Storie di avventurieri, esploratori e missionari sull’isola di Hong Kong (parte prima) di Marco Costa Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, Hong Kong conserva alle sue spalle una storia tanto ricca quanto particolare. Storia, come abbiamo visto, che non è solo fatta di crescita economica e di scambi commerciali, ma che più segretamente rimanda ad episodi leggendari, talvolta misteriosi, spesso legati alle sue attività marittime. Hong Kong, ben prima di diventare una capitale finanziaria dell’Asia e dell’intero pianeta per come la conosciamo oggi, è stata per secoli il crocevia di avventurieri, missionari, pellegrini, faccendieri ed impostori, che vedevano nel “Porto profumato” l’occasione per scappare dalle terre di origine – fossero queste in Asia o in Europa – e sull’Isola ricostruirsi una vita. Ma, ancora prima, è stato l’approdo di numerosi esploratori provenienti dall’Europa. Una figura che si lega strettamente a questa città, è quella di Jorge Álvares, esploratore portoghese che probabilmente è stato il primo europeo ad aver raggiunto Hong Kong e la Cina via mare.1 Questo esploratore nel maggio del 1513 salpò dalla città birmana di Pegu col capitano originario della Malacca Rui de Brito Patalim, a bordo di una piccola flotta composta da sei giunche, con un equipaggio prevalentemente formato da marinai portoghesi. Álvares compì il suo primo sbarco in terra cinese nella città di Guangdong nel maggio 1513. Qui, e più precisamente sull’isola di Lintin situata nell’estuario del fiume delle Perle, eresse un monolite in pietra con incisa la tipica croce portoghese in omaggio al Re del Portogallo. Lo scopo di questa spedizione fu da un lato l’esplorazione geografica, ma anche l’interesse commerciale. Poco tempo dopo, infatti, il più celebre esploratore Alfonso de Albuquerque, già Duca di Goa, inviò Rafael Perestrello a cercare di intessere relazioni commerciali con i cinesi. Usando una nave di Malacca, Rafael sbarcò sulle coste meridionali di Guangdong sempre nel 1513, diventando il primo europeo a sbarcare sulla terraferma in Cina.2 Negli anni successivi Álvares partecipò al tentativo di fondare insediamenti a Tuen Mun, nei dintorni di Hong Kong; a queste prime spedizioni pionieristiche seguirono numerosi insediamenti commerciali portoghesi nella zona, poi culminati nella creazione di Macao. Peraltro, i rapporti tra portoghesi e cinesi non furono sempre pacifici, basti ricordare che nel 1517 i coloni lusitani combatterono contro l’esercito imperiale cinese, e pare che lo stesso Álvares abbia preso parte allo scontro. Per certi versi, la storia della città di Macao è differente ma complementare a quella di Hong Kong. Questo territorio divenne infatti colonia portoghese nel 1552 e fu riconosciuta come tale dalla Cina nel 1670, nonostante il fatto che nel corso del XVII secolo gli olandesi tentassero ripetutamente di conquistarla. Dopo una breve parentesi spagnola, il Portogallo riottenne l’indipendenza sotto la dinastia Braganza nel 1640 e, siccome per tutto il periodo “spagnolo” Macao si ritenne sempre solo soggetta al Portogallo, le fu dato dai lusitani il titolo ufficiale di Cidade do Nome de Deus, de Macau, Não há outra mais Leal.3 Tuttavia, e per questa ragione la storia di Macao...
Hong Kong
di Marco Costa La vicenda di Hong Kong è stata in larga parte determinata dalla sua posizione geografica: incuneandosi nel Mare Cinese Meridionale, ha assunto il ruolo di avamposto strategico commerciale del “Celeste Impero”, suscitando però le ambizioni dei coloni e dei mercanti occidentali, britannici in particolare. Il territorio di Hong Kong, essendo in buona parte costituito da un’isola principale (Hong Kong Island) attorniata da un piccolo arcipelago di isole minori (New Territories) e da una parte di terraferma (Kowloon), ha caratterizzato – nel bene e nel male – tutta la storia della città, determinandone la sua vocazione marittima. Abbiamo affermato che tale predisposizione alla vita marittima è stata sia un bene che un male, perché, paradossalmente, l’Isola del sud della Cina ha attirato nel corso dei secoli anche le brame di trafficanti senza scrupoli, briganti di ogni sorta, profughi, rifugiati, banditi e, soprattutto, dei pirati. Anzi per diversi secoli, Hong Kong è stata una vera e propria capitale della pirateria asiatica. Se questa città dagli inglesi venne battezzata come “porto profumato”, e se oggi è anche conosciuta come “perla moderna d’oriente”, gli esploratori spagnoli e portoghesi la consideravano il braccio settentrionale di una catena di isole che chiamavano abitualmente come Isla Ladrones, ovvero l’isola dei ladri. Sembra paradossale, ma dietro allo sfarzo e al glamour della moderna Hong Kong c’è una storia ricca di contraddizioni tra popolazione autoctona e coloni occidentali, che, come abbiamo visto, non hanno sempre contribuito alla buona reputazione della città, e l’esempio della pirateria dei secoli passati ne costituisce il più eclatante esempio. La pirateria in quella che è oggi Hong Kong ebbe origine nel XIII secolo come risposta al controllo autoritario della dinastia Ming, con una massima espansione del fenomeno che si estese dal XVIII secolo fino al tempo del dominio coloniale britannico. Quando arrivò la Royal Navy di Sua Maestà Britannica, Hong Kong ospitava vari “re pirati” a capo di migliaia di barche da guerra che terrorizzavano tutta la costa circostante con le loro incursioni banditesche, rimanendo di fatto fino al XIX secolo la capitale dei pirati del Mar Cinese Meridionale. Ma occorre fare qualche passo indietro. Nel 1371, l’imperatore Ming dichiarò una sorta di “divieto marittimo” che proibiva il commercio marittimo privato, nel tentativo di consolidare il potere della sua dinastia alle prime armi e di centralizzare tutto il commercio estero. Questo divieto includeva il sequestro di tutte le navi private catturate nelle acque dell’Impero, nonché il trasferimento forzato di numerose comunità sulla costa. Il divieto fu revocato per un certo periodo sotto l’imperatore Yongle, che aveva usurpato il trono e finanziato i sette viaggi del leggendario ammiraglio Zheng He, che permisero alla Cina di costruire un’enorme flotta navale che l’Imperatore usò per rinforzare il dominio cinese sui mari asiatici. Tuttavia, questa tregua fu di breve durata: i successori di Yongle bruciarono la flotta di Zheng He e nel 1394 ripristinarono con una nuova formula il divieto di commercio marittimo privato. Per una strana eterogenesi dei fini, mentre il Governo pensava...
di Stefano Vernole Le aziende italiane ad Hong Kong La percezione del Brand Italia ad Hong Kong è generalmente molto positiva, anche in virtù della presenza sul mercato di tutti i grandi marchi della moda e del design e alla crescente diffusione di prodotti eno-agroalimentari (favorita anche dai numerosi ristoranti, alcuni dei quali eccellenti, che propongono cucina italiana) e dei numerosi distributori/importatori. La comunità italiana (quasi 4.000 persone) è composta da imprenditori, manager, dirigenti e impiegati di aziende sia italiane che straniere, soprattutto nei settori trasporti, logistica e ristorazione. Ugualmente rilevante è la loro presenza nei settori legale, bancario e assicurativo, favorita dal costante supporto delle società di assicurazione al credito all’estero (CDP, Sace, Simest) e dai principali istituti finanziari tricolori impegnati nell’internazionalizzazione delle imprese. Le oltre 400 aziende italiane o con interessi italiani presenti a Hong Kong costituiscono un insieme dinamico e diversificato che include: uffici di rappresentanza dei principali istituti bancari e delle assicurazioni, del settore moda/abbigliamento/lusso, della distribuzione e ristorazione, dell’industria (meccanica, ingegneristica, tessile, elettronica), della progettazione/architettura, della logistica, del settore legale, della consulenza finanziaria, fiscale e del settore infrastrutture/costruzioni. Riscuotono un notevole successo anche i prodotti di consumo, vino, cibi, e le auto sportive; il mercato interno è in effetti particolarmente ricettivo nei confronti degli articoli di lusso sia per la persona che per la casa, i quali rappresentano uno status symbol per il consumatore delle classi medio-alte di Hong Kong e della stessa Repubblica Popolare Cinese. Numerosi altri connazionali sono impegnati nel settore retail, specificatamente rappresentato dai negozi mono-marca presenti nei centri commerciali, negli alberghi, in prestigiosi palazzi o nelle vie di grande traffico pedonale; se ne contano più di 150 di questo genere e i brand italiani come Altea, Valentino, Cavalli, Fendi, Miu Miu e Piquadro tra gli altri, intravedono ulteriori opportunità di espansione del settore, vista la possibilità di utilizzare la loro presenza sull’Isola come piattaforma per accedere alla Cina continentale e al delta del Fiume di Perle. Hong Kong rappresenta un’opportunità soprattutto per quelle imprese italiane interessate all’acquisto di componentistica e prodotti semifiniti o che intendono creare rapporti di collaborazione produttiva con le imprese locali per la fornitura di licenze e brevetti industriali, o in generale per tutte le operazioni di marketing strategico finalizzate all’entrata nel mercato cinese. Dato il duplice ruolo nella costruzione di piattaforme produttive e nella intermediazione che le imprese di Hong Kong svolgono verso la Cina, la partnership o la joint venture con una di esse può comportare un valore aggiunto in termini di conoscenza delle specificità culturali e dell’articolazione del mercato, di offerta di capitali e organizzazione finanziaria, di supporto logistico, rete distributiva (sia per l’introduzione di nuovi prodotti che per dare risposte a specifiche richieste del mercato) e di tutela del marchio. Oltre ai tradizionali settori portanti dell’economia di Hong Kong, quelli di nuovo interesse per gli investitori stranieri e nei quali sarebbe auspicabile una maggiore presenza delle nostre aziende sono le bio e nano tecnologie, le energie da fonti rinnovabili/ambiente, le costruzioni/materiali ecologici e...
di Stefano Vernole L’importanza di Hong Kong nella strategia economica cinese Nel 1997, in seguito alla crisi finanziaria asiatica scatenata dalla speculazione internazionale guidata da George Soros e alla sua rapida propagazione, Hong Kong e il suo mercato borsistico conobbero serie difficoltà. Il regime di cambio fisso in rapporto al dollaro americano rimase scosso e la stabilità del sistema venne minacciata; solo grazie al sostegno del Governo centrale di Pechino, la Regione autonoma riuscì ad uscire dalla crisi senza svalutare il renminbi1. In maniera simile, durante il primo semestre del 2003, l’epidemia SARS colpì duramente Hong Kong, minacciando non solo la salute dei suoi cittadini ma aggravando le condizioni economiche dell’Isola che ancora non si era ripresa completamente dallo shock finanziario del 1997. La deflazione monetaria e la stagnazione del mercato aumentarono il tasso di disoccupazione fino all’8,7%, chiamando in causa ancora una volta il Governo nazionale. Da Pechino, pur anch’essa colpita dalla SARS, arrivarono materiali e attrezzature mediche in grande quantità, inoltre il 29 giugno dello stesso anno fu siglato il CEPA, l’Accordo di partenariato economico stringente che definiva le misure di apertura e gli obiettivi di applicazione nelle tariffe delle merci, il commercio dei servizi e la facilitazione degli investimenti. Poco dopo si permise agli abitanti della Cina continentale di viaggiare ad Hong Kong, favorendo gli scambi culturali tra le due parti e contribuendo così alla ripresa economica del Porto Profumato2. In seguito alla crisi finanziaria dovuta alla bolla dei mutui subprime statunitensi, nel 2009 il Governo di Pechino adottò una serie di misure politiche, tra le quali la firma tra la Banca Popolare di Cina e le Autorità monetarie di Hong Kong con un accordo sullo scambio di valute pari a 200 miliardi di renminbi. E’ evidente che le manifestazioni di piazza manipolate dai Paesi stranieri e la conseguente adozione della Legge sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong nel 2020, corrispondano ad un tornante storico simile ai precedenti momenti di crisi già conosciuti dall’Isola dopo il suo ritorno alla Madrepatria cinese nel 1997, con inevitabili conseguenze sul funzionamento del suo stesso sistema finanziario. Ancora una volta, intervenendo direttamente nella Regione autonoma, la classe dirigente della Repubblica Popolare Cinese ha dimostrato l’importanza del ruolo del Porto Profumato per la tenuta degli equilibri complessivi del Paese. Esistono però diverse possibilità sull’evoluzione di questo modello, in quanto il ruolo dell’Isola viene ricompreso all’interno della generale strategia varata dal Governo di Pechino tramite il 14° Piano quinquennale (2021-2025), che prevede tra le sue linee guida lo sviluppo di grandi aree urbane integrate, tra le quali la Great Bay Area che includerà anche Hong Kong. Un altro quesito riguarda: è davvero possibile per l’Occidente abbandonare il Porto Profumato, seppur parzialmente, come alcuni gruppi finanziari (ad esempio Nomura) vorrebbero fare? Il Vicedirettore dell’Ufficio del Governo cinese per gli Affari di Hong Kong e Macao, Zhang Xiaoming, ha rassicurato nei mesi scorsi gli investitori internazionali sulla volontà di Pechino di mantenere l’Isola stabile ed aperta al capitale straniero, ridando nuova linfa alla Borsa....
di Marco Costa Gli anni ’50 per la città di Hong Kong furono abbastanza tumultuosi: appena alcuni anni dopo la fine dell’occupazione giapponese ed il ripristino della sovranità britannica, nel 1949 anche nella città-Stato riecheggiarono gli epocali sconvolgimenti a cui era in preda la grande Cina, all’apice della guerra tra la fazione nazionalista di Chiang Kai-shek e quella comunista di Mao Zedong. Alla luce della guerra civile e della conseguente rivoluzione capeggiata vittoriosamente da Mao, che avrebbe posto fine ai decenni di interferenze straniere sulla Cina continentale nonché promosso la riunificazione di fatto della nazione sotto la bandiera di un nuovo modello socialista, Hong Kong divenne meta di afflusso di rifugiati dalla terraferma, provocando un enorme aumento della popolazione: dal 1945 al 1951, la popolazione crebbe infatti da 600.000 a 2,1 milioni. Inoltre, a seguito della fondazione della Repubblica Popolare Cinese e alla successiva chiusura dei confini tra la Cina e Hong Kong, il fenomeno dell’immigrazione andò accentuandosi fino a diventare ingestibile in diverse occasioni. Non fu solo la popolazione più povera ad essere colpita dalla migrazione, ma ne furono protagonisti anche i ceti più abbienti, desiderosi di preservare i loro patrimoni trasferendoli frettolosamente ed impunemente verso l’Isola. Infatti, mentre i comunisti si avvicinavano alla vittoria all’inizio del 1949, si temeva che Hong Kong sarebbe stata invasa dalle truppe maoiste. Il governo britannico rimase determinato a mantenere Hong Kong come avamposto capitalista all’interno di una sfera di influenza comunista, sebbene i ricordi del blocco di Berlino e l’antagonismo ideologico verso i governi socialisti rimanessero un caposaldo della loro politica estera. La guarnigione britannica fu rinforzata e vennero addirittura ipotizzati piani di evacuazione di emergenza verso l’Australia. Tuttavia, l’Esercito popolare di liberazione ricevette l’ordine di interrompere l’avanzata al confine tra il fiume Sham Chun e Hong Kong, sicchè l’Isola e i suoi territori collegati rimasero una colonia britannica. Peraltro – inutile nasconderlo – da entrambe le parti lo status coloniale dell’Isola avrebbe procurato benefici più o meno diretti dal punto di vista commerciale e diplomatico. Hong Kong era un prezioso centro commerciale alla foce della Cina e i britannici confidavano sul fatto che mantenendo questo legame sarebbe stato più agevole intessere affari con il nuovo Governo di Pechino. Inoltre, consegnare Hong Kong alla Cina continentale senza combattere sarebbe stato interpretato come una debolezza nazionale di fronte alla crescente minaccia comunista in Europa e in Asia, in particolare alla luce della contemporanea guerra di liberazione nazionale che si stava svolgendo in Malesia.1 Ciò che fa immediatamente riflettere, è l’analisi dei dati demografici e dei flussi migratori di quel decennio. Va preliminarmente chiarito il fatto che nel 1950 il governo coloniale adottò unilateralmente un sistema di quote di ingresso denominato Quota System per limitare l’afflusso incontrollato di migranti; tale misura prevedeva che ogni giorno il numero ammesso di persone entranti a Hong Kong dovesse essere pari al numero degli uscenti. Qualche anno dopo, nel 1956, il governo coloniale inglese ritirò tale sistema compensativo delle quote per un periodo di prova di sette...
di Andrea Turi Nell’articolo Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong abbiamo analizzato come il dossier Hong Kong sia diventato un pretesto per le potenze internazionali occidentali per fare pressioni sul Governo di Pechino e mettere in atto vere e proprie azioni di ingerenza negli affari di politica interna ed esclusiva della Cina. Seguendo la lezione di Giovanni Falcone (“Segui i soldi, troverai la Mafia”) il testo che segue cercherà di rispondere alla domanda: “chi c’è dietro le proteste nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong?” Scriveva Alain De Benoist sul numero 224 dell’aprile 1999 della rivista Diorama Letterario che l’aggressione dell’Occidente contro la Serbia, applicando il diritto di ingerenza ai danni di uno Stato che non ha violato le frontiere di nessun altro Stato, segna la fine della sovranità degli Stati e realizza lo scopo dei sostenitori del cosiddetto mondo senza frontiere, dei fautori della soppressione dell’indipendenza dei popoli, ossia di quei liberali e globalisti secondo i quali il mondo deve essere governato dalla polarità mercati + diritti dell’uomo, cioè dal binomio economia – morale. Quasi un ventennio dopo, lo storico e saggista israeliano Yuval Hoah Harari fa di tale binomio il frame principale delle relazioni tra Stati; nelle prime pagine di 21 lezioni per il XXI secolo scrive, infatti, che durante il XX secolo le élite globali di New York, Londra, Berlino, e Mosca hanno formulato tre grandi narrazioni che ambivano a spiegare il nostro passato fin dalle epoche più remote e a predire il futuro del mondo intero: la narrazione fascista, la narrazione comunista e la narrazione liberale. […] La narrazione liberale spiegava la storia come una lotta tra libertà e tirannia, e concepiva un mondo in cui tutti gli uomini cooperano liberamente e pacificamente, grazie a un ridotto controllo centrale, pagando però lo scotto di una certa dose di disuguaglianza. […] Una volta andata in frantumi la narrazione comunista, quella liberale è rimasta il riferimento principale per comprendere il passato dell’umanità e la guida indispensabile per agire nel mondo futuro – o così sembrava all’élite globale. […] Secondo questa panacea liberale – accettata ugualmente da George W. Bush e Barack Obama – se continuiamo nel programma di liberazione e globalizzazione dei nostri sistemi politici ed economici, saremo in grado di garantire pace e prosperità per tutti quanti. I Paesi che partecipano a questa inarrestabile marcia del progresso saranno premiati con pace e prosperità più rapidamente. I paesi che tentano di opporre resistenza all’inevitabile pagheranno le conseguenze, finché anch’essi vedranno la luce, apriranno i propri confini e liberalizzeranno le loro società, la loro politica e i loro mercati. Ci vorrà del tempo, ma alla fine persino la Corea del Nord, l’Iraq e El Salvador assomiglieranno alla Danimarca o allo Iowa1. La produzione dei vari ideologi che formano la condotta dei Governi occidentali non cessa mai nei suoi intenti di progettare disordini in Stati retti da personalità politiche non di loro gradimento; ora gli sforzi si stanno concentrando contro la Repubblica Popolare Cinese. La...
di Stefano Vernole Per capire le difficoltà economiche dei nostri giorni, niente di meglio che riportare quasi integralmente le considerazioni (tradotte dall’inglese) di un ex accademica, Laura Ruggeri, nata a Milano ma che vive ad Hong Kong dal 1997. “Se vent’anni fa qualcuno avesse predetto una “rivoluzione colorata” a Hong Kong, la maggior parte degli analisti politici avrebbe riso. Non perché le “rivoluzioni colorate” siano ridicole – le loro tragiche conseguenze difficilmente possono essere ridicolizzate – ma perché tendono a verificarsi in Stati target con governance deboli alla periferia delle reti transnazionali. Hong Kong, d’altra parte, è uno dei primi 3 hub finanziari globali, dopo New York e Londra, e proprio al centro di queste reti. Sebbene Hong Kong, una regione amministrativa speciale della Cina, apparentemente non si adattasse al profilo di un obiettivo debole e maturo per il cambio di regime, il National Endowment for Democracy (NED) e altri famigerati sponsor di “rivoluzioni colorate” avevano già fissato i loro occhi sul territorio anche prima del 1997, quando la sua sovranità è tornata alla Cina. Mentre i tassi di crescita economica della Cina hanno fatto notizia negli anni ’90, gli argomenti della “minaccia cinese” hanno iniziato ad apparire nei media mainstream statunitensi e gli analisti degli affari esteri hanno iniziato a considerare la Cina come il “nuovo pericolo rosso”, una potenziale sfida alla supremazia globale degli Stati Uniti1. Sebbene due decenni fa la guerra commerciale non fosse ancora scoppiata, chiunque osservasse il quadro geopolitico più ampio poteva vedere nuvole nere addensarsi. In apparenza, Hong Kong dopo il ritorno alla Cina stava andando molto bene, ma se si graffiava la superficie lucida tipicamente associata ad un centro economico e finanziario internazionale, si poteva immediatamente vedere che questa efficienza mascherava problemi molto più profondi. Hong Kong aveva certamente buoni amministratori, ma non molti politici che potevano veramente governare una città ancora politicamente immatura a causa della sua eredità coloniale e dominata da interessi e cartelli. Il modello sperimentale “Un Paese due sistemi” era ancora in fase di perfezionamento e pochi progressi erano stati compiuti verso la decolonizzazione delle istituzioni di Hong Kong, soprattutto, delle menti dei suoi cittadini. A quanto pare, il processo di creazione di un senso di identificazione e lealtà verso la Cina era ancora agli inizi. Al contrario, gli attori transnazionali, in particolare le chiese, le ONG e le reti di difesa considerate dagli Stati Uniti come “vettori di influenza” e “catalizzatori di democratizzazione”, erano ben radicati nella società civile di Hong Kong. Lavorando di concerto con i media locali sponsorizzati dagli Stati Uniti e con i partiti pro-democrazia, hanno sottoposto sia la Cina che il governo locale a critiche costanti, sfruttando le lamentele interne per approfondire le spaccature nella società e ottenere il tipo di polarizzazione partigiana e ideologica che avrebbe reso Hong Kong ingovernabile. Se il governo locale avesse riconosciuto e definito i rischi, sarebbe stato in grado di riconoscere uno schema in una serie di eventi apparentemente casuale. Tutto quello che doveva fare era raccogliere...
di Andrea Turi In un precedente articolo abbiamo analizzato le disposizioni messe in atto dal Governo Cinese ad Hong Kong alla luce dell’approvazione della Legge sulla tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong. Da qui ripartiamo per approfondire le reazioni straniere all’adozione della legge e i tentativi di ingerenza negli affari interni della Repubblica Popolare Cinese. La scienza politica cinese contemporanea – così come sostiene l’analista russo Leonid Savin1 nel breve saggio La Cina e la multipolarità – poggia su quei cinque principi di coesistenza pacifica che già furono alla base del trattato di amicizia siglato da India e Cina nell’aprile 1954. Mao Zedong e Zhou Enlai videro nell’India un possibile ponte verso Occidente e accolsero favorevolmente l’apertura di Nehru che, invece, cercava di fronteggiare la sempre più crescente influenza statunitense in Pakistan. L’accordo era incentrato sul riconoscimento ufficiale, da parte dell’India, della sovranità cinese in Tibet e su cinque principi cui si sarebbero ispirate le relazioni fra i due Paesi: p. di reciproco rispetto di sovranità e integrità territoriale; p. di non aggressione; 3) p. di non ingerenza negli affari interni; 4) p. di parità e reciprocità nei riconoscimenti; 5) p. di coesistenza pacifica pur in presenza di sistemi politici diversi. Focalizziamo l’attenzione sul principio di non ingerenza negli affari interni di un altro Paese il quale consiste, in sostanza, in quel principio di sovranità che trae la sua origine nei trattati di Westfalia del 1648, siglati alla fine della Guerra dei Trent’anni; in quell’occasione, fu stabilita la regola cuius regio, eius religio per la quale ogni Stato ha il diritto di darsi il proprio ordinamento etico-politico senza alcuna ingerenza da parte di altri Stati. Trovando il suo fondamento giuridico nell’uguaglianza tra gli Stati, nel diritto internazionale il principio di non ingerenza è l’obbligo posto a tutti gli Stati di non interferire negli affari interni di un altro Stato; in particolare, il principio di non ingerenza vieta tutti quegli interventi volti ad influenzare le scelte di politica interna e internazionale degli Stati. In materia, l’articolo 2.7 della Carta delle Nazioni Unite sancisce che nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato, né obbliga i Membri a sottoporre tali questioni ad una procedura di regolamento in applicazione del presente Statuto. Il lungo preambolo è utile all’inquadramento delle cause alla base del monito lanciato ai Paesi stranieri da Zhao Lijian, portavoce del Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese (da qui Cina), di smettere di interferire negli affari di Hong Kong rispondendo, così, alle critiche avanzate da Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e altri Stati il giorno dell’entrata in vigore della Legge sulla tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR). Una dichiarazione congiunta dei Governi degli Stati Uniti d’America, Australia, Canada e Regno Unito2 diffusa il 28 maggio 2020 – erano quelli i giorni in cui cominciava a circolare la bozza di legge che la Repubblica...
di Marco Costa Nel capitolo precedente abbiamo visto che la Gran Bretagna acquisì sotto il dominio coloniale l’isola di Hong Kong nel 1842, la penisola di Kowloon nel 1860 ed ebbe in affitto gratuitamente i cosiddetti Nuovi Territori a partire dal 1898. Un atto formale decisivo al fine di comprendere la storia recente, consiste nella convenzione siglata tra il Regno Unito e la Cina comunemente nota come la Convenzione per l’estensione del territorio di Hong Kong o la Seconda Convenzione di Pechino. Questa consistette in un contratto di locazione firmato tra la Cina dei Qing e il Regno Unito il 9 giugno 1898.1 Evidentemente, sulla scia della sconfitta cinese nel corso della prima guerra sino giapponese (1894-1895), gli inglesi e le altre potenze europee sfruttarono il momento di particolare debolezza della Cina al fine di dividere il paese e indurlo a innumerevoli e gravose concessioni. Infatti, sarebbero stati diversi gli accordi imposti ai cinesi da parte delle potenze coloniali europee. Ad esempio, tra il 6 marzo e l’8 aprile 1898, il governo tedesco costrinse l’Impero Qing a un contratto di locazione della durata di 99 anni per il controllo della baia di Kiautschou e per lo sfruttamento di una miniera di carbone intorno alla baia di Jiaozhou, sulla costa meridionale della penisola di Shandong. I tedeschi miravano a scalfire il dominio inglese sui mari a livello globale. D’altra parte, anche l’Impero russo mirava a ritagliarsi degli spazi in Cina. Il 27 marzo 1898, la Convenzione per la locazione della penisola di Liaotung fu firmata tra i russi e l’Impero Qing, garantendo alla Russia un contratto di locazione di 25 anni di Port Arthur e Dalian, importante per garantire ai russi il controllo delle ferrovie orientali che collegavano le tratte dalla Russia verso la Manciuria. Di conseguenza, il 28 marzo 1898, la Gran Bretagna, preoccupata dal protagonismo delle altre potenze europee in Asia, fece pressioni sull’Impero Qing affinché concedesse il territorio di Weihaiwei, che era caduta sotto il controllo dell’Impero del Giappone nell’omonima battaglia, ultima grande battaglia della Prima guerra sino-giapponese.2 Nemmeno i francesi stettero a guardare. Infatti, il 10 aprile 1898, costrinsero l’indebolito Impero Qing a un contratto di locazione di 99 anni per il Kwangchowan, funzionale a mantenere il controllo francese nella penisola dell’Indocina.3 Come sempre, di fronte alle mosse delle potenze concorrenti, gli inglesi rilanciarono le pressioni sull’Impero cinese al fine di preservare la loro egemonia, cosicché la Gran Bretagna ordinò a Claude Maxwell MacDonald4 di fare pressione sull’Impero Qing per consentire l’espansione di Hong Kong per 200 miglia. Di conseguenza, il 9 giugno 1898 a Pechino fu appunto firmata la Convenzione per l’estensione del territorio di Hong Kong. Il contratto fu firmato per dare agli inglesi legittimazione formale sulla terra appena acquisita, necessaria anzitutto al fine di garantire un’adeguata difesa militare della colonia controllando i territori intorno all’isola. Nel dettaglio, la convenzione prevedeva che i territori a nord di quella che oggi è Boundary Street e a sud del fiume Sham Chun, comprese le isole circostanti,...
di Andrea Turi A New York, martedì 30 ottobre 2019 il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, davanti alla platea conservatrice dell’Hudson Institute dichiarava agli invitati all’evento che non è più realistico ignorare le differenze fondamentali tra i nostri due sistemi e l’impatto che queste differenze possono avere sugli Stati Uniti1; parole cariche di retorica da guerra fredda, capaci di evocare immagini relative della vecchia che fu e, al contempo, di prefigurarne una nuova in un futuro ormai prossimo a venire. Lo stesso giorno, al Jingxi Hotel di Pechino, era riunita la quarta sessione plenaria del XIX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (da qui PCC), la più alta autorità dirigente del PCC, principale appuntamento per il partito nell’anno 2019, incontro durante il quale l’Ufficio Politico chiede il via libera del Comitato Centrale per le politiche e le strategie da attuare in futuro. Al centro dei lavori del consesso della leadership di Partito la decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese di preservare e migliorare il sistema socialista con caratteristiche cinesi e di promuovere la modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance. […] Al fine di realizzare lo spirito del XIX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, la Quarta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale si è concentrata su una serie di importanti questioni riguardanti, in primo luogo, il mantenimento e il miglioramento del sistema socialista con caratteristiche cinesi e la promozione della modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance; […] in secondo luogo, preservare e migliorare il sistema di leadership del partito, migliorare la governance scientifica del partito, la governance democratica e governare secondo il livello di legge2. Intanto, in quegli stessi giorni, la regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR) era ancora alle prese con le proteste e le violenze tipici dei tentativi colorati di agitazione pro-democratici3 che abbiamo imparato a conoscere nel mondo occidentale e che dal mese di marzo 2019 ne hanno turbato a più riprese la quotidianità; a questo, si sono aggiunge con nuove difficoltà economiche – nuove perché per la prima volta in dieci anni l’economia di Hong Kong è entrata in recessione. In una contemporaneità che sta vivendo un momento di rottura che preannuncia grandi cambiamenti a vari livelli e in svariati ambiti, Pechino intende continuare a preservare il principio “un paese, due sistemi”, mantenendo la prosperità e la stabilità a lungo termine di Hong Kong e Macao, e promuovendo la riunificazione pacifica alla Madrepatria4. Per raggiungere questo obiettivo e per non permettere altri tentennamenti o passi incerti da parte del Governo della regione autonoma, il Comitato Centrale ha rotto gli indugi per risolvere la crisi nell’ex colonia britannica al fine di mantenere la sicurezza nazionale e di placare le proteste e frenare il rallentamento economico della città-regione5: così, con 2.878 voti favorevoli, sei astenuti ed uno contrario, l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) ha dato il via libera al Comitato permanente – organo operativo dell’Assemblea – di redarre la Legge per la tutela...