Il caos politico a Priština, incapace di esprimere un governo dopo il voto di febbraio e avviata a nuove elezioni, mette in luce il fallimento del protettorato occidentale, mentre Belgrado riafferma la propria sovranità sulla Provincia autonoma di Kosovo e Metohija.
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Di Stefano Vernole per Strategic Culture Foundation Le quinte elezioni locali in Kosovo dalla dichiarazione di indipendenza del 2008 sono previste per il 12 ottobre 2025, con il secondo turno previsto per il 2 novembre. Gli elettori di 38 comuni eleggeranno sindaci e membri delle assemblee comunali. L’esito di queste elezioni avrà un impatto decisivo sulla stabilità politica del Kosovo e Metohija, sull’integrazione delle comunità minoritarie e sulla posizione internazionale del Paese. Se il Movimento per l’Autodeterminazione (LVV) dovesse mantenere o espandere il suo controllo sulla maggior parte dei comuni, ciò rafforzerebbe la posizione del Primo Ministro Albin Kurti nei negoziati con gli attori internazionali. Tuttavia, ciò potrebbe ulteriormente aggravare la polarizzazione interna, soprattutto se l’opposizione e la comunità serba percepissero le elezioni come non eque e non trasparenti. D’altro canto, una solida performance dei partiti di opposizione – il Partito Democratico del Kosovo (PDK), la Lega Democratica del Kosovo (LDK) e l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) – potrebbe fungere da catalizzatore per la creazione di una coalizione politica più ampia, in grado di prendere l’iniziativa per stabilizzare la scena politica e rilanciare il dialogo con Belgrado sotto l’egida dell’UE. La comunità internazionale sta monitorando attentamente l’attuazione del Piano europeo per la normalizzazione delle relazioni 2023 e del suo allegato adottati a Ohrid. Le modalità di svolgimento delle elezioni locali serviranno da indicatore dell’impegno del Kosovo a onorare i propri obblighi internazionali, in particolare quelli relativi all’istituzione dell’Associazione dei Comuni a maggioranza serba (ASM) e alla tutela dei diritti delle minoranze. “Obblighi” che naturalmente non sono mai stati rispettati. Almeno 59 istituzioni e servizi serbi sono stati chiusi in tutto il Kosovo e Metohija durante le operazioni condotte dalla polizia albanese nel 2024: dagli organi amministrativi locali ai servizi postali fino ai centri per l’assistenza sociale. Nel corso degli anni, questi corpi sono serviti come rappresentazioni simboliche dell’autorità serba in Kosovo. Nel febbraio 2018, l’allora Ministro della Pubblica amministrazione e dell’autogoverno locale della Serbia, Branko Ružić, dichiarò che 29 organi provvisori contribuivano a mantenere l’ordine costituzionale serbo e garantivano la sicurezza dei serbi in Kosovo. All’inizio del 2025, solo otto di queste entità rimanevano operative. Nel maggio di quest’anno, la polizia di Pristina ha perquisito e sigillato un edificio nel nord del Kosmet, a maggioranza serba, da cui la Serbia avrebbe organizzato un sistema parallelo di gestione dell’acqua, provocando la reazione di Belgrado; secondo la Serbia si trattava di un ufficio della Croce Rossa a Zubin Potok, in cui venivano regolarmente svolti corsi di istruzione e formazione per giovani e ragazzi, addestramento al pronto intervento sanitario e in casi di emergenza, attività sportive e di accoglienza per atleti e turisti. Le chiusure sono iniziate in modo subdolo nel 2022, con l’acquisizione delle proprietà comunali a Strpce; alla metà del 2023 il processo aveva acquisito slancio, con lo smantellamento delle istituzioni municipali nel Kosovo settentrionale. Nel 2024 le chiusure si sono intensificate: banche, uffici del tesoro, direzioni per l’urbanistica, servizi pubblici, uffici postali, distributori di benzina … Nello...
La recente firma del documento sull'alleanza militare tra Croazia, Albania e il cosiddetto Kosovo è un chiaro segno dei piani anti-Serbia e sta seriamente minando la stabilità e la cooperazione nella penisola balcanica.
Le elezioni kosovare dello scorso 9 febbraio rivelano un sistema segnato da ingerenze occidentali e politiche marginalizzanti, che isolano la comunità serba. Belgrado denuncia decisa questa deriva destabilizzante e, con il sostegno di Mosca, lotta per salvaguardare diritti e identità storica.
La scorsa settimana in Serbia si sono verificati due eventi radicalmente opposti. La Serbia ha celebrato in modo disarticolato il 25° anniversario dell'operazione con la partecipazione di paracadutisti russi per la cattura dell'aeroporto di Slatina a Pristina e la Marcia verso Pristina. Questo evento è stato comunque ampiamente coperto dai media russi.
Il 17 febbraio 2008, da Lubiana dove io ed altri due compagni di viaggio ci trovavamo quel giorno, venimmo a conoscenza dalla radio slovena della proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo e Metochia dalla Serbia. Dal nord di un Paese che comunque da una ventina di anni non esisteva già più, apprendemmo quindi dello sgretolamento definitivo di quella che era stata la Federazione Jugoslava.
di Giulio Chinappi La dissoluzione della Repubblica dell’Artsakh in Nagorno-Karabakh pone dubbi anche sull’esistenza di altri Stati che non godono del pieno riconoscimento internazionale, come nel caso del Kosovo.
A cura di Vera Shcherbakova per Tass Gli Stati Uniti sono interessati a minare la situazione nei Balcani per indebolire l’Europa in generale, mentre si sta conducendo una guerra ibrida contro la Serbia in Kosovo per la sua posizione rispetto alla Federazione Russa. Questa opinione è stata espressa sabato in un’intervista al corrispondente TASS al Vicepresidente del Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo” Stefano Vernole. “La NATO ha svolto un ruolo molto negativo [in Kosovo], soprattutto all’inizio promuovendo la pulizia etnica contro i serbi in Kosovo. Naturalmente, gli Stati Uniti traggono vantaggio dall’instabilità in Europa, poiché ciò indebolisce la grande potenza economica che è e consente di attrarre investimenti negli Stati Uniti, dove il clima sembra essere più stabile“, ha affermato. La comunanza tra le situazioni in Kosovo e nel Donbass, secondo Vernole, si vede nei doppi standard a cui ricorre l’Occidente. “Il referendum albanese del 2008 sull’indipendenza del Kosovo è stato riconosciuto, ma il referendum del 2014 sull’indipendenza di parte dei territori ucraini non è stato riconosciuto da nessuno, a questo si possono aggiungere Ossezia del Sud, Abkhazia, Transnistria. Tutto ciò ha portato solo a un spaccatura geopolitica ancora maggiore tra i Paesi occidentali e l’Eurasia (Russia e Cina)“, ha affermato. ricordando anche che un certo numero di Paesi europei non ha riconosciuto il Kosovo. Inoltre, Vernole ha citato l’opinione di esperti secondo cui gli eventi in Kosovo e la nuova escalation possono essere attribuiti a una “guerra ibrida” contro la Serbia, in cui la NATO persegue l’ovvio obiettivo di attaccare uno degli alleati della Russia. “Fin dall’inizio del NMD in Ucraina, la Serbia ha mantenuto la sua storica amicizia con Mosca, rifiutando di accettare sanzioni anti-russe. È per questo motivo che il Paese è diventato il bersaglio dell’imperialismo americano, che, attraverso le operazioni della NATO in Jugoslavia, ha creato un avamposto anti-serbo in Kosovo“, ha citato una delle recenti pubblicazioni del suo Centro Studi. La situazione nei comuni serbi nel nord del Kosovo e Metohija è peggiorata il 26 maggio, quando le forze speciali della polizia del Kosovo hanno occupato edifici amministrativi nei comuni di Zvecan, Zubin Potok e Leposavić. Le forze di sicurezza hanno cercato di garantire che i capi dei comuni che hanno vinto le elezioni, boicottate dalla popolazione serba, assumano l’incarico. Il 29 maggio, la Forza NATO per il Kosovo (KFOR) ha isolato gli edifici amministrativi, che hanno dato inizio alle proteste dei residenti locali, sfociate in seguito in scontri. Come ha detto in precedenza il presidente serbo Aleksandar Vucic, 52 serbi si sono rivolti all’ospedale di Kosovska Mitrovica per chiedere aiuto, tre dei quali sono rimasti gravemente feriti. Il ministro della Difesa serbo Milos Vucevic ha sottolineato il 29 maggio che l’esercito del Paese è stato messo in massima allerta a causa della situazione in Kosovo e Metohija, e le sue unità sono schierate lungo la linea amministrativa con la provincia autonoma serba.
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/31/nuova-fase-della-guerra-ibrida-contro-la-serbia/ Dopo gli episodi dello dicembre, l’offensiva ibrida contro la Serbia si è nuovamente intensificata per mezzo del Kosovo, creazione della NATO, con il chiaro obiettivo di attaccare uno dei principali alleati della Russia. Dall’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, la Serbia ha sempre mantenuto una posizione in linea con la storica amicizia che unisce Belgrado a Mosca. Il governo del presidente Aleksandar Vučić si è categoricamente rifiutato di prendere parte a qualsiasi tipo di sanzione antirussa, e proprio per questo il suo Paese è entrato nel mirino dell’imperialismo statunitense, che attraverso le guerre NATO nella ex Jugoslavia ha creato un avamposto antiserbo e atislavo in Kosovo. Già nello scorso dicembre, erano partite le prime provocazioni da parte kosovara, sempre con il sostegno delle forze dell’alleanza atlantica. Sin da allora, avevamo sottolineato come le mosse contro la Serbia avessero la duplice funzione di punire lo stesso governo di Belgrado, reo di non essersi allineato ai dettami di Washington, ma anche di aprire un nuovo fronte contro la Russia, visto che Mosca ha sempre ricoperto il ruolo di “fratello maggiore” del popolo serbo (ricordiamo il precedente più celebre che portò allo scoppio della prima guerra mondiale). Marija Zacharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha sottolineato come la NATO, che si erge a difensore dei diritti umani, rappresenti in realtà una fonte di destabilizzazione nella regione balcanica, dove guida la forza di sicurezza internazionale denominata KFOR (Kosovo Force). “Non solo i peacekeeper della NATO hanno mostrato la loro mancanza di professionalità, ma sono anche diventati una fonte di violenza non necessaria e un fattore di escalation“, ha attaccato Zacharova. “Coloro che dovrebbero proteggere la maggioranza serba locale dall’arbitrarietà dei kosovari hanno finito per schierarsi con le aspirazioni xenofobe di Priština e sono diventati sostanzialmente complici del terrore – assumendo il ruolo di sicurezza personale dell’autonominato governo degli albanesi del Kosovo che si sono rintanati negli edifici amministrativi“, ha detto la rappresentante diplomatica. Zacharova fa in particolare riferimento agli episodi dello scorso 26 maggio, quando la polizia del Kosovo ha sequestrato edifici amministrativi nei comuni di Zvečan, Zubin Potok e Leposavić, in cui vive una numerosa popolazione serba. Il 29 maggio, le forze di sicurezza internazionali guidate dalla NATO hanno chiuso l’accesso agli edifici amministrativi dove si erano radunati i manifestanti serbi, fino ad arrivare allo scontro, con un bilancio di almeno 52 feriti, secondo quanto riportato da fonti ufficiali serbe. Va notato che gli scontri sono iniziati proprio nello stesso giorno in cui il presidente serbo Aleksandar Vučić ha ribadito il rifiuto del suo governo di applicare qualsiasi sanzione contro la Russia. Con chiaro riferimento al modo ossequioso con il quale altri Paesi obbediscono supinamente agli ordini di Washington, Vučić ha affermato che il governo serbo non prende ordini da ambasciatori o governi di altri Paesi. Il presidente ha poi affermato che la Serbia persegue la propria politica estera indipendente, e che spetta solamente al governo di Belgrado decidere se imporre sanzioni o meno. In quegli stessi giorni era presenta a Belgrado anche il...
di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Le provocazioni della NATO rischiano di creare un nuovo fronte bellico in Europa, esacerbando le tensioni fra la Serbia e il governo dell’autoproclamato Kosovo. La Serbia è (ri)entrata ufficialmente a far parte della lista dei cattivi di Washington. Lo si evince dagli attacchi mediatici che Belgrado sta subendo negli ultimi giorni, come non accadeva dai tempi dei bombardamenti del 1999. La vera colpa della Serbia è quella di essere uno dei pochi Paesi europei a non essersi genuflesso al diktat delle sanzioni antirusse. Nonostante le forti pressioni provenienti da NATO e Unione Europea, il governo serbo ha continuato coerentemente a perseguire il proprio interesse nazionale, piuttosto che seguire pedissequamente gli ordini provenienti dalla sponda occidentale dell’Oceano Atlantico. Tale posizione è stata ribadita dal presidente Aleksandar Vučić la settimana scorsa. Nell’intervista rilasciata all’agenzia stampa russa TASS, Vučić ha ricordato che il suo Paese ha subito le sanzioni criminali imposte dell’Occidente dal 1992 al 2001, e che quindi la Serbia rifiuta l’approccio delle sanzioni e resta determinata a prendere le decisioni di politica estera in piena autonomia. Per punire la Serbia, la NATO ha deciso di utilizzare la stessa arma della provocazione, precedentemente utilizzata contro Russia e Cina, utilizzando a tal scopo il governo dell’autoproclamato Kosovo, non riconosciuto come legittimo dalla metà della comunità internazionale. L’invasione militare dell’enclave serba di Mitrovica rappresenta infatti un atto di grande provocazione nei confronti di Belgrado, al punto che non si può escludere la possibilità dell’esplosione di un conflitto armato nel futuro prossimo. Ricordiamo che l’operazione militare lanciata dal Kosovo verso Mitrovica e le altre regioni a maggioranza serba viola gli Accordi di Bruxelles, secondo i quali le forze armate del Kosovo non possono entrare nelle aree a maggioranza serba del Kosovo settentrionale, senza il permesso dei leader dei quattro comuni serbi. “Priština sta costantemente e sistematicamente aumentando la sua presenza nel nord del Kosovo. La situazione è esplosiva. La campagna di intimidazione e molestia nei confronti della popolazione serba continua. L’obiettivo è impadronirsi del territorio. E lo stanno facendo sotto l’occhio passivo dell’Occidente e persino con il suo sostegno“, ha denunciato Aleksandr Bocan-Charčenko, ambasciatore russo a Belgrado, descrivendo alla perfezione la situazione odierna. Il presidente Aleksandar Vučić ha risposto a tali provocazioni chiedendo alle Nazioni Unite la possibilità di far entrare un contingente militare della Repubblica di Serbia nel Kosovo settentrionale. Il primo ministro serbo, Ana Brnabić, ha a sua volta sottolineato che il governo kosovaro di Albin Kurti non sta rispettando gli accordi internazionali, violando apertamente gli Accordi di Bruxelles, gli Accordi di Washington e le risoluzioni delle Nazioni Unite che dovrebbero regolare i rapporti tra Serbia e Kosovo. Secondo il primo ministro serbo, Kurti vede come una minaccia “i nostri continui appelli alla pace e alla stabilità, al dialogo aperto e onesto, al rispetto e alla piena attuazione di tutti gli accordi raggiunti nel dialogo tra Belgrado e Priština“. Brnabić ha sottolineato come le azioni provocatorie di Kurti e l’inerzia dell’Unione Europea stiano rischiando di provocare una nuova guerra tra serbi e albanesi. Miloš Vučević, ministro della...