Dall’Arabia Saudita agli Emirati, dall’Oman all’Iraq, il Medio Oriente cerca di riadattarsi per salvaguardare la sua economia e il suo ruolo di cerniera logistica tra Europa e Asia.
Golfo Persico
Gli USA, così come hanno fatto con il conflitto in Ucraina e la distruzione del Nord Stream, puntano ora a diventare i principali esportatori di petrolio verso Europa e in parte Asia dopo esserlo già di GNL.
Nel pieno dell’escalation militare contro l’Iran e dell’aggravarsi dell’instabilità regionale, Cina e Pakistan rilanciano una piattaforma diplomatica comune fondata su cessate il fuoco, sicurezza della navigazione, tutela dei civili e centralità della Carta delle Nazioni Unite.
Mentre i principali snodi energetici del pianeta si trasformano in zone di guerra, l'Europa si scopre vulnerabile come mai prima d'ora. Abbiamo analizzato lo scenario con Alessandro Volpi. docente di Storia contemporanea e Storia del movimento operaio e sindacale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Storico attento alle dinamiche dei mercati finanziari e alla loro evoluzione contemporanea, Volpi è autore di numerosi saggi che indagano le trasformazioni del capitalismo e i processi di finanziarizzazione dell'economia. La sua analisi si distingue per la capacità di connettere i mutamenti geopolitici globali con le ripercussioni concrete sui sistemi produttivi locali, offrendo una prospettiva critica sull'attuale architettura economica internazionale.
di Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/02/la-casa-bianca-ricorda-a-riad-chi-e-il-suo-migliore-amico/ Nell’amministrazione di Joe Biden si sono accorti solo adesso che in Arabia Saudita vengono violati i diritti dei cittadini, una clamorosa disattenzione oppure qualcos’altro bolle in pentola? Come tutti sanno benissimo il regime di Riad è sempre stato uno dei più fedeli alleati della Casa Bianca in medio oriente e uno dei migliori clienti per l’acquisto di armamenti che poi sta usando, per esempio, nella guerra contro lo Yemen. Dal punto di vista militare l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita aveva come principale obiettivo quello di contrastare l’espansione nella regione dell’Iran oltre a rappresentare, sul piano economico, un importante fornitore di petrolio. Ma negli ultimi tempi qualcosa non va nelle relazioni tra i due paesi ed a Washington iniziano a preoccuparsi. Il regime di Riad non è certo un campione nel rispetto dei diritti dei suoi cittadini ed in particolare dei diritti delle donne, ma risulta abbastanza strano che alla Casa Bianca, sempre attenta a vigilare sul rispetto dei diritti umani, non si fossero ancora accorti che in Arabia Saudita qualcosa non va. Forse gli sviluppi degli ultimi mesi non sono piaciuti a Joe Biden ed alla sua amministrazione. La decisione di Riad e Teheran di riallacciare le relazioni diplomatiche grazie alla mediazione cinese, l’avvicinamento con Pechino, il tentativo di passare alle quotazioni del petrolio in yuan invece che in dollari, potrebbero essere tra le cause che hanno fatto sì che alla Casa Bianca si accorgessero solo adesso che l’Arabia Saudita sta violando i diritti della sua popolazione. infatti cinque giorni dopo che l’Arabia Saudita e l’Iran hanno concordato la normalizzazione delle relazioni, il senatore democratico Chris Murphy e il senatore repubblicano Mike Lee hanno presentato una risoluzione che chiede al Dipartimento di Stato di riferire sulla situazione dei diritti umani in Arabia Saudita e di controllare anche lo Yemen, dove i sauditi combattono da anni contro i ribelli locali, uccidendo regolarmente i civili. Alla Casa Bianca si sono accorti pure che è in corso una guerra tra gli sceicchi sauditi e lo Yemen dopo nove anni di combattimenti e migliaia di morti oltre al fatto che nel paese si sta consumando la più grave crisi umanitaria degli ultimi tempi. Altra casuale disattenzione della Casa Bianca, ma si sa a Washington hanno molte cose a cui pensare… Ma cosa intendono fare alla Casa Bianca per tentare di riportare in carreggiata Riad? Semplice, ridurre o addirittura interrompere completamente l’aiuto militare agli sceicchi sauditi. Una volta che il Congresso degli Stati Uniti avrà ricevuto il rapporto, i membri del Congresso potranno sospendere anni di aiuti militari al regno. La decisione in questo caso sarà presa sulla base della sezione 502B della legge sull’assistenza all’estero, che in precedenza era stata utilizzata solo nel 1976. Si tratta di una situazione interessante: naturalmente gli Stati Uniti erano ben consapevoli di ciò che stava accadendo in medio oriente e delle politiche che la leadership del Paese arabo stava perseguendo, ma hanno deciso di agire solo...
di Bradley Blankenship ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SUL SITO COVERT GEOPOLITICS Pechino riesce a mantenere partenariati strategici con altri paesi nonostante le loro dispute settarie in corso. Il presidente cinese Xi Jinping ha portato a termine la sua visita “epocale” in Arabia Saudita, mentre Pechino, potenza economica asiatica, cerca nuove incursioni nella regione del Medio Oriente tra le crescenti turbolenze tra Riyadh e i tradizionali alleati di Washington. Nonostante il fatto che il paese mediorientale sia stato a lungo una monarchia teocratica, in Occidente sono emerse nuove critiche sulla discutibile situazione dei diritti umani di Riyadh. La Cina, tuttavia, si sta muovendo senza avanzare tali critiche che sono – sebbene per lo più valide – il più delle volte irte di audace ipocrisia, data la propensione dell’Occidente sia a condurre guerre di aggressione unilaterali che a calpestare le libertà civili della sua popolazione domestica. In effetti, la politica cinese di rigorosa non interferenza negli affari di altri paesi si è concretizzata in Medio Oriente con notevole successo. Mentre Washington, infatti, negli anni ha alimentato i disaccordi settari tra musulmani sunniti e sciiti trascinando gli Stati del Golfo e l’Iran in conflitti per procura, Pechino ha perseguito una fruttuosa strategia di cooperazione economica con entrambe le parti in lotta – Arabia Saudita e Iran – senza subire proteste da nessuna delle due parti. All’inizio di quest’anno, la Cina ha, effettivamente, firmato uno storico accordo della durata di 25 anni con l’Iran, l’avversario regionale dell’Arabia Saudita, che include partnership in molti campi, tra cui commercio, economia e trasporti. La Cina all’inizio di quest’anno ha anche presentato un’iniziativa di sicurezza in cinque punti sul raggiungimento della sicurezza e della stabilità in Medio Oriente. Come affermato dal Ministero degli Esteri cinese, i punti di questa iniziativa prevedono di sostenere il rispetto reciproco; sostenere l’equità e la giustizia; raggiungere la non proliferazione nucleare; promuovere, congiuntamente, la sicurezza collettiva; e accelerare la cooperazione allo sviluppo. Ciò è stato accolto calorosamente dai Paesi della regione e rappresenta un modello per il modo in cui la Cina vuole promuovere la cooperazione in materia di sicurezza senza avviare guerre unilaterali con false pretese, come hanno fatto, ad esempio, gli Stati Uniti in Iraq. Ma la visita di Xi si è concentrata principalmente sulla cooperazione economica. Negli ultimi mesi, dopo aver votato – all’interno del formato OPEC + – a favore di un taglio alla produzione di petrolio in ottobre, nonostante le richieste del presidente americano Joe Biden di aumentare la produzione al fine di abbassare i prezzi del carburante – richieste avanzate senza dubbio per aiutare le probabilità del suo partito nelle elezioni di medio termine del mese scorso – l’Arabia Saudita attirato l’ira di Washington. Da quella decisione, Riyadh ha dimostrato tutta la sua mancanza di desiderio di essere bloccato dall’Occidente e, così, adesso sta diversificando le sue relazioni diplomatiche girando lo sguardo verso est. In qualità di firmatario della Belt and Road Initiative (BRI) ideata da Pechino e il suo essere uno snodo chiave nel collegamento tra Asia,...
Realtà tra le più dinamiche e innovative a livello globale, capace di passare dall’essere un piccolo reame ad uno dei Paesi più attivi a livello internazionale, il Qatar vedrà la sua economia crescere anche nel 2018. Nelle previsioni, infatti, Il prodotto interno lordo qatariota dovrebbe far registrare un +3.1% salendo dal 2.5% con cui si è chiuso il 2017. Questo è quanto annunciato dal Governatore della Banca Centrale del Qatar, lo sceicco Abdulla bin Saoud al-Thani, nel novembre del 2017; il dato relativo al pil reale è fortemente legato alla ripresa dei prezzi globali del greggio e dei loro positivi effetti di ricaduta sull’economia del piccolo emirato arabo. Ciò non deve stupire poiché l’economia del Qatar è incentrata sulle immense risorse petrolifere e sui giacimenti di gas che possiede. Doha detiene riserve di petrolio stimate in più di 25 miliardi di barili, con una produzione giornaliera di 1.3 milioni dei quali la quasi totalità esportata. Per quanto riguarda il gas naturale, invece, il Qatar detiene riserve per il 15% di tutti giacimenti mondiali (quasi 900.000 miliardi di metri cubi, terzo paese mondiale dietro la Federazione Russa e la Repubblica Islamica dell’Iran) ed è capace di una produzione che ammonta a 159 miliardi di metri cubi annui, di cui 125 vengono destinati all’esportazione. Negli ultimi anni il settore industriale è cresciuto in modo esponenziale mentre i servizi sono legati soprattutto alle attività bancarie e finanziarie. Le stime dell’Economic Insight: Middle East Q4 2017, documento prodotto dalla Oxford Economics alza al +3.4% la previsione di performance dell’economia del piccolo stato che si affaccia sul Golfo Persico che nel 2018 sarà la seconda economia regionale per velocità di crescita, superata soltanto da quella dell’Oman che, nelle previsioni, dovrebbe crescere con un tasso del 5% (le stime per l’area dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) parlano di un tasso di crescita dello 0.3%) Nel 2019, invece, il Qatar dovrebbe far registrare un +3.9%. Il deficit fiscale del Qatar è stato riportato a livelli gestibili ed è molto più basso rispetto ad altri paesi della regione. Si stima che nel 2017 il disavanzo si sia ridotto al 5% del PIL rispetto al 9% del 2016, grazie alle maggiori entrate dovute a un aumento anno su anno dei prezzi del petrolio e del gas più che compensando un modesto aumento della spesa pubblica. Stando ai dati relativi ai primi momenti del 2018, la bilancia commerciale di Doha – la differenza tra il totale delle esportazioni e delle importazioni – è in attivo e registra un surplus di circa 16 miliardi di ryal (3.5 miliardi di euro), un incremento del 52.2% rispetto a gennaio 2017. Il mercato asiatico è il principale destinatario delle esportazioni che partono da Doha: Corea del Sud, Giappone, Cina, India, Singapore sono, infatti, i primi cinque partner commerciali per quel che riguarda l’export (soprattutto gas, petrolio e derivati). Per quanto riguarda le importazioni – veicoli per il trasporto delle persone e apparecchiature elettriche e elettroniche – i principali paesi cui si rivolge l’emirato sono...