai Lama. Questi sono stati i momenti salienti del ritorno del controllo cinese sulla regione tibetana, che portano a stabilire inoppugnabilmente che il Tibet-Xizang sia tornato ufficialmente cinese almeno a partire dalla data del 1720. Tuttavia, al fine di comprendere meglio tale approdo, risulta necessaria qualche breve digressione storica rispetto ai protagonisti di questo passaggio fondamentale della storia cinese. Come detto in più occasioni, il sistema di governo del Tibet era basato su una teocrazia, secondo cui il Dalai Lama era al contempo sovrano e leader religioso della popolazione, coincidenza di potere spirituale e temporale tipica del sistema definito appunto lamaismo. La figura del VI Dalai Lama va letta all’interno di una complessa cornice storica, che porterà il Tibet a diventare protettorato cinese. Nel 1680 diverse zone ancora indipendenti del sud-est del Tibet vennero incorporate nello Stato teocratico del Tibet dal V Dalai Lama, con l’aiuto dell’esercito mongolo. Tra questi, il Mon (ora in India, stato del Nagaland) dove nacque il Tsangyang. Secondo alcuni, il VI Dalai Lama nacque nella città di Tawang, attualmente nell’Arunachal Pradesh in India, sul versante opposto della pianura creata dal...
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem Prima della comparsa degli essere umani, il Tibet1 era una terra abitata dagli spiriti. Chenrezig Wangchug, Avalokiteśvara , bodhisattva2 della compassione, e la sua sposa Dolma presero la decisione di inviarvi le loro incarnazioni: quella di Chenrezig era Trehu Changhub Sempa, una scimmia casta che aveva deciso di rinunciare ai piaceri mondani, mentre Dolma si incarnò in una bellissima orchessa incline al cannibalismo. La leggenda vuole che la scimmia fosse felice di passare il proprio tempo nella grotta a meditare quando un giorno, sentendo l’orchessa piangere si mosse a pietà e si interessò dei motivi di tale pianto. La bellissima orchessa spiegò che si sentiva sola e gli chiese di unirsi a lei in matrimonio. La scimmia che aveva fuggito i piaceri terreni rifiutò ma Senmo, in preda alla disperazione e al desiderio, non si dette per vinta e tornò ad implorare Trehu Changhub Sempa. Chenrezig consigliò alla scimmia di unirsi all’orchessa perché era giunto il tempo che il Tibet avesse dei figli, ragione per la quale i due dovevano vivere insieme e proliferare. Dall’unione della scimmia e dell’orchessa nacquero sei scimmiette che furono portate da Trehu Changhub Sempa in un bosco ricco di frutti e lì furono lasciate a crescere da sole. Dopo tre anni, la coppia tornò a prendere i suoi figli e, con enorme sorpresa, scoprì che il loro numero era cresciuto a dismisura e che non avevano più niente di cui cibarsi. Attoniti, la scimmia e l’orchessa supplicarono il bodhisattva di non lasciarli morire di fame. Il Bodhisattva, mosso dalla sua infinita compassione, raccolse dal Monte Meru, l’asse del mondo, grano, piselli e orzo e li sparse sul paese. Le scimmie, grazie ai frutti della terra, crebbero prospere e floride; le loro code e il loro pelo iniziarono ad accorciarsi, iniziarono a parlare e, gradualmente, divennero esseri umani. I sei figli frutto dell’unione di Trehu Chunghub Sempa e Senmo fondarono le sei diverse etnie che popolano adesso lo Xizang. Il nostro viaggio verso Lhasa muove da sudest, dalla Prefettura di Shannan, e precisamente da due città che si trovano nella valle dello Yarlung, a circa 200 km dalla capitale dello Xizang, considerata la culla della cultura tibetana. Qui, Tsetong, capoluogo della prefettura di Shannan e seconda città più grande della regione, si è unita a Nedong in una distesa disordinata di costruzioni che mischiano elementi tibetani a caratteristiche cinesi. Tsetong, in tibetano, significa campo di giochi, con riferimento al luogo dove le sei scimmiette, figli della leggendaria unione tra la scimmia e l’orchessa, erano soliti giocare. A est della città, in relazione alla leggendaria origine del Tibet, si trova la Grotta della Scimmia, raggiungibile dopo una dura ascesa che segue la via tracciata dai mucchi di pietre lasciati dai pellegrini. Di Tsetong si dice che già nel XIX secolo fosse città viva e che vi fossero un migliaio di case, un gompa,un forte difensivo e un bazar che, ancora oggi, vale la pena...
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem Nei percorsi antropologico-culturali di risalita verso le origini delle differenti civiltà, accade assai frequentemente di trovare percorsi storici e percorsi mitologici strettamente vicini quando non direttamente sovrapponibili. Questa considerazione, questo indissolubile intreccio di storia e leggenda, vale particolarmente per l’origine della civiltà tibetana, laddove alle origini della storia dell’attuale Tibet-Xizang l’elemento mitologico si costituisce quale vero e proprio archetipo fondativo di questa millenaria cultura. L’origine del popolo tibetano viene solitamente fatta risalire alle tribù nomadi Ch’iang, le quali erano dedite all’allevamento di pecore e bestiame nei territori dell’Asia centro-orientale, spingendosi verso i confini nord-occidentali della Cina, diversi secoli prima dell’era cristiana. Questo popolo nomade si caratterizzava appunto per l’allevamento di animali oltreché per un’elevata propensione alla mobilità tra gli altipiani dell’Asia centrale, e in una apparentemente innata abilità nell’allevamento dei cavalli e degli yak, oltreché ad un individualismo di fondo. Ma la caratteristica principale di questa sparuta popolazione la si poteva scorgere nella propensione al nomadismo, dato da spostamenti continui con al seguito le greggi di pecore, capre e yak. Questi nuclei si spostavano durante tutto l’arco dell’anno entro vasti e sfumati confini, vivendo nelle tende e, praticamente fino ad un secolo fa, alcuni di loro hanno conservato uno stile di vita quasi uguale a quello dei duemila anni precedenti, laddove tra i tibetani dediti al nomadismo anche il ceppo razziale risultava molto meno alterato che tra i tibetani sedentari delle valli meridionali. Pare un dato abbastanza consolidato quello secondo cui, all’incirca all’inizio dell’era cristiana, il popolo di lingua tibetana abbia compiuto uno spostamento verso ovest attraverso la parte meridionale degli altipiani tibetani; questo fatto sarebbe confermato da alcuni esami eseguiti sulle prime produzioni letterarie immediatamente posteriori, che ci permettono ancora oggi di rintracciare e tracciare abbastanza precisamente i movimenti di alcuni clan del nord-est del Tibet verso il centro del paese. La prima avanzata dei popoli di lingua tibetana in direzione ovest e sud attraverso l’Himalaya, ovvero all’interno di quello che è oggi il Nepal centrale, risulta anche confermato dalla sopravvivenza in queste zone di antichi dialetti provenienti dallo stesso ceppo linguistico. Tuttavia, pare che ci sia stato un costante movimento di clan rivali dal nucleo comune di tribù nel nord-est del Tibet, alcune delle quali si spostarono gradualmente verso le più fertili vallate del Tibet centrale e meridionale, dove adottarono uno stile di vita più sedentario e parzialmente agricolo. Tuttavia, risulta ancora oggi abbastanza improbo avere una maggiore precisione a riguardo, così come risulta abbastanza vago il concetto stesso di clan, ma verosimilmente dovevano essere organizzati su base gerarchica, essendo costituiti da un capo famiglia e i suoi dipendenti e servitori ereditari. Quando essi divennero più stabili e sedentari, la famiglia del capo si costituì gradualmente in una sorta di aristocrazia, che probabilmente non differiva molto, almeno nelle sue caratteristiche essenziali, dal tipo di signori locali ereditari che hanno continuato ad esistere in Tibet fino al 1959. Ma procediamo con ordine. Tra le leggende fondative...
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  Il popolo ha in mano il proprio destino La riforma democratica e di autonomia regionale etnica attuati in Tibet dopo la fuoriuscita dal vecchio stato di servitù feudale ha consentito l’implementazione dei sistemi di Congresso del popolo e di autonomia etnica regionale, grazie ai quali le persone di tutti i gruppi etnici in Tibet hanno preso in mano le redini del paese, della società e del proprio destino. Con lo sviluppo e il miglioramento della democrazia socialista in tutto il paese, il Tibet ha visto crescere il processo di partecipazione al proprio interno, ha instaurato forme di democrazia sempre più diversificate e canali di autogestione politica sempre più raffinati. Il sistema del Congresso del popolo è un sistema politico fondamentale della Repubblica Popolare Cinese, perché garantisce il diritto della popolazione ad essere sovrana in patria. Con questo sistema i cinesi esercitano il potere statale attraverso il Congresso nazionale del popolo (Anp) e le assemblee popolari locali a vari livelli. Nel settembre del 1965 la Prima Sessione del Congresso del Popolo della Regione Autonoma del Tibet, che si tenne a Lhasa, segnò l’istituzione formale di questo sistema anche in Tibet. Organi giudiziari e amministrativi, come ad esempio il Procuratore del Tibet, sono stati creati dal Congresso del popolo regionale, nei confronti del quale vengono ad essere allo stesso tempo responsabili e controllori. I grandi affari regionali sono decisi dal Congresso del popolo regionale, gli organi amministrativi del Tibet promulgano poi le leggi, i regolamenti, le regole, le risoluzioni e le decisioni adottate da questo organismo. Attraverso i deputati al Congresso del popolo a diversi livelli, le persone in Tibet esercitano il loro diritto a gestire gli affari statali e regionali. Tutti i cittadini cinesi che vivono in Tibet, dai 18 anni in avanti, indipendentemente da sesso, professione, background familiare, etnia, credo religioso, formazione, condizioni finanziarie o durata della residenza in questa regione, godono del diritto di voto e del diritto ad essere eletti. Persone di tutti i gruppi etnici in Tibet eleggono direttamente i deputati nelle assemblee popolari presso la contea (distretto) e la borgata (città), e questi deputati successivamente eleggono i propri deputati al Congresso regionale e alla NPC (National People’s Congress). Entrambi i gruppi etnici Moinba e Lhoba, nonostante si tratti di piccole popolazioni, eleggono i loro rappresentanti presso l’NPC e nei congressi locali a tutti i livelli. Durante le elezioni a livello regionale, di prefettura (città), contea (distretto) e villaggio, il tasso di affluenza alle urne è cresciuto costantemente nel corso degli anni; alle elezioni del 2012, in questi quattro livelli, il tasso di affluenza alle urne ha superato il 94%. Deputati tibetani e di altre minoranze etniche costituiscono la stragrande maggioranza nei congressi e rappresentano la popolazione locale a tutti i livelli. Nel 2012, tra i 34.244 deputati eletti direttamente e indirettamente a questi quattro livelli, 31.901 provenivano dall’etnia tibetana, dai Moinba, Lhoba, Naxi, Hui, Zhuang e altre minoranze etniche, che rappresentano oltre il 93% della popolazione totale. Tra gli attuali deputati alla NPC, 20...
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  “La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem.   di Marco Costa     Quando il viaggio della mia vita é giunto alla fine e, poiché i parenti non possono seguirmi da questo mondo, solo vago nello stato di bardo, possano i buddha pacifici e infuriati intervenire con il potere della loro compassione e disperdere le fitte tenebre dell’ignoranza. Quando, separato dagli amici che amo, solo vado vagando e le forme vacue delle mie proiezioni appaiono, possano i buddha intervenire con la forza della loro compassione affinché i terrori del bardo non emergano. Quando le cinque luminose luci della saggezza splendono, possa io, senza paura, riconoscere me stesso; quando le forme pacifiche e infuriate appaiono, senza paura, con fiducia, possa io riconoscere il bardo.       Ai fini della nostra ricerca, che consiste nello scoprire, indagare, presentare e approfondire alcuni elementi della cultura e della tradizione proprie della Regione Autonoma Cinese del Tibet, un primo momento deve essere senz’altro dedicato ai temi riguardanti il suo immenso – e certamente complesso se non controverso – patrimonio culturale religioso. In relazione a ciò, ed al fine di comprendere più approfonditamente la visione mistico-religiosa del buddhismo tibetano, una lettura imprescindibile è costituita dal cosiddetto Bardo Thodol, testo maggiormente conosciuto in occidente con i titoli di Libro tibetano dei morti o anche di Libro tibetano del vivere e del morire. Va anzitutto ricordato che il Bardo Thodol fu composto dal grande maestro Padma Sambhava (o Padmasambhava), in un’epoca databile tra l’VIII e il IX secolo, e destinato essenzialmente ai buddhisti indiani e tibetani. Fu da questi nascosto per un’era imprecisata a venire, e ritrovato solamente nel XIV secolo da Karma Lingpa. Il Bardo Thodol fa parte di una serie di istruzioni riferentisi ai sei metodi canonici di liberazione: liberazione attraverso l’udire, liberazione attraverso l’indossare, liberazione attraverso il vedere, liberazione attraverso il ricordare, liberazione attraverso il gustare e liberazione attraverso il toccare. Liberazione, in questo caso, significa che chiunque venga in contatto con questo insegnamento, per il potere di trasmissione contenuto in questi tesori, sperimenta un improvviso lampo di illuminazione. Tali preghiere-istruzioni furono composte da Padma Sambhava e trascritte probabilmente da sua moglie, Yeshe Tsogyal, assieme al sādhana dei due mandala delle quarantadue divinità pacifiche e delle cinquantotto infuriate. Questo maestro buddhista, in Tibet è noto come il Prezioso Maestro o Guru Rinpoche, ed è venerato dalla scuola Nyingmapa come secondo Buddha. Viene considerato il primo e più importante diffusore del buddhismo in Tibet, particolarmente del Vajrayana e il fondatore del buddhismo tibetano. Il suo culto è diffuso anche in Bhutan e nel Sikkim del’India. Padma Sambhava seppellì questi testi sui monti Gampo, nel Tibet centrale, dove, più tardi, il grande maestro Gampopa fondò il suo monastero. Oltre a questo, molti altri testi e oggetti sacri furono seppelliti ovunque in vari luoghi del Tibet, e sono solitamente noti come terma, ovvero tesori nascosti. Padma Sambhava, l’autore, trasmise il potere di scoprire i terma ai suoi venticinque discepoli principali....
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    “La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem.   di Stefano Vernole          Introduzione Il Tibet, regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese, si trova nella parte meridionale dell’altopiano Qinghai-Tibet, al confine sud-ovest della Cina. Il Tibet è stato parte integrante della Cina fin dai tempi antichi ma prima degli anni 1950 era una società di servitù feudale, dominata da un governo teocratico attraverso una combinazione di poteri politici e religiosi. I funzionari di governo, gli aristocratici e i monasteri mantenevano di comune accordo uno stretto controllo sulle risorse e le ricchezze del Tibet, mentre il popolo tibetano viveva una situazione di miseria terribile, senza alcuna libertà. La fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 ha segnato l’ingresso del Tibet nella civiltà moderna. Dopo una serie di importanti tappe storiche, dalla sua liberazione pacifica alle riforme democratiche per la costituzione della regione autonoma e l’apertura al mondo esterno, il Tibet è stato mantenuto nella stessa corsia di sviluppo del resto della Cina. I punti principali della strategia economica sono stati fondamentalmente quattro: 1) la stipulazione di accordi paritari e di mutuo vantaggio con i Paesi limitrofi sulla base dei “cinque principi della coesistenza pacifica”, che hanno posto fine allo stato semi-coloniale del Tibet; 2) la costruzione delle strade Kang-Tibet e Qinghai-Tibet e dell’aeroporto Dangxiong, che hanno implementato i trasporti e rafforzato i collegamenti tra Lhasa e Pechino; 3) la costruzione di fabbriche e fattorie sintetiche dotate di moderni impianti industriali, banche, società commerciali, uffici postali … per favorire lo sviluppo industriale e commerciale del Tibet; 4) l’introduzione di avanzate tecnologie di coltivazione tramite il dissodamento dei terreni deserti e la costruzione di fattorie, la concessione di crediti a fondo perduto per l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato che ne hanno consentito il decollo economico. Mezzo secolo dopo, il Tibet è un mondo completamente diverso da quello che era prima degli anni ‘50. Il popolo tibetano ha guadagnato la libertà, l’uguaglianza, la dignità e gode completamente dei frutti della civiltà moderna. La Costituzione della Repubblica Popolare Cinese stabilisce che tutti i cittadini, raggiunta l’età di 18 anni, possano votare e candidarsi alle elezioni indipendentemente dall’etnia, dalla razza, dal sesso, dalla religione, dalla professione … Secondo i dettami costituzionali i suoi abitanti lavorano duro e all’unisono verso la costruzione di una società socialista unita, democratica, ricca, culturalmente ed eticamente avanzata, armoniosa. Lo sviluppo ed il progresso si accordano con le regole seguite nello sviluppo della società umana e riflettono le aspirazioni comuni di tutti i gruppi etnici in Tibet – oltre ai tibetani, almeno una dozzina – Han, Hui, Moinba, Lhoba, Naxi, Nu, Drung e altri. Si tratta del risultato naturale dello sviluppo e del progresso della Cina nel suo complesso, come dimostra l’ineluttabilità della storia di quella nazione. Lo sviluppo e il progresso nel Tibet moderno derivano anche dalla logica insita nel suo ambiente sociale e storico, in linea con il progresso della civiltà moderna. Prima del 1959, invece, il Tibet era una società...
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 “La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem.      Introduzione “Non si può immaginare terra più capace di questa di mettere in contatto l’uomo con l’eterno: l’immensità triste e le catene di monti che pare non abbiano fine suscitano ardori di rinuncia. Ci sono certi luoghi nei quali Dio, qualunque sia la forza che noi immaginiamo sotto questo nome, ha impresso con segni evidenti le notazioni della sua onnipotenza; la landa alle falde del Kailasa è uno di questi luoghi: che vi siano nati alcuni dei maggiori mistici dell’Oriente e che altri ci siano venuti a passare la vita è naturale”(1). Sono gli echi internazionali del problema tibetano che fanno la differenza rispetto ad altre controversie territoriali esistenti nel mondo, in ragione sia del presunto prestigio spirituale del Dalai Lama(2) che della sua popolarità in Occidente, in particolare negli Stati Uniti(3). La questione tibetana riveste per i dirigenti cinesi una doppia problematica, interna ed esterna allo stesso tempo, perché connessa con l’altra “spina” storica della loro geopolitica, la rivendicazione di Taiwan; eccessive concessioni alla dirigenza di Lhasa potrebbero essere sfruttate dall’isola dissidente per alzare la posta (Taiwan è stato, infatti, l’unico paese a pensare seriamente di disertare le Olimpiadi di Pechino del 2008). Così come la situazione della Xinjang (dove Pechino si trova a combattere contro il secessionismo degli uiguri) è strettamente legata ai recenti sconvolgimenti dell’Asia centrale, il caso tibetano ha fatto invece storicamente parte del contenzioso sino-indiano, al punto che un’eventuale conflitto regionale avrebbe potuto comportare effetti esplosivi per la stabilità del “Regno di Mezzo”. Conscio di tutto ciò, il “Celeste Impero” ha adottato le necessarie contromisure stipulando alla fine degli anni Novanta gli Accordi del “Gruppo di Shangai”, che prevedono per le sei nazioni firmatarie, Cina-Russia-Kazakhistan-Kirgizistan-Uzbekistan-Tagikistan, l’impegno alla collaborazione in tutti i campi, in particolare nella lotta ai “movimenti terroristi e separatisti”. Dopo l’11 settembre 2001 questa determinazione non è venuta meno e seguendo la stessa tattica adottata da Mosca per la questione cecena, Pechino diede il via libera a Washington per l’invasione dell’Afghanistan (4) ma assimilò al terrorismo internazionale qualsiasi movimento aspirasse a mettere in crisi l’integrità territoriale cinese. Nonostante le recenti aperture economiche, la Cina non ha affatto rinunciato ad una vocazione geopolitica tradizionale e si rifiuta di cedere porzioni di sovranità anche nelle zone dove la sua autorità viene contestata. La condotta politica cinese mira perciò non soltanto a mantenere la profondità strategica necessaria alla difesa territoriale ma a ricostruire lo spazio geopolitico imperiale nella sua assoluta totalità.  Caratteri storico-geografici Il territorio occupato dai tibetani, in quanto portatori di una civiltà ben definita, è grosso modo delimitato nelle quattro direzioni: a sud, l’arco dell’Himalaya è occupato nell’ordine dal Nepal, dal Sikkim e dal Bhutan, fino a raggiungere il nodo ove s’incontrano l’Assam (India), l’Alta Birmania e lo Yunnan (Cina); ad ovest, questo arco si estende fino al Kashmir e al Baltistan, mentre più a nord al Gilgit con le montagne del Karakorum. Una buona parte del Ladakh, la...