13 Giugno 2026

Hong Kong

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In occasione della sessione straordinaria del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, Cheung Kwok-kwan ha spiegato il significato della nuova legge approvata dal LegCo di Hong Kong, spiegando come essa sia in linea con il diritto internazionale e necessaria per garantire la sicurezza nazionale. Di seguito la traduzione dell’articolo del Global Times.
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I legislatori di Hong Kong hanno approvato all'unanimità l'attesissimo disegno di legge previsto dall'articolo 23 della Legge fondamentale di Hong Kong martedì scorso, dopo una maratona di sessioni durante le quali tutti i legislatori hanno espresso il loro forte sostegno alla legge, proposta per la prima volta più di 20 anni fa. Si prevede che la legge svolgerà un ruolo cruciale nell'affrontare le lacune della sicurezza nazionale della città, formando un solido scudo di sicurezza nazionale con la legge sulla sicurezza nazionale (NSL) per Hong Kong, impedendo le attività di sovversione, infiltrazione, incitamento e spionaggio dell'Occidente guidato dagli Stati Uniti nella città.
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di Xi Jinping (a cura di Giulio Chinappi) Il presidente cinese Xi Jinping ha pronunciato venerdì 1° luglio un discorso in occasione della celebrazione per il 25° anniversario del ritorno di Hong Kong alla madrepatria, svoltasi in concomitanza con l’insediamento del nuovo governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. Connazionali, Cari amici, Oggi siamo qui riuniti per celebrare questa grande occasione che segna il 25° anniversario del ritorno di Hong Kong alla madrepatria e per tenere la cerimonia inaugurale del sesto mandato di governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong (RASHK). In primo luogo, vorrei porgere un sincero saluto a tutto il popolo di Hong Kong. Porgo anche cordiali saluti al nuovo capo esecutivo della RAS di Hong Kong per il sesto mandato, il sig. John Lee, ai principali funzionari del sesto mandato del governo della RAS di Hong Kong e ai membri del Consiglio esecutivo. E permettetemi di esprimere un sincero apprezzamento a tutti i nostri compatrioti sia in patria che all’estero, e agli amici internazionali per il loro sostegno alla causa di “un Paese, due sistemi” e per la prosperità e la stabilità di Hong Kong. Negli oltre 5.000 anni di storia della civiltà cinese, i nostri antenati che lavoravano duramente nella terra a sud delle Cinque Creste rappresentano un capitolo importante. Nella storia della Cina moderna dopo la guerra dell’oppio nel 1840, l’umiliazione della cessione di Hong Kong è una pagina di dolore, e include anche la lotta del popolo cinese per la sopravvivenza del nostro Paese. Il secolo scorso è stato testimone di come il Partito Comunista Cinese ha unito e guidato il popolo cinese nei suoi magnifici sforzi per un futuro migliore, a cui i cinesi di Hong Kong hanno dato un contributo unico e significativo. Nel corso della storia, le persone a Hong Kong hanno sempre mantenuto uno stretto legame con la madrepatria, nel bene e nel male. Il ritorno di Hong Kong alla madrepatria ha segnato l’inizio di una nuova era per la regione. Negli ultimi 25 anni, con il pieno sostegno del Paese e gli sforzi congiunti del governo della RAS di Hong Kong e di persone di ogni classe sociale a Hong Kong, il successo di “un Paese, due sistemi” ha ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo. Dal suo ritorno, Hong Kong, tra le monumentali riforme e gli sforzi di apertura della Cina, ha aperto nuovi orizzonti, fungendo da importante ponte tra la Cina continentale e il resto del mondo. Di conseguenza, ha dato un contributo insostituibile al miracolo economico del nostro Paese caratterizzato da una crescita a lungo termine, stabile e rapida. Integrandosi proattivamente nello sviluppo generale del Paese e ritagliandosi il proprio ruolo nelle strategie nazionali, Hong Kong ha mantenuto i suoi punti di forza nel suo alto grado di apertura e nell’allineamento con le regole internazionali. In tal modo, la regione ha svolto un ruolo importante nel portare l’apertura della Cina a un livello superiore con una copertura e una portata più ampie. Con aree in continua espansione e meccanismi abilitanti per la...
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Si intitola Hong Kong. Il “porto profumato della RPC tra storia, economia e ingerenze straniere il nuovo libro di Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole, ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo e pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni. QUARTA DI COPERTINA Un libro, scritto da tre ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, che pone al centro della trattazione le vicende – più o meno recenti – che hanno reso così peculiare lo sviluppo di Hong Kong, il “Porto profumato” della Repubblica Popolare Cinese, mettendone in risalto l’importanza storica, economica e geopolitica di questa regione amministrativa speciale, unitasi nuovamente nel 1997 alla madrepatria dopo gli anni del colonialismo britannico. Il Focus si compone di tre parti che affrontano la specificità di Hong Kong alla luce della lunga colonizzazione britannica, i temi legati all’economia e alla finanza nella logica “un Paese, due sistemi”, insieme a tematiche più recenti nel tempo muovendo dall’analisi della nuova Legge sulla sicurezza nazionale. Una ricerca che in corso d’opera amplia lo spettro tematico sia al ruolo della Cina nello sviluppo di questa regione post-1997 sia al contesto geopolitico nel quale sono nate le recenti proteste che hanno scosso la normale vita di Hong Kong. Perché l’Isola è parte integrante della storia e della cultura cinesi? Hong Kong sarà ancora determinante nell’ascesa economica mondiale della Repubblica Popolare Cinese? Quali sono gli interessi internazionali e gli attori esterni che cercano di minarne la stabilità? Queste sono le domande fondamentali alle quali nel libro troverete le risposte che i media mainstream non vogliono darvi. Il libro è acquistabile qui.
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di Andrea Turi Le storie giornalistiche non dovrebbero mai avere come protagonista un “bravo ragazzo” e un “cattivo ragazzo” perché, il mestiere del giornalista prevede semplicemente che nel raccontare un qualcosa – non importa cosa nello specifico – si dia spazio a tutte le parti in causa affinché le informazioni che formano la storia siano rese al lettore in modo imparziale. Questa la teoria. Ma, la realtà dei fatti vuole che quanto più ci si professa fieri sostenitori di una qualsiasi teoria validandone e difendendone i postulati, significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica ed è così che media diventa sinonimo di cattivo giornalismo. Le vicende di Hong Kong non fanno eccezione. Aprire un elaborato giornalistico con una immagine non rientra, certo, nei canoni tradizionali della professione ma, talvolta (e questo è il caso), è scelta propedeutica allo sviluppo dell’argomento trattato nell’articolo: Fonte: With People In The Streets Worldwide, Media Focus Uniquely On Hong Kong – PopularResistance.Org Bernard Chan sulle pagine del South China Morning Post mette sul piatto due possibili spiegazioni di tale copertura dei media statunitensi (ma i confini del discorso possono essere tranquillamente allargati sino a comprendere i media mainstream a tutto tondo): uno tecnico, legato ai criteri di “notiziabilità”,l’altro che rimanda ad un uso strumentale del racconto mediatico, come se “questeorganizzazioni dei media avessero un ruolo diverso da svolgere”. I dati rappresentati nel grafico si riferiscono al 2019, anno che può essere annoverato come uno degli “anni di protesta” della “protesta globale”, visto che manifestazioni di ogni genere e portato hanno riempito le strade del mondo: da quelle organizzate dai Gilets Jaunes in Francia a quelle che si sono registrate in Libano, Gaza, Cile, Ecuador e Haiti, manifestazioni e movimenti popolari che hanno coperto le più disparate zone del globo. I media sono stati sproporzionatamente interessati ad una soltanto: “le proteste di Hong Kong”. In totale, ci sono state 737 storie sulle proteste di Hong Kong, 12 sull’Ecuador, 28 su Haiti e 36 sul Cile, con rapporti di copertura simili per le due testate prese in considerazione nello studio del portale online Fairness & Accuracy In Reporting (fair.org). Più che di copertura mediatica si può parlare piuttosto di una “ossessione”dei media d’oltre-atlantico per le vicende interne della Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Eppure, secondo il principio di prossimità geografica, negli Stati Uniti dovrebbero essere più interessati a coprire gli eventi che si registrano nel proprio “giardino di casa”, dove si sono verificati disordini di gran lunga peggiori. In Cile, ad esempio, considerata l’economia più sviluppata del Sud America, a ottobre del 2019 sono scoppiate grandi proteste a seguito dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Almeno 26 persone sono state uccise, diverse migliaia i feriti e oltre 25.000 gli arresti; nel vicino Ecuador, sempre nel mese di ottobre, sono scoppiate proteste contro le misure di austerità imposte dal Governo. Otto i decessi registrati durante le manifestazioni. Nei Caraibi, Haiti ha sofferto per oltre un anno di disordini diffusi a...
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di Stefano Vernole La ripresa economica post-Covid: Hong Kong nel Piano quinquennale cinese La pandemia generata dal virus Covid-19 ha evidentemente inferto un durissimo colpo all’economia mondiale e alle catene di valore globali, obbligando i vari Paesi a riprogrammare le proprie iniziative in base alle mutate esigenze. Avendo adottato da subito e con fermezza le misure necessarie ad uscire dalla crisi sanitaria, la Repubblica Popolare Cinese registra alla fine dell’anno in corso dati economici positivi: nel dicembre 2020, l’attività non manifatturiera e quella manifatturiera hanno raggiunto infatti il loro massimo livello rispettivamente da 8 e 10 anni1. Il nuovo Piano quinquennale cinese (2021-2025) ha delineato la strategia della “doppia circolazione” tra crescita interna ed estera, che pone particolare attenzione alla qualità dello sviluppo: espansione della domanda domestica, autonomia scientifica e tecnologica, sradicamento definitivo della povertà e tutela dell’ambiente ne costituiscono gli obiettivi principali. Contrariamente ad alcune errate interpretazioni della stampa occidentale, questo concetto promuove certamente un ruolo più forte della domanda interna nel guidare la crescita ma, allo stesso tempo, non chiude la porta agli scambi internazionali, bensì manifesta l’intenzione di attrarre investimenti e tecnologia dall’estero aprendo ulteriormente i mercati finanziari e favorendo l’accesso al mondo delle imprese (ricordiamo al proposito che l’1 gennaio 2020 è entrata in vigore la nuova legge cinese di tutela degli investimenti stranieri e che nel maggio 2020 è stato approvato il Codice Civile cinese). In coerenza con quanto previsto dal piano “Made in China 2025” che prevede l’autosufficienza della nazione nel settore dell’alta tecnologia industriale, il Governo di Pechino promuoverà ulteriormente il processo di urbanizzazione e rafforzerà la rete di sicurezza sociale; la crescita della produttività richiede maggiore innovazione nel dominio hi-tech e un continuo trend di “apprendimento dall’estero”, attraendo nuovi investimenti internazionali. Secondo il recente rapporto della nota Compagnia McKinsey2, nel mondo post Coronavirus si distinguono alcune tendenze dominanti, tra le quali l’aumento della digitalizzazione e la crescita della concorrenza. Prima del Covid-19 la Cina era già leader digitale nelle aree rivolte ai consumi che rappresentavano il 45% delle transazioni di e-commerce globali. In particolare, la penetrazione dei pagamenti mobili – i mobile payment – era tre volte superiore a quella degli Stati Uniti. Nel settore sanitario le interazioni digitali hanno subito un’accelerazione con la rapida crescita delle consultazioni online, in parte grazie a un cambiamento normativo nella politica di rimborso, con più ampie interazioni virtuali tra rappresentanti farmaceutici e medici. Questi cambiamenti si sono verificati in vista dell’ampia diffusione della tecnologia 5G, che probabilmente catalizzerà l’utilizzo di strumenti digitali: “La crisi sanitaria e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti hanno evidenziato il fatto che l’arresto di una linea di produzione in Cina può avere un impatto negativo sull’acquirente finale, ma anche sul produttore (in questo caso la Cina). Pechino ha quindi rapidamente deciso di rimpatriare alcune filiere (per avere fonti alternative) e di potenziare l’innovazione nelle capacità esistenti (con l’utilizzo di robot, ad esempio, meno vulnerabili alle pandemie). Impensabili fino a meno di 2 anni fa, questi cambiamenti radicali sono...