8 Settembre 2026

guerra balcani

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di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 7 maggio 1999, nell’ambito della guerra di aggressione perpetrata dalla NATO contro la Jugoslavia, le forze del Patto Atlantico bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo tre giornalisti del Paese asiatico. Nel maggio del 1999, eravamo nel pieno dell’operazione Allied Force, nome scelto per indicare la guerra d’aggressione perpetrata dalle potenze della NATO a guida statunitense nei confronti della Jugoslavia, al fine di provocare la caduta del presidente legittimo Slobodan Milošević e la perdita di parte del territorio nazionale attraverso la creazione di un Kosovo indipendente. Il 7 maggio, tuttavia, avvenne un grave episodio che coinvolse un Paese terzo, quando gli attacchi aerei colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando la morte di tre giornalisti del Paese asiatico, Shao Yunhuan, Xu Xinghu e Zhu Ying. A 23 anni da quell’evento, alti rappresentanti di Cina e Serbia si sono riuniti per commemorare l’attacco terroristico perpetrato dalla NATO e le sue vittime. La delegazione diplomatica orientale è stata guidata da Tian Yishu, incaricato d’affari presso l’ambasciata cinese in Serbia, mentre per il governo serbo hanno partecipato, tra gli altri, il ministro degli Interni, Aleksandar Vulin, e il ministro dell’Occupazione e degli Affari Sociali, Darija Kisić Tepavčević. Tian ha affermato che il popolo cinese non dimenticherà mai le barbare atrocità commesse dalla NATO, né dimenticherà che la NATO ha bombardato il paese per 78 giorni consecutivi con il pretesto di “salvaguardare i diritti umani“. Vulin ha affermato che l’invasione della NATO nel 1999 ha rappresentato un crimine contro una nazione sovrana e il suo popolo e ha violato gravemente il diritto internazionale. “La Serbia non smetterà mai di chiedere alla NATO di assumersi la responsabilità dei suoi crimini e la Serbia sarà sempre un amico affidabile per la Cina“, ha osservato il ministro di Belgrado. L’episodio era stato ricordato anche in una conferenza stampa tenuta lo scorso 24 febbraio dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, il quale aveva affermato che “la NATO ha ancora un debito di sangue nei confronti del popolo cinese“. “Ironia della sorte, mentre le persone in Cina e Serbia commemorano la morte delle vittime delle barbare atrocità della NATO guidate dagli Stati Uniti 23 anni fa, la NATO non ha affievolito la sua agenda espansionistica né attenuato la sua aggressione, alimentando le fiamme sulla crisi ucraina e infangando la Cina con accuse diffamatorie“, commenta un articolo pubblicato dal Global Times. Dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese, l’allora presidente Bill Clinton e il segretario di Stato alla Difesa William Cohen si affrettarono a scusarsi e a giustificare l’episodio come un incidente causato dall’utilizzo di una “mappa obsoleta“: “In parole povere, uno dei nostri aerei ha attaccato il bersaglio sbagliato perché le istruzioni di bombardamento erano basate su una mappa obsoleta“, furono le precise parole di Cohen. “Il nocciolo della spiegazione della CIA era difficile da credere per molti: l’esercito più avanzato del mondo aveva bombardato un altro Paese membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e uno dei più accesi oppositori della campagna aerea della NATO a causa di un errore di mappatura“, avrebbe commentato Kevin Ponniah in un articolo pubblicato dalla BBC nel ventennale dell’attacco....
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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerra in Ucraina riguarda indirettamente la questione dei Balcani. La situazione di queste nazioni dallo smantellamento della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, è pertanto sempre preoccupante, in quanto le operazioni militari americano-occidentali non hanno apportato la pace e la prosperità come preteso da quanti volevano giustificarle ma guerra e povertà, al punto che gli antagonismi tra le etnie e le religioni sono sempre presenti e mantengono la regione instabile. I “conflitti congelati” della ex Jugoslavia sono altrettante bombe a scoppio ritardato innescate dagli occidentali e non chiedono che di esplodere. Alcuni si attivano per farlo. Se si consulta una carta, si vede che a causa della loro posizione geografica gli Stati e le entità derivanti dalla ex Jugoslavia, che siano la Serbia, la Macedonia e la Republika Srpska, alle quali si devono aggiungere al di fuori di quest’ultima l’Ungheria e la Grecia, formano una spina nelle retrovie delle postazioni avanzate della NATO come la Romania e la Bulgaria. Certamente l’Ungheria e la Grecia sono anch’esse paesi della NATO ma il Presidente della prima intrattiene delle buone relazioni con Vladimir Putin e la seconda, malgrado i problemi che oggi sono ben noti, è il solo paese della NATO a non aver partecipato ai bombardamenti della Serbia nel 1999 e dovrebbe anch’essa intrattenere buone relazioni con la Russia. C’è all’interno di quello che viene chiamato il Corridoio energetico n. 10, tra la puszta ungherese e il porto di Salonicco, una falla nel dispositivo euro-atlantico, un piccolo vuoto che l’Occidente cerca di colmare in tutti i modi e che domani dovrà destabilizzare o neutralizzare.   Lo squartamento serbo Tra l’Est e l’Ovest. Tra la Russia e la “ZOA, Zona di Occupazione Americana”, secondo un’espressione ripresa da Henri Gobard (1). La Serbia è anch’essa allo stesso tempo libera e occupata. Libera perché il suo popolo slavo ortodosso si sente vicino ad una Russia di cui condivide la scrittura in cirillico e un rigetto maggioritario dell’Unione Europea e ancora di più della NATO. I sondaggi effettuati dopo i bombardamenti dell’Alleanza Atlantica lo mostrano senza possibilità di equivoci. Occupata perché la classe politica è in maggioranza collaborazionista, la stampa è interamente nelle mani e dalla parte dell’Occidente, le imprese e le ricchezze del sottosuolo sono state sgraffignate dalle società occidentali o dagli interessi delle petromonarchie arabe. Dopo la caduta di Slobodan Milosevic la democratizzazione e la libertà della stampa e del commercio si sono tradotte nella dominazione americano-occidentale sul “bestiame” politico, sui media scritti e audio-visivi così come sulle risorse. Generato da una scissione organizzata alle spalle dei Radicali da Washington e Londra, il principale partito al potere si è fatto eleggere su una piattaforma patriottica per tradire le sue promesse elettorali. Il Partito progressista serbo non è differente da quei puri artisti di centro destra che occupano la scena politica nei loro rispettivi paesi per applicare le parole d’ordine e le misure dettate da Washington e da Bruxelles....
Guerra-balcani
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerre d’Ukraine a un peu détourné des regards la question des Balkans. La situation des pays issus du démantèlement de la République Fédérative Socialiste de Yougoslavie, est pourtant toujours préoccupante, les opérations militaires américano-occidentales n’ayant pas apporté la paix et la prospérité comme prétendu pour els justifier mais la guerre et la pauvreté, alors que les antagonismes entre les ethnies et les religions sont toujours là et maintiennent l’instabilité. Les “conflits gelés” de l’ex Yougoslavie sont autant de bombes à retardement posées par les Occidentaux et qui ne demandent qu’à exploser. Certains s’y activent.   Si l’on consulte une carte, on voit que par leur situation géographique les Etats et entité issus de l’ex Yougoslavie que sont la Serbie, la Macédoine et la Republika Srpska, à quoi l’on doit aujourd’hui ajouter en dehors de cette dernière la Hongrie et la Grèce, forment une épine dans le dos des postes avancés de l’Otan que sont la Roumanie et la Bulgarie. Certes la Hongrie et la Grèce sont eux aussi des pays de l’Otan mais le président de la première entretient de bonnes relations avec Vladimir Poutine et la deuxième, avec aujourd’hui les problèmes qu’on lui connait, le seul pays de l’Otan à ne pas avoir participé aux bombardements de la Serbie en 1999, devrait lui aussi entretenir de bonnes relations avec la Russie. Il y a dans ce que l’on a appelé le “Corridor N°10”, entre la puszta hongroise et le port de Thessalonique, une partie faible dans le dispositif euro-atlantique, un vide que l’Occident chercher par tous les moyens à combler et qu’il lui faut demain déstabiliser ou neutraliser.   L’écartèlement serbe Entre l’Est et l’Ouest. Entre la Russie et la “ZOA, Zone d’Occupation Américaine”, selon une expression reprise à Henri Gobard (1). La Serbie est elle-même à la fois libre et occupée. Libre parce que son peuple slave orthodoxe se sent proche d’une Russie dont elle partage l’écriture en cyrillique et un rejet majoritaire de l’Union Européenne et encore plus de l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord. Les sondages effectués depuis les bombardements de l’OTAN le montrent sans équivoque. Occupée parce que la classe politique est majoritairement collaborationniste, que la presse est entièrement aux mains et du côté de l’Occident, enfin parce que les entreprises et les richesses du sous sol ont été rafflées par des sociétés occidentales ou des intérêts pétromonarchiques arabes. Après la chute de Slobodan Milosevic, la démocratisation et la liberté de la presse et du commerce se sont traduits par la main mise américano-ocidentale sur le cheptel politicien, les médias écrits et audio-visuels ainsi que les ressources. Issu d’une scission organisée sur le dos des Radicaux par Washington et Londres, le principal parti au pouvoir (2) s’est fait élire sur une thématique patriote pour trahir ses promesses électorales. Le Parti progressiste serbe n’est pas différent de ces pur artis dits de centre droit qui occupent la scène politique...