7 Giugno 2026

Hong Kong XXI Secolo

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di Marco Costa Gli anni ’50 per la città di Hong Kong furono abbastanza tumultuosi: appena alcuni anni dopo la fine dell’occupazione giapponese ed il ripristino della sovranità britannica, nel 1949 anche nella città-Stato riecheggiarono gli epocali sconvolgimenti a cui era in preda la grande Cina, all’apice della guerra tra la fazione nazionalista di Chiang Kai-shek e quella comunista di Mao Zedong. Alla luce della guerra civile e della conseguente rivoluzione capeggiata vittoriosamente da Mao, che avrebbe posto fine ai decenni di interferenze straniere sulla Cina continentale nonché promosso la riunificazione di fatto della nazione sotto la bandiera di un nuovo modello socialista, Hong Kong divenne meta di afflusso di rifugiati dalla terraferma, provocando un enorme aumento della popolazione: dal 1945 al 1951, la popolazione crebbe infatti da 600.000 a 2,1 milioni. Inoltre, a seguito della fondazione della Repubblica Popolare Cinese e alla successiva chiusura dei confini tra la Cina e Hong Kong, il fenomeno dell’immigrazione andò accentuandosi fino a diventare ingestibile in diverse occasioni. Non fu solo la popolazione più povera ad essere colpita dalla migrazione, ma ne furono protagonisti anche i ceti più abbienti, desiderosi di preservare i loro patrimoni trasferendoli frettolosamente ed impunemente verso l’Isola. Infatti, mentre i comunisti si avvicinavano alla vittoria all’inizio del 1949, si temeva che Hong Kong sarebbe stata invasa dalle truppe maoiste. Il governo britannico rimase determinato a mantenere Hong Kong come avamposto capitalista all’interno di una sfera di influenza comunista, sebbene i ricordi del blocco di Berlino e l’antagonismo ideologico verso i governi socialisti rimanessero un caposaldo della loro politica estera. La guarnigione britannica fu rinforzata e vennero addirittura ipotizzati piani di evacuazione di emergenza verso l’Australia. Tuttavia, l’Esercito popolare di liberazione ricevette l’ordine di interrompere l’avanzata al confine tra il fiume Sham Chun e Hong Kong, sicchè l’Isola e i suoi territori collegati rimasero una colonia britannica. Peraltro – inutile nasconderlo – da entrambe le parti lo status coloniale dell’Isola avrebbe procurato benefici più o meno diretti dal punto di vista commerciale e diplomatico. Hong Kong era un prezioso centro commerciale alla foce della Cina e i britannici confidavano sul fatto che mantenendo questo legame sarebbe stato più agevole intessere affari con il nuovo Governo di Pechino. Inoltre, consegnare Hong Kong alla Cina continentale senza combattere sarebbe stato interpretato come una debolezza nazionale di fronte alla crescente minaccia comunista in Europa e in Asia, in particolare alla luce della contemporanea guerra di liberazione nazionale che si stava svolgendo in Malesia.1 Ciò che fa immediatamente riflettere, è l’analisi dei dati demografici e dei flussi migratori di quel decennio. Va preliminarmente chiarito il fatto che nel 1950 il governo coloniale adottò unilateralmente un sistema di quote di ingresso denominato Quota System per limitare l’afflusso incontrollato di migranti; tale misura prevedeva che ogni giorno il numero ammesso di persone entranti a Hong Kong dovesse essere pari al numero degli uscenti. Qualche anno dopo, nel 1956, il governo coloniale inglese ritirò tale sistema compensativo delle quote per un periodo di prova di sette...