14 Giugno 2026

guerra informazione

ukraine-press
di Alessio Tosco Ogni guerra ha bisogno di una giustificazione, è infatti innegabile come l’opinione pubblica, di tutti i Paesi del mondo, democratici o meno, è per sua natura restia a giustificare l’intervento armato del proprio Paese. Vuoi per mero egoismo, il fatto di poter essere chiamati alle armi e rischiare la propria vita, vuoi per una sorta di empatia nei confronti del popolo attaccato, vuoi per una sincera opposizione alle decisioni del proprio governo. C’è quindi il bisogno per i governanti di fare leva sui sentimenti più profondi del proprio popolo per convincerlo a intraprendere un’operazione militare che il più delle volte non prevede una chiara data di conclusione, un conflitto di una durata indeterminata e dai costi non quantificabili preventivamente. Il casus belli deve quindi provocare nella popolazione un vero sdegno, una condizione davanti alla quale è impossibile tirarsi indietro, e soprattutto deve creare un nemico disumano; una disumanizzazione dell’avversario per la quale il suo annientamento è giustificato dal fatto di essere dalla parte giusta della barricata, dalla parte dei buoni. E questo è vero soprattutto nell’epoca contemporanea, a partire dalle guerre successive alla Seconda Guerra Mondiale, e in particolar modo a quelle degli ultimi tre decenni in cui l’utilizzo dei mass-media è diventato centrale nell’influenzare l’opinione pubblica. Va da sè che la manipolazione delle informazioni è divenuta centrale in questo periodo. Dall’11 settembre in poi nel nome della “sicurezza collettiva”, del “bene comune” e degli “interessi di tutti” si sono potute giustificare azioni estreme in contrasto con ideali e cultura dominanti, «azioni che in altri tempi sarebbero state inammissibili, ma che nel clima prodotto dalla “guerra al terrorismo” diventano quasi ordinarie, rientrano in una routine accettata dall’opinione pubblica in quanto necessaria» (Chiais M., Menzogna e propaganda. Armi di disinformazione di massa, Lupett-Editori di comunicazione, Milano, 2007, p.17) Se è vero che un fatto esiste solo nel momento in cui viene comunicato, amplificato e “distribuito” alla popolazione, la sua negazione e inesistenza si ha con il suo occultamento, che ne nega l’effetto. In quest’ottica allora possiamo interpretare l’estromissione dei giornalisti dai territori in cui è in atto un’operazione bellica, non avere notizie da comunicare nega l’esistenza stessa dell’evento bellico; e in questo furono maestri gli USA che già nel 1983 a Grenada e nel 1989 a Panama negarono l’accesso ai giornalisti nei teatri operativi, per neutralizzare effetti negativi sul «piano della legittimità e dell’approvazione internazionale» (Chiais M. 2007:23) Durante la prima Guerra del Golfo invece la manipolazione delle informazioni da parte del governo americano si avvalse di un metodo che potremmo dire opposto a quello utilizzato per le operazioni a Grenada e Panama. In questo caso infatti si ebbe quella che viene definita “manipolazione per inondazione di notizie”, i giornalisti infatti furono sommersi da documenti filmati e fotografici «ed ebbero la netta sensazione, almeno per i primi tempi, di essere veramente di fronte ad una struttura impegnata a fornire massima collaborazione», quando in realtà questa collaborazione di facciata non era altro che «un meccanismo di gestione dell’informazione...