14 Giugno 2026

guerra siria

Non tarderà molto prima che gli "eroici ribelli siriani" (bisognerebbe valutare anche quanti di loro sono effettivamente siriani) torneranno ad essere definiti come terroristi nei nostri mezzi di informazione (più o meno, quando avranno esaurito il loro compito e non serviranno più a Tel Aviv e Washington - la seconda, probabilmente, è già indispettita dall'assenza di minacce verso le basi russe).
di Antonio Ratti Un lembo della Siria nordoccidentale, tra il confine turco e la città di Aleppo, è in mano alle milizie di Al-Qaida. Ha un proprio governo e appoggi insospettabili. Una situazione paradossale su cui è caduto un silenzio “assordante”. Un viaggio per capire cosa è rimasto dell’inestimabile patrimonio storico e archeologico. Questo è quanto mi prefiggevo prima di partire per la Siria. Non immaginavo mi sarei trovato di fronte a una situazione così drammatica. Non c’è città o villaggio che non mostri i segni delle distruzioni patite in quasi dodici anni di guerra.
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di Antonio Ratti In che condizioni versano i siti storici e archeologici siriani dopo anni di guerra e il recente terremoto che ha colpito il nord-ovest del Paese e la Turchia meridionale? Un reportage dal paese levantino fa il punto della situazione del suo immenso patrimonio culturale in pericolo. Viaggiare in Siria è un’esperienza che non può non lasciare indifferenti. Non c’è città o villaggio che non mostri i segni del conflitto che ha messo in ginocchio il Paese negli ultimi dodici anni. Una scia di morte e distruzione riassunta in queste statistiche impietose: quasi settecentomila morti (tra civili e militari), tre milioni di feriti e circa dodici milioni di profughi (metà dei quali fuggiti all’estero). Una vera ecatombe, tenendo conto che nel 2011 la popolazione ammontava a poco più di ventidue milioni. Ma sono dati ancora in divenire, in quanto la cosiddetta “guerra civile siriana” – le virgolette sono d’obbligo perché è ormai chiaro che questa definizione è alquanto riduttiva alla luce delle sempre più comprovate interferenze internazionali – è ancora ben lontana dall’essersi conclusa.
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FONTE ARTICOLO: https://www.aljazeera.com/news/2023/5/19/analysis-how-important-is-syrias-return-to-the-arab-league Molti stati arabi hanno accettato che, in Siria, il governo di Bashar al-Assad sia sopravvissuto e, adesso, vogliono tornare alle normali relazioni. Il ritorno della Siria in seno alla Lega araba, con la presenza del presidente Bashar al-Assad all’ultimo vertice dell’organizzazione tenutosi in Arabia Saudita, riguarderà, principalmente, il simbolismo; Tuttavia, riflette un importante cambiamento nel modo in cui gli attori regionali vedono la realtà della sopravvivenza del governo di al-Assad in Siria; modi che sono in contrasto con l’Occidente. Più di 11 anni dopo che la Siria è stata sospesa dall’istituzione panaraba con una decisione seguita alla brutale repressione dei manifestanti dell’opposizione e della conseguente guerra scoppiata nel paese; il consenso emergente nelle capitali arabe oggi, a torto o a ragione, è che affrontare i problemi della Siria richieda impegno con Damasco. Comprendendo la crisi siriana come un problema arabo, gli stati arabi sono determinati a perseguire strategie arabe per superare gli impatti tossici e destabilizzanti di questo conflitto sulla regione. Secondo gli analisti, gli Stati arabi sperano che mitigando il conflitto, possano iniziare a invertire le reti associate al traffico di droga, le crisi dei rifugiati, l’indebolimento della sicurezza delle frontiere e il ruolo intensificato delle forze iraniane e delle milizie sostenute da Teheran in Siria. Secondo Aron Lund, un collega del Century International e analista del Medio Oriente, riconquistare l’appartenenza a pieno titolo alla Lega Araba segna una vittoria importante per il governo siriano, . “Il permesso di rientrare dimostra che la Siria si sta reintegrando nella regione e che altri leader arabi sono fiduciosi che Assad sia qui per restare. Quindi, è una vittoria politica per il governo di Damasco”, ha detto Lund ad Al Jazeera. “Di per sé, porta pochissimi cambiamenti concreti. La Siria ha un disperato bisogno di aiuti e investimenti. La Lega Araba non può fornire nulla di tutto ciò, ma ci sono stati del Golfo Arabo che possono farlo”. L’Arabia Saudita come un peso massimo regionale Uno spartiacque nella reintegrazione della Siria nell’ovile diplomatico del mondo arabo è arrivato all’inizio di quest’anno, quando l’Arabia Saudita ha iniziato a muoversi verso la riconciliazione con Damasco. Sia i terremoti del 6 febbraio che l’accordo diplomatico saudita-iraniano del 10 marzo hanno accelerato il movimento di Riyadh verso la rinormalizzazione delle relazioni con il regime di al-Assad. È giusto concludere che il ritorno della Siria nella Lega araba è diventato possibile solo dopo che l’Arabia Saudita ha cambiato posizione. Sebbene alcuni stati arabi come Qatar, Kuwait e Marocco non abbiano rinormalizzato i rapporti con Damasco e continuino a sostenere che il governo di al-Assad sia illegittimo, Riyadh ha usato la sua influenza di leader nel mondo arabo e islamico per convincerli a non ostacolare il ritorno della Siria alla Lega Araba. La mossa è pragmatica, con Riyad e altre capitali arabe che scelgono di trattare con Damasco in base a come percepiscono gli interessi nazionali dei loro paesi. Dal punto di vista di molti governi arabi, l’attuale strategia degli Stati Uniti e di...
Lega_Araba
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/08/la-siria-firma-accordi-con-liran-e-torna-nella-lega-araba/ La visita del presidente iraniano Ebrahim Raisi e la riammissione del Paese nella Lega Araba hanno dimostrato come il Paese di Assad sia stato reintegrato come membro della comunità internazionale a tutti gli effetti. Dopo oltre dodici anni di guerra civile fomentata dai gruppi terroristici e dalle ingerenze delle forze straniere, la Siria di Baššār Ḥāfiẓ al-Assad sta tornando protagonista sulla scena internazionale, come dimostrano i recenti avvenimenti diplomatici. Lo scorso 3 maggio, infatti, il presidente iraniano Ebrahim Raisi è arrivato a Damasco a capo di una delegazione della Repubblica Islamica, comprendente il ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian, il ministro della Difesa Mohammad-Reza Ashtiani e il ministro del Petrolio Javad Owji. La visita di Raisi ha avuto particolare importanza, in quanto nessun capo di Stato iraniano aveva visitato la Siria dall’inizio della guerra civile. Inoltre, il viaggio del presidente della Repubblica Islamica ha avuto luogo in un momento di escalation tra Israele e Palestina, con la vicina Siria coinvolta e spesso sottoposta ai bombardamenti dell’entità sionista. L’arrivo di Raisi a Damasco ha dunque testimoniato il sostegno di Tehrān nei confronti del legittimo governo siriano, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione strategica bilaterale, in particolare nella sfera commerciale ed economica. In occasione dell’incontro tra i due capi di Stato, Raisi e Assad hanno firmato un memorandum sulla partnership strategica a lungo termine tra Iran e Siria, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa siriana SANA. In particolare, il documento prevede un piano ventennale per la cooperazione commerciale ed economica. Inoltre, le parti hanno firmato accordi per l’istituzione di zone di libero scambio, lo sviluppo del trasporto ferroviario e del servizio aereo, nonché per sviluppare progetti congiunti negli ambiti degli idrocarburi e dell’agricoltura. Secondo quanto riportato dalla stampa siriana, Assad ha osservato che “la Siria e l’Iran costruiscono le loro relazioni sulla base di approcci comuni ai problemi regionali e internazionali“. “La nostra partnership ha superato la prova del tempo“, ha proseguito il leader siriano. “La Siria si è schierata dalla parte dell’Iran durante la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, proprio come l’Iran ha sostenuto il popolo siriano negli ultimi dodici anni nella sua lotta contro i gruppi terroristici“. Secondo il presidente Assad, “i due Stati amici compiono un nuovo passo qualitativo nello sviluppo della cooperazione nell’interesse delle due nazioni, sulla base di principi saldi e di una visione politica comune”. Dal canto suo, Raisi ha affermato che “i rapporti con Damasco sono molto importanti per Tehrān, perché la Siria è al fronte delle forze di resistenza“. Un altro importante evento diplomatico per la Siria ha avuto invece luogo il 7 maggio, quando i ministri degli Esteri della Lega Araba hanno dato il via libera al reintegro di Damasco nell’organizzazione multilaterale. “Il Consiglio dei ministri degli Esteri dei Paesi arabi ha deciso di riportare la Siria al suo posto nella Lega Araba“, si legge nel laconico comunicato rilasciato dopo il vertice tenutosi domenica a Il Cairo. La notizia è stata accolta positivamente non solo dal governo siriano, ma anche da quei Paesi che hanno sostenuto la Siria in questi lunghi anni di conflitto, nei quali il...
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Intervista rilasciata ad Harley Schangler dal Colonnello Richard H. Black presso il Schiller Institute nell’aprile 2021 https://www.youtube.com/watch?v=rzrSHyms_-c&t=1377s Traduzione per il CeSEM di Marco Ghisetti Richard H. Black ha avuto una carriera brillante, è un colonnello veterano in pensione, ex capo della Divisione di Diritto Penale dell’Esercito al Pentagono ed ex senatore nel parlamento della Virginia […] In Siria, Lei fu coinvolto nelle discussioni concernenti il da farsi nella regione e criticò le politiche degli Stati Uniti. Qual è il Suo giudizio riguardo alla situazione attuale per quanto riguarda le cosiddette sanzioni Caesar che sono state proposte da Pompeo ed approvate pressoché all’unanimità dal Congresso? Noi abbiamo fatto scoppiare la guerra, gli Stati Uniti hanno fatto scoppiare la guerra nel 2011. Abbiamo inviato la CIA e agenti speciali per coordinare e condurre le operazioni dei terroristi facenti parte del gruppo di al-Qaeda, che in quel momento stavano attaccando la Siria e il legittimo Governo siriano. Questi terroristi avevano giurato di decapitare tutti i cristiani, gli sciiti, gli islamici moderati; li hanno uccisi e venduto le mogli e figlie ai mercati di schiavi. Gli Stati Uniti furono implacabili alleati, irremovibili sostenitori di al-Qaeda, cioè del gruppo che l’11 settembre ci aveva abbattuto le Torri Gemelle e il Pentagono. Appena dieci anni dopo il trauma delle 3.000 persone morte, cioè dopo il peggior attacco terroristico nella nostra storia, andavamo pienamente d’accordo e agenti della CIA guidavano al-Qaeda nel suo tentativo di abbattere il Governo legittimo della Siria. Io ne fui pienamente coinvolto, nel 2011, ancora prima che scoppiasse la guerra. Allora volevo capire cosa stessimo facendo in Libia, capire perché stavamo abbattendo lo Stato che fino ad allora era stato un grande alleato degli Stati Uniti. Ciò che capii fu che noi stavamo ammassando un’enorme quantità di armi che poi spedivamo in Siria per sostenere i terroristi: era questo il lavoro che mi stavano facendo fare. In battaglia io ho versato il sangue per il mio Paese e l’idea che noi eravamo gli alleati di al-Qaeda fu per me scioccante. Ho indagato molto bene la cosa e non ho trovato nemmeno una prova che mi suggerisse che noi non lo fossimo. Ancora oggi stiamo sostenendo al-Qaeda; oggi il popolo siriano ha completamente respinto tutti i terroristi che noi gli abbiamo gettato contro poiché si sono raggruppati intorno al presidente al-Assad e all’esercito siriano, riuscendo a forzare la mano dei terroristi e gettarli fuori dal Paese. E sarebbero riusciti a ripulire completamente la Siria dai terroristi se gli Stati Uniti non avessero fisicamente inviato là le proprie truppe. Noi tutti ricordiamo che il presidente Obama disse venti, forse trenta volte che gli Stati Uniti non avrebbero mai inviato in Siria nuove truppe ma ha fatto preparare i piani di spedizione proprio mentre lo diceva e ripeteva. Adesso una significativa forza militare statunitense occupa il nord della Siria: la cosa non ha alcuna legittimità politica, eppure le forze statunitensi e turche sono là. Il nord della Siria è una regione molto speciale poiché è...
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Si è tenuto lo scorso 9 giugno 2018 a Vicenza (VI), di fronte ad un folto pubblico, la conferenza dal titolo: “Kosovo ieri, Siria oggi. Le guerre umanitarie“, organizzata dall’Associazione Koreni. Per il CeSEM ha partecipato come relatore Stefano Vernole, il quale si è soffermato sul processo di disgregazione indotta della Jugoslavia guidata da Milosevic iniziato negli anni Novanta, comparandolo poi all’analogo processo di aggressione bellica subito dalla Libia di Gheddafi e più recentemente dalla Siria di Assad. Sono stati quindi analizzati gli effetti dei crimini commessi nella regione balcanica e il carissimo prezzo pagato dalla componente serba a causa della guerre di quel determinato periodo storico. E’ stato comunque sottolineato che l’effetto domino inaugurato in Iraq nel 1991, è stato temporaneamente interrotto grazie all’intervento militare della Russia in Siria; la situazione geopolitica è oggi molto più favorevole rispetto al 1999, anche se fu proprio la resistenza di Belgrado all’attacco della NATO a favorire poi l’avvento al Cremlino di Vladimir Putin. I Paesi eurasiatici stanno perciò costruendo un nuovo ordine geopolitico multipolare, alternativo all’unilateralismo statunitense e alla sua tendenza espansionistica.
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L’incontro trilaterale di Sochi dello scorso 23 e 24 novembre ha visto come protagonisti i presidenti Putin, Erdogan e Rouhani come attori di rilievo nel decision making della Siria post Califfato. L’incontro di Sochi per quanto fondamentale circa il destino del popolo siriano non è stato altro che l’ultimo tassello di una lunga trattativa diplomatica già avviata da tempo. Il primo incontro multilaterale per la risoluzione della crisi siriana ha visto il suo fondamento il 23 gennaio scorso nella capitale kazaka, Astana, nel momento in cui era evidente che l’intervento russo in Siria accanto alle truppe governative diveniva col passare dei giorni sempre più decisivo e risolutivo per la sconfitta dell’autoproclamato Stato Islamico. Ad oggi il “Processo di Astana” si potrebbe definire come una prova generale in vista di un incontro post ISIS, materializzatosi nell’incontro di Sochi. Volendo azzardare un paragone storico, il ruolo che ha giocato il processo di Astana per la Siria è stato tanto simile all’incontro di Yalta quanto l’incontro di Sochi alla Conferenza di Potsdam. Va specificato che durante il Processo di Astana giocarono un ruolo sostanziale quelle opposizioni che sono mancate a Sochi, volutamente non invitate, onde evitare che si creasse un clima di ostilità che avrebbe immancabilmente messo in ombra la vittoria del presidente Assad e dei suoi alleati contro le forze estremiste. Infatti a Sochi sono mancati sia il leader di al-Islam Mohammed Alloush, che aveva cercato di denunciare e mettere fine ai presunti crimini commessi dal Governo siriano sia un rappresentante del Free Syrian Army, entità che convoglia al suo interno altri numerosi gruppi che lottavano contro il presidente Bashar al-Assad. Ovviamente rimasero esclusi tutti i gruppi jihadisti fra cui lo Stato islamico e l’ex Fronte di al Nusra. L’appuntamento di Astana si è rivelata un’opportunità, non replicata nei giorni scorsi in Russia, per coinvolgere i vertici dei gruppi ribelli nel processo politico e mettere così fine al bagno di sangue che da mesi stava dilagando in Siria e che si rischia di replicare a breve se non verranno coinvolte le plurime opposizioni. Motivo per cui il main focus dell’incontro di Sochi è stato quello di voler tracciare una road map circa le tappe che dovrà seguire la ricostruzione in Siria, linea suggerita in gran parte da Mosca, che però ha trovato fin da subito l’opposizione del Governo turco, facendo così delineare fin da subito una differenza di vedute tra la diplomazia russa e quella turca circa il destino dell’organizzazione curdo/siriana YPG ( l’unità di protezione popolare più numerosa e organizzata facente parte della milizia curda e nata nel 2004 come braccio armato del Partito dell’Unione Democratica; rimasto escluso da tutte le azioni violente fino allo scoppio della guerra civile siriana). Ankara vede nell’YGP un’organizzazione terroristica affiliata ai partiti politici del DTP (Partito per una società democratica) e del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), entrambi dichiarati fuorilegge dalla Corte Costituzionale turca, in quanto accusati di essere separatisti e fautori di attentati. Il problema creato dall’YGP per Ankara è talmente grave...
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Pubblichiamo l’intervento di Stefano Vernole al convegno Guerra in Siria. Tra geopolitica e diritto che si è tenuto a Bologna il 9 ottobre 2017. Situazione storica siriana: Hafez al Assad, baathista, è un fiero avversario di Israele che combatte nelle guerre del 1967, 1973 e 1982 (in Libano); la Siria è geopoliticamente vicina al campo sovietico, da Mosca l’esercito di Damasco (servizi segreti compresi) riceve il suo addestramento militare. Caduta l’URSS, con la Guerra del Golfo Persico assistiamo al primo avvicinamento tra Siria e Occidente (ricordiamo che Damasco è alleata di Teheran, mentre il baath siriano è rivale di quello iracheno), in cambio di una sorta di protettorato siriano sul Libano. Tuttavia dopo la Guerra all’Iraq, il Centro studi strategici di Washington elabora un rapporto che chiarisce come: “Per quanto riguarda i siriani, la sfida è convincere la Siria a trattare seriamente con Israele, l’alternativa è la guerra o l’isolamento siriano, Gli USA hanno come alleati importanti, oltre ad Israele e Turchia, Egitto e Arabia Saudita, i cui rapporti vanno utilizzati per contenere la Siria obbligandola ad adattarsi alla politica della coalizione a guida statunitense”. La Siria continua perciò nella sua politica antimperialista, appoggiando Amal ed Hezbollah in Libano, con la liberazione del sud del Paese (2000); rimane aperta la questione delle Alture del Golan, alle quali Israele annette le fattorie di Shebaa. Viste le minacce della Casa Bianca dopo l’11 settembre 2001 – Bush r. inserisce Damasco nell’”Asse del Male” – vengono promulgate alcune leggi USA per fare pressioni su un possibile “cambio di regime”, la Siria sostiene in parte la resistenza irachena contro l’occupazione statunitense e concede ospitalità ai capi di Hamas. Improvvisamente, con gli sciiti al Governo a Baghdad e il rafforzamento dell’Iran (il quale propone un accordo di libero scambio ad Iraq, Libano, Siria e Turchia), la situazione geopolitica nell’area torna a mutare; Qatar e Turchia iniziano a corteggiare la Siria, la quale accetta di normalizzare i rapporti e si dice pronta ad una trattativa anche con i Paesi occidentali. Scoppiano allora le “rivolte arabe”, in parte frutto di moti spontanei in parte eterodirette, dovute ad una serie di fattori economici (speculazione sul prezzo del cibo), all’utilizzo dei social network, delle tv come Al Jazeera ed Al Arabiya ecc. Esse ricordano molto le “rivoluzioni colorate” made in USA. Il colpo di Stato contro Gheddafi non riesce, perciò nel 2011 gli si scatena una vera e propria guerra, manipolando una Risoluzione dell’ONU che prevedeva il divieto di voli nello spazio aereo; contemporaneamente francesi e statunitensi attuano un golpe anche in Costa D’Avorio. Va sottolineato come in quel momento, Libia, Libano, Siria e in parte l’Algeria siano le uniche nazioni dell’area che non fanno parte del programma della NATO “Dialogo Mediterraneo”; ricordiamo che il 65% del petrolio e del gas naturale consumati in Europa passa attraverso il Mediterraneo Mentre si aggredisce la Libia si destabilizza la Siria, Bashar al Assad viene minacciato e il Paese sanzionato; una prima rivolta, frutto anche dell’incompetenza delle autorità locali, scoppia in marzo a...