Lunedì 9 ottobre, alle ore 17 presso la Sala d’Armi di Palazzo Malvezzi, Via Zambon 22 a Bologna si terrà la conferenza dal titolo Guerra in Siria. Tra geopolitica e diritto internazionale. Organizzata da Eurasia – Rivista di studi geopolitici con Centro Studi Eurasia e Mediterraneo con il contributo di Azione Universitaria e Alma Mater Studiorum Università di Bologna, una giornata per approfondire le tematiche relative alla crisi siriana.
guerra siria
L’origine. Dal 2011 ad oggi, la crisi siriana è stata l’epicentro delle cronache a livello internazionale; un conflitto che ha causato circa 400.000 vittime e l’abbandono della propria casa da parte di 11.000 abitanti. Durante le Primavere Arabe – espressione con la quale si fa riferimento all’ondata di proteste che hanno attraversato i regimi arabi nel 2011, le cui immagini da metà gennaio vennero trasmesse anche in Siria, assieme ai successi che avevano ottenuto in Tunisia e in Egitto – a Deraa, una città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di adolescenti viene arrestato e maltrattato per aver scritto su alcuni muri di una scuola “Il popolo vuole la caduta del regime”e “E’ il tuo turno, dottore” (messaggio rivolto al presidente Assad, laureato in oftalmologia). In seguito a tale evento numerose persone si riuniscono a Damasco, ad Aleppo e a Deraa per manifestare in modo pacifico, ma a causa delle provocazioni esterne (1) si trasformano ben presto in proteste e a seguire in scontri armati, scatenando così una vera guerra civile. Cominciano a svolgersi anche manifestazioni a sostegno di Assad, mentre il governo guidato da Naji al-Otari si dimette. Deraa viene circondata dalle forze armate siriane e la città viene occupata dall’esercito alla fine del mese di aprile. Il 14 aprile viene formato un nuovo governo guidato dal primo ministro AdelSafar, e il 21 aprile viene revocato lo stato di emergenza, il quale era stato imposto nel 1963 dal colpo di stato baathista. Assad concede una serie impressionante di riforme ma l’Occidente non vuole sentire ragioni (2). Il 9 maggio l’Unione Europea impone un blocco economico sulle armi e ordina sanzioni contro la Siria, ma non contro Bashar al-Assad. Per la prima volta si parlerà di crimini contro l’umanità: il regime di Damasco viene accusato con l’intento di utilizzarli per sopprimere le proteste. Nel luglio del 2012 viene fondato il FSA, l’Esercito Siriano libero, col fine di liberare la Siria da Bashar al-Assad. Nel mese di settembre nasce l’SNC, il Consiglio Nazionale Siriano, dove vengono eletti i suoi 140 membri a Istanbul. A novembre la Lega Araba sospende la Siria; più tardi si presenta il Fronte al-Nusra, la milizia islamista legata ad al-Qaeda – dichiarata organizzazione terroristica dagli USA –, e ciò porta alla conquista del 40% del territorio siriano per mano dell’opposizione. Ad agosto del 2013, l’ONU, conferma l’utilizzo di armi chimiche – gas nervino – a Ghouta, nel Damasco, dove Assad lo autorizza a distruggerle (accordo tra USA e Russia). A gennaio del 2014 i miliziani dello Stato islamico (ISIS) sfruttano il caos nel paese e fondano la loro base a Raqqa. L’ONU dal canto suo apre dei tavoli con tutti gli attori nazionali e non nazionali che partecipano al conflitto, ma gli accordi derivanti non reggono e falliscono rapidamente. A settembre nasce la coalizione internazionale contro l’ISIS, istituita dagli Stati Uniti a guida statunitense e supportata anche da vari Paesi che vi partecipano. L’ISIS prosegue l’anno 2015 conquistando altri vari territori rivendicando il suo...
What’s behind the unrest of Western propaganda? When the war in Syria began in 2011, a huge number of Western states supported the so called “moderate rebel fighters” and their uprising against President Bashar Al-Assad and the Syrian Arab Army. The events occurred in the following years brought to light the real face of “moderate rebels”: the opposition to the government is a medley of radical Islamist militant groups, including Nusra Front and Islamic State (1), in a few words, those who once were enemies of the West, are now considered by the media as “freedom fighters”. Seems that the objective of the West is still the creation of a “power vacuum” on the geopolitical chessboard, as they did before in Iraq and Libya. The West, in 2013, tried to legitimise a military intervention claiming that Bashar Al-Assad was using chemical weapons against the population. The “evidences” brought by the media, were inconsistent, and what’s more, it was proved that the so called “rebels” were using chemical weapons (2). This fact and the proofs brought on the news by Russia Today were masked behind a curtain of lies. It’s recent news that the West created fake reports about Russian military’s presence in Syria to create an illusion that the Syrian government has completely lost control over the country. The only true thing about Russia, beyond the moral support to the syrian cause, is the supply of equipment to help fight terrorism. This week Russian Foreign Ministry Spokesperson Maria Zakharova said: “We have always supplied equipment to them for their struggle against terrorists,” Zakharova told New York Times, “We are supporting them, we were supporting them and we will be supporting them” in that fight (3). Some russian specialist were also sent to Syria to teach SAA to operate russian equipment. Russian President Vladimir Putin also confirmed the support that Syria receives from Russia in terms of equipment and training. Humanitarian aid are also supplied by Iran and Russia despite the clousure of greek and bulgarian airspace (recently re-opened). In the last days, the US did everything to put pressure on Greece to deny Russia the use of its airspace, and the same happened yesterday with Bulgaria as reported by Al Arabiya English on its Twitter channel (4). Dispite everthing is so far from being a US style “boots on the ground” operation, Western media are deeply concerned by the perspective of a russian action in Syria although wardrums of a Western intervention are getting louder and louder. The media coverage of the “exodus” from Africa and Syria (continuously mashed-up in order to create confusion in the public opinion), might led France to a military bombing (5) on ISIS as a solution for the migrations. President Hollande, at the same time, didn’t hide that “Nothing must be done that can consolidate or maintain Bashar al-Assad” (6), showing to the world the real objectives of a possible airstrike action in Syria. What is sure is that there’s a sinister urge of...
articolo originale: http://iranmondo.blogspot.it/2015/05/la-siria-nudo-resoconto-dellinviato.html pubblicato da CESE-M su gentile concessione del traduttore. Di seguito riportiamo la traduzione dal persiano dell’intervista rilasciata al quotidiano di Mashad (Iran) “Khorassan” – del 25 maggio 2015 – da parte di Hassan Shemshadi, inviato della TV pubblica iraniana in Siria negli ultimi anni, con una esperienza anche in Iraq, recentemente tornato stabilmente in patria. L’intervista è a cura di Adib Rahimpour e la traduzione in italiano è di Ali Reza Jalali. Quando è partito per la Siria? Sono partito nell’autunno del 2010 e i disordini sono iniziati all’inizio del 2011, in inverno. Quando è partito per Damasco avrebbe mai pensato a una situazione critica di questo tipo? No, assolutamente. Avevo previsto un attacco americano contro l’Iraq, sei mesi prima delle operazioni avevo avuto modo di parlarne coi nostri dirigenti politici, ma nessuno poteva prevedere una situazione così per la Siria e la regione. Vi erano dei problemi, ma non si poteva prevedere una situazione del genere. Dopo essere stato in Iraq, dove ha continuato la sua esperienza? Sono stato tre anni in Iraq, dopo quella esperienza mi sono state fatte diverse offerte di lavoro in altri paesi, come corrispondente stabile, ma ho accettato solo l’ipotesi siriana. Nel 2008 sono stato lì per 45 giorni e mi era piaciuto molto, allora c’era molta sicurezza. Come sono iniziati i disordini in Siria? La prima scintilla fu una manifestazione di protesta contro la polizia in un mercato a Damasco. Poi vi furono i fatti di Der’a, dove alcuni ragazzi fecero dei murales contro il governo, subendo la reazione dei sostenitori di Assad. Poi vi fu una manifestazione in sostengo del governo che fu seguita da manifestazioni di oppositori, i quali chiedevano il rilascio di alcuni prigionieri e la rimozione dei capi della sicurezza locale. Queste richieste della società civile non potevano essere esaudite dalle autorità? In Siria non aveva senso parlare di rivolta della società civile; dall’inizio dei fatti gli esponenti politici come il Ministro dell’Interno promisero riforme e una severa punizione per i trasgressori governativi, ma col passare del tempo le richieste degli oppositori aumentavano. Siamo arrivati al punto che lo stesso Assad volle incontrare 50 oppositori di Der’a, in un meeting di più di tre ore. In ogni caso Der’à fu il cuore della rivolta: gli oppositori presentarono 60 punti al governo, ad esempio chiesero il ritiro delle forze di sicurezza dalla città. Il governo acconsentì e la prima cosa che fecero gli oppositori come risposta, fu la messa a ferro e fuoco della città con azioni di rappresaglia contro i sostenitori del governo. Perché Der’a fu il centro della rivolta? Che caratteristiche aveva questa città? Der’a è una città sunnita al confine con la Giordania. I salafiti qui erano molto attivi. Lo Sceicco Ahmad, l’imam della moschea principale di tale località ha proclamato il jihad dal pulpito. D’altro canto gli oppositori hanno ricevuto sostegno dalla Giordania; in Siria il governo ha cercato di rispondere in modo ragionevole agli oppositori, riformando la legge elettorale, la legge...