9 Giugno 2026

HKSAR

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di Marco Costa Per cosa è solitamente conosciuta Hong Kong agli occhi occidentali? Per il porto direi, per la sua borsa finanziaria, per i suoi grattacieli e il suo aspetto avveniristico. Ma non meno per la sua industria cinematografica. Non è infatti possibile trascurare il fatto che per diversi decenni questa fu la terza industria cinematografica nel mondo, dopo Bollywood e Hollywood, nonché la seconda per esportazioni. Nonostante una crisi generalizzata nell’industria del cinema iniziata a metà degli anni novanta, il cinema di Hong Kong ha mantenuto gran parte della sua identità e continua a giocare un ruolo di primo piano nel panorama cinematografico mondiale. In occidente il cinema pop di Hong Kong, specialmente quello d’azione, ha un forte seguito, essendo diventato ormai parte del mainstream culturale, largamente seguito e imitato, trasformatosi in un genere propriamente cult per molti estimatori. Ai suoi albori il cinema di Hong Kong era subordinato a quello della Cina continentale, in particolare a quello di Shanghai, che all’epoca era la capitale delle produzioni cinematografiche in lingua cinese. Analogamente al resto della Cina, lo sviluppo dei primi film fu una emanazione più o meno diretta dell’opera e del teatro cinese, che per secoli rappresentò la forma dominante di intrattenimento. La trasposizione teatrale su pellicola vide compimento in produzioni quali due brevi commedie prodotte nel 1909 intitolate Stealing a Roasted Duck e Right a Wrong with Earthenware Dish. Il regista fu l’attore e direttore teatrale Liang Shaobo; il produttore, lo statunitense Benjamin Brodsky, risultò uno dei diversi occidentali che aiutarono la nascente industria cinematografica cinese ad accedere ad un pubblico di larga scala. Mentre il primo lungometraggio prodotto a Hong Kong viene generalmente considerato Zhuangzi Zi Shi Qi (traducibile come “Il filosofo Zhuang Zi mette alla prova la moglie”) del 1912, che prese spunto da una storia dell’opera cinese diretta da Li Minwei e Benjamin Brodsky. Li Minwei era un altro attore teatrale, che viene generalmente considerato come il fondatore del cinema di Hong Kong. Dopo uno stallo produttivo dovuto alle vicissitudini della Prima guerra mondiale, nel 1923 Lai, insieme al fratello e al cugino fondarono con Liang Shaobo la prima compagnia cinematografica completamente cinese, la Minxin Company. Anche sull’Isola, il cinema sonoro comparve agli inizi degli anni trenta, peraltro con non poche difficoltà dal punto di vista linguistico. Infatti, per sfruttare il vasto mercato del cantonese nella Cina meridionale, gli studi cinematografici di Shanghai trasferirono ad Hong Kong materiale e personale, trasformandola in uno dei centri principali della zona. Tuttavia, il governo del Kuomintang sosteneva una politica a favore del solo mandarino ed era ostile alle produzioni in cantonese, ed aveva anche messo al bando il popolare genere wuxia, che rappresentava opere sul tema di cavalieri erranti e spadaccini, accusandolo di promuovere la superstizione e la violenza. I film in cantonese e i film wuxia rimasero comunque popolari nonostante l’ostilità governativa e la colonia britannica di Hong Kong divenne luogo privilegiato di questo genere di produzioni, che potrebbero considerarsi a tutti gli effetti dei fantasy...
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di Andrea Turi Le storie giornalistiche non dovrebbero mai avere come protagonista un “bravo ragazzo” e un “cattivo ragazzo” perché, il mestiere del giornalista prevede semplicemente che nel raccontare un qualcosa – non importa cosa nello specifico – si dia spazio a tutte le parti in causa affinché le informazioni che formano la storia siano rese al lettore in modo imparziale. Questa la teoria. Ma, la realtà dei fatti vuole che quanto più ci si professa fieri sostenitori di una qualsiasi teoria validandone e difendendone i postulati, significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica ed è così che media diventa sinonimo di cattivo giornalismo. Le vicende di Hong Kong non fanno eccezione. Aprire un elaborato giornalistico con una immagine non rientra, certo, nei canoni tradizionali della professione ma, talvolta (e questo è il caso), è scelta propedeutica allo sviluppo dell’argomento trattato nell’articolo: Fonte: With People In The Streets Worldwide, Media Focus Uniquely On Hong Kong – PopularResistance.Org Bernard Chan sulle pagine del South China Morning Post mette sul piatto due possibili spiegazioni di tale copertura dei media statunitensi (ma i confini del discorso possono essere tranquillamente allargati sino a comprendere i media mainstream a tutto tondo): uno tecnico, legato ai criteri di “notiziabilità”,l’altro che rimanda ad un uso strumentale del racconto mediatico, come se “questeorganizzazioni dei media avessero un ruolo diverso da svolgere”. I dati rappresentati nel grafico si riferiscono al 2019, anno che può essere annoverato come uno degli “anni di protesta” della “protesta globale”, visto che manifestazioni di ogni genere e portato hanno riempito le strade del mondo: da quelle organizzate dai Gilets Jaunes in Francia a quelle che si sono registrate in Libano, Gaza, Cile, Ecuador e Haiti, manifestazioni e movimenti popolari che hanno coperto le più disparate zone del globo. I media sono stati sproporzionatamente interessati ad una soltanto: “le proteste di Hong Kong”. In totale, ci sono state 737 storie sulle proteste di Hong Kong, 12 sull’Ecuador, 28 su Haiti e 36 sul Cile, con rapporti di copertura simili per le due testate prese in considerazione nello studio del portale online Fairness & Accuracy In Reporting (fair.org). Più che di copertura mediatica si può parlare piuttosto di una “ossessione”dei media d’oltre-atlantico per le vicende interne della Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Eppure, secondo il principio di prossimità geografica, negli Stati Uniti dovrebbero essere più interessati a coprire gli eventi che si registrano nel proprio “giardino di casa”, dove si sono verificati disordini di gran lunga peggiori. In Cile, ad esempio, considerata l’economia più sviluppata del Sud America, a ottobre del 2019 sono scoppiate grandi proteste a seguito dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Almeno 26 persone sono state uccise, diverse migliaia i feriti e oltre 25.000 gli arresti; nel vicino Ecuador, sempre nel mese di ottobre, sono scoppiate proteste contro le misure di austerità imposte dal Governo. Otto i decessi registrati durante le manifestazioni. Nei Caraibi, Haiti ha sofferto per oltre un anno di disordini diffusi a...
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di Marco Costa Nel capitolo precedente abbiamo visto che la Gran Bretagna acquisì sotto il dominio coloniale l’isola di Hong Kong nel 1842, la penisola di Kowloon nel 1860 ed ebbe in affitto gratuitamente i cosiddetti Nuovi Territori a partire dal 1898. Un atto formale decisivo al fine di comprendere la storia recente, consiste nella convenzione siglata tra il Regno Unito e la Cina comunemente nota come la Convenzione per l’estensione del territorio di Hong Kong o la Seconda Convenzione di Pechino. Questa consistette in un contratto di locazione firmato tra la Cina dei Qing e il Regno Unito il 9 giugno 1898.1 Evidentemente, sulla scia della sconfitta cinese nel corso della prima guerra sino giapponese (1894-1895), gli inglesi e le altre potenze europee sfruttarono il momento di particolare debolezza della Cina al fine di dividere il paese e indurlo a innumerevoli e gravose concessioni. Infatti, sarebbero stati diversi gli accordi imposti ai cinesi da parte delle potenze coloniali europee. Ad esempio, tra il 6 marzo e l’8 aprile 1898, il governo tedesco costrinse l’Impero Qing a un contratto di locazione della durata di 99 anni per il controllo della baia di Kiautschou e per lo sfruttamento di una miniera di carbone intorno alla baia di Jiaozhou, sulla costa meridionale della penisola di Shandong. I tedeschi miravano a scalfire il dominio inglese sui mari a livello globale. D’altra parte, anche l’Impero russo mirava a ritagliarsi degli spazi in Cina. Il 27 marzo 1898, la Convenzione per la locazione della penisola di Liaotung fu firmata tra i russi e l’Impero Qing, garantendo alla Russia un contratto di locazione di 25 anni di Port Arthur e Dalian, importante per garantire ai russi il controllo delle ferrovie orientali che collegavano le tratte dalla Russia verso la Manciuria. Di conseguenza, il 28 marzo 1898, la Gran Bretagna, preoccupata dal protagonismo delle altre potenze europee in Asia, fece pressioni sull’Impero Qing affinché concedesse il territorio di Weihaiwei, che era caduta sotto il controllo dell’Impero del Giappone nell’omonima battaglia, ultima grande battaglia della Prima guerra sino-giapponese.2 Nemmeno i francesi stettero a guardare. Infatti, il 10 aprile 1898, costrinsero l’indebolito Impero Qing a un contratto di locazione di 99 anni per il Kwangchowan, funzionale a mantenere il controllo francese nella penisola dell’Indocina.3 Come sempre, di fronte alle mosse delle potenze concorrenti, gli inglesi rilanciarono le pressioni sull’Impero cinese al fine di preservare la loro egemonia, cosicché la Gran Bretagna ordinò a Claude Maxwell MacDonald4 di fare pressione sull’Impero Qing per consentire l’espansione di Hong Kong per 200 miglia. Di conseguenza, il 9 giugno 1898 a Pechino fu appunto firmata la Convenzione per l’estensione del territorio di Hong Kong. Il contratto fu firmato per dare agli inglesi legittimazione formale sulla terra appena acquisita, necessaria anzitutto al fine di garantire un’adeguata difesa militare della colonia controllando i territori intorno all’isola. Nel dettaglio, la convenzione prevedeva che i territori a nord di quella che oggi è Boundary Street e a sud del fiume Sham Chun, comprese le isole circostanti,...
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di Andrea Turi A New York, martedì 30 ottobre 2019 il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, davanti alla platea conservatrice dell’Hudson Institute dichiarava agli invitati all’evento che non è più realistico ignorare le differenze fondamentali tra i nostri due sistemi e l’impatto che queste differenze possono avere sugli Stati Uniti1; parole cariche di retorica da guerra fredda, capaci di evocare immagini relative della vecchia che fu e, al contempo, di prefigurarne una nuova in un futuro ormai prossimo a venire. Lo stesso giorno, al Jingxi Hotel di Pechino, era riunita la quarta sessione plenaria del XIX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (da qui PCC), la più alta autorità dirigente del PCC, principale appuntamento per il partito nell’anno 2019, incontro durante il quale l’Ufficio Politico chiede il via libera del Comitato Centrale per le politiche e le strategie da attuare in futuro. Al centro dei lavori del consesso della leadership di Partito la decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese di preservare e migliorare il sistema socialista con caratteristiche cinesi e di promuovere la modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance. […] Al fine di realizzare lo spirito del XIX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, la Quarta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale si è concentrata su una serie di importanti questioni riguardanti, in primo luogo, il mantenimento e il miglioramento del sistema socialista con caratteristiche cinesi e la promozione della modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance; […] in secondo luogo, preservare e migliorare il sistema di leadership del partito, migliorare la governance scientifica del partito, la governance democratica e governare secondo il livello di legge2. Intanto, in quegli stessi giorni, la regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR) era ancora alle prese con le proteste e le violenze tipici dei tentativi colorati di agitazione pro-democratici3 che abbiamo imparato a conoscere nel mondo occidentale e che dal mese di marzo 2019 ne hanno turbato a più riprese la quotidianità; a questo, si sono aggiunge con nuove difficoltà economiche – nuove perché per la prima volta in dieci anni l’economia di Hong Kong è entrata in recessione. In una contemporaneità che sta vivendo un momento di rottura che preannuncia grandi cambiamenti a vari livelli e in svariati ambiti, Pechino intende continuare a preservare il principio “un paese, due sistemi”, mantenendo la prosperità e la stabilità a lungo termine di Hong Kong e Macao, e promuovendo la riunificazione pacifica alla Madrepatria4. Per raggiungere questo obiettivo e per non permettere altri tentennamenti o passi incerti da parte del Governo della regione autonoma, il Comitato Centrale ha rotto gli indugi per risolvere la crisi nell’ex colonia britannica al fine di mantenere la sicurezza nazionale e di placare le proteste e frenare il rallentamento economico della città-regione5: così, con 2.878 voti favorevoli, sei astenuti ed uno contrario, l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) ha dato il via libera al Comitato permanente – organo operativo dell’Assemblea – di redarre la Legge per la tutela...