15 Giugno 2026

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Focus CESEM (a cura della redazione)   I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale. Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo. La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”). Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi. La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi. Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco. Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno. L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12...
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I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale. Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo. La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”). Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi. La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi. Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco. Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno. L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12 ai 36 droni capaci di lanciare missili...