12 Settembre 2026

iraq

Se è vero che, come sosteneva il teorico Sir Halford John Mackinder, la connettività terrestre e il controllo delle rotte di comunicazione ha un peso fondamentale per la conformazione dell’assetto geopolitico del globo, allora i progetti di collegamento che si stanno venendo a creare nel blocco eurasiatico assumono un ruolo di straordinaria rilevanza nel contesto internazionale, soprattutto per quel che riguarda la promozione dello sviluppo delle relazioni tra i paesi coinvolti. Stando al pensiero elaborato da Mackinder, la costruzione di infrastrutture di trasporto consentirebbe a uno o più stati di espandere la propria influenza attraverso le nuove rotte. Visto in questa prospettiva, lo sviluppo della rete ferroviaria tra Iran, Iraq e Siria riveste un’importanza peculiare all’interno del più ampio quadro degli attuali sforzi volti a un avvicinamento e alla normalizzazione dei rapporti di collaborazione tra i paesi del Golfo Persico, affermando, così, il rinnovato ruolo centrale di questa regione attraversata negli ultimi anni da lunghi periodi di instabilità. Già nel corso del mese di marzo di questo 2023, dopo sette anni di interruzione dei rapporti le diplomazie di Teheran e Riyad erano giunte ad un’intesa mediata da Pechino con la quale veniva concordato di ripristinare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi a lungo rivali regionali e di riaprire, così, le rispettive ambasciate. A questo si aggiunge il nuovo abbraccio diplomatico tra la Siria e il consesso dei Paesi della Lega Araba avvenuto nel maggio di quest’anno, ben dodici dopo anni dall’espulsione di Damasco da questa importante istituzione del mondo arabo. Il progetto di sviluppo della rete ferroviaria oggetto della trattazione di questo breve articolo rappresenterebbe, dunque, un nuovo passo verso un Medio Oriente più stabile e più collaborativo; la costruzione del collegamento ferroviario se esteso ad altre potenze della regione come l’Arabia Saudita, potrebbe infatti avviare un’importante trasformazione dei rapporti all’interno dell’area MENA (Middle East and North Africa, Medio Oriente e Nordafrica, ndR), riducendo il livello delle tensioni tra i nemici storici della regione, rafforzandone al contempo i legami economici. In questo quadro di rinnovata collaborazione, i corridoi euroasiatici rappresentano un modo per collegare paesi impegnati in scontri e rivalità che, per alcuni, si protraggono da decenni. Così, come le arterie collegano ogni parte del corpo, strade e ferrovie sono capaci di svolgere un ruolo fondamentale nell’unire Paesi e creare visioni e scenari che uniscano manifestazioni di tradizioni politiche contrastanti e culture diverse, creando un’architettura internazionale organica in cui le singole parti esistono solo in funzione del tutto. Le origini del progetto L’idea della costruzione di una linea ferroviaria che collegasse l’Iran all’Iraq era emersa già nel 2011, quando la ferrovia Khorramshahr-Shalamcheh – lunga di 17 chilometri – era stata completata. Dal 2012, i due paesi hanno condotto una serie di negoziati per l’attuazione del progetto ferroviario Shalamcheh – Bassora, unico collegamento mancante per unire le ferrovie iraniane alla medesima città irachena. Secondo gli accordi, l’Iran avrebbe avuto la responsabilità della costruzione del ponte sul fiume Shatt al-Arab che, nei fatti, avrebbe collegato i due paesi, mentre la...
assad_syria
La spirale di violenza e distruzione in cui è stata coinvolta la Siria negli ultimi cinque anni può essere analizzata sotto un ulteriore punto di vista capace di fornire una spiegazione alternativa rispetto a quella inerente l’estremismo islamico. All’incirca un anno prima che iniziasse il dramma che ha coinvolto l’intero popolo siriano, Damasco aveva ospitato la “Settima Esibizione Internazionale Siriana del Petrolio e del Gas”, convocata dal Ministero del Petrolio di Assad. L’esibizione fu sponsorizzata dalla China National Petroleum Company (CNPC), dalla Shell e dalla francese Total e vide la partecipazione di centinaia di rappresentanti di imprese petrolifere internazionali, il 40% delle quali con sede in Europa. Un memorandum del 2010 redatto da Allied Expo, organizzatori dell’evento, per conto del Ministero del Petrolio siriano, spiega come la società britannica Shell, prima fra tutte, contava di lavorare a stretto contatto con il regime di Assad per sviluppare la produzione di gas siriano. La compagnia petrolifera anglosassone fu talmente determinata nel proprio intento che durante l’intero corso del 2010 fece incontrare i più alti funzionari della Shell stessa, coi diversi ministri del governo britannico. Tra questi i più importanti erano il Ministro degli Affari Esteri David Howell, il Ministro del Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento climatico Charles Hendry e lo stesso David Cameron. Questi incontri di alto livello coi vari dipartimenti del governo si sono susseguiti ogni singolo mese (ad eccezione del giugno del 2010) fino alle fine dell’anno seguente ed avevano come obiettivo la pianificazione di una politica comune tra il governo britannico e le compagnie petrolifere. Tale comunione di intenti non risulta essere un caso isolato e limitato allo scenario siriano. Infatti le analogie con le vicende che hanno coinvolto l’Iraq all’inizio del nuovo millennio sono molte tanto che alcuni documenti del governo britannico declassificati  nel 2015 mostrano che si è cercato di applicare la stessa dinamica che ha preceduto l’invasione dell’Iraq avvenuta nel 2003 anche alla Siria. Le azioni perpetrate dal governo di Londra prima nei confronti di Baghdad e poi di Damasco risultano essere irrimediabilmente similari. Infatti, secondo tali documenti le compagnie britanniche British Petroil e Shell, prima della caduta di Saddam Hussein, avevano tenuto diversi incontri, tutti con esito negativo, con ufficiali di alto rango del governo iracheno per garantire alle imprese energetiche britanniche un ruolo nell’Iraq post-conflitto. I legami con il fallimento delle trattative delle compagnie petrolifere con l’invasione irachena sono sempre sembrati fin dal principio molto chiari, anche se l’allora Primo Ministro Tony Blair accusava di “cospirazionismo” chiunque osasse tracciare un legame tra l’invasione dell’Iraq e la volontà da parte dei governi occidentali di accaparrarsi le risorse petrolifere del paese. In privato, invece, l’allora primo ministro inglese ammetteva che «difficilmente potrebbe essere negato un ruolo alle imprese britanniche in Iraq se il governo si dimostrerà un alleato fedele degli Stati Uniti». Dopo quasi una decade, esattamente nel 2011, il copione sembra ripetersi in Siria, quando il vento “idealistico” di quelle che furono immediatamente battezzate dall’opinione pubblica occidentale come “Primavere Arabe” iniziò a minacciare anche...