14 Giugno 2026

italia-serbia

foto-dodo-due
  Le correnti culturali comuni Fra le manifestazioni intellettuali e politiche italiane del 1848 in favore degli slavi dell’Austria, la più importante fu indubbiamente il discorso che il Conte di Cavour pronunziò il 20 ottobre di quell’anno al Parlamento di Torino: <<C’è sulle terre dell’Impero una razza numerosa, energica, audace, ma da più secoli provata dalla sventura, la razza slava. Essa vuole ottenere la sua piena emancipazione, conquistare la sua nazionalità. Questa causa è giusta e nobile … essa è perciò, in un lontano avvenire, destinata al trionfo>>. Le sollevazioni dei croati agli ordini del bano Josip Jelacic, nel 1849, risvegliarono il principio di nazionalità all’interno dell’impero asburgico, al punto che ottomila serbi passarono la frontiera del loro piccolo Principato per venire a battersi in Ungheria a favore dei loro fratelli slavi. Già in quell’anno con la missione del Console Marcello Cerruti ma soprattutto dopo la guerra di Crimea e il trattato di Parigi (1856) anche l’Italia, vale a dire il Regno di Sardegna, era diventata una delle potenze garanti europee e tra le direttive più rilevanti della sua politica estera aveva inserito anche i rapporti con il principato di Serbia. I saggi politici della Destra storica cominciarono a inviare in Serbia consoli di grandi capacità, innanzitutto Francesco Astengo (che svolse funzioni consolari a Belgrado dal 23 marzo 1859 al 26 febbraio 1860) e Stefano Scovasso, le cui relazioni diplomatiche costituiscono una fonte eccellente per conoscere la storia della Serbia alla metà del XIX secolo. Astengo, al contrario di altri diplomatici, a Belgrado <<fu accolto come un amico>> tanto era l’interesse del principe Milos Obrenovic alle faccende italiane, al punto che il Governo serbo si disse disposto ad accettare la proposta sarda di dislocare un deposito di armi lungo il Danubio nel proprio territorio, per poi dirottarle ai rivoluzionari ungheresi. Luigi Kossuth e Ferenc Pulzsky, col Comitato nazionale ungherese, volevano provocare un movimento insurrezionale non solo in Ungheria ma anche in Croazia, Slavonia, Serbia, Vojvodina e Banato, mentre Garibaldi avrebbe dovuto contemporaneamente condurre una spedizione in Dalmazia. L’Austria, dopo le annessioni piemontesi delle province meridionali e centrali, decise di non muoversi e l’impresa sfumò, ma è evidente come fin dall’inizio il Regno d’Italia, protagonista lo stesso Vittorio Emanuele, cominciasse ad interessarsi delle questioni slave. Sempre nel 1849 venne fondata a Torino da Lorenzo Valerio, vivace deputato di sinistra, la Società per l’alleanza italo-slava, che si proponeva di patrocinare un accordo con magiari, slavi-meridionali, moldo-valacchi e polacchi. L’associazione cercò di diffondere il suo programma di “alleanza dei popoli” per mezzo di un giornale educativo, volto a rafforzare l’amicizia con queste nazioni. L’appello lanciato nel marzo dello stesso anno, tra gli altri anche da Agostino de Pretis, propugnò un accordo proficuo della nostra civiltà e dei nostri interessi con quelli delle popolazioni d’oltre Adriatico: <<Gli slavi e gli italiani che vivono in pieno accordo nell’Istria e nella Dalmazia, vi porgono esempio di due popoli amici quali noi saremo in avvenire. Il mare Adriatico, che voi chiamate mare azzurro, del quale noi...