di Patrizio Antonini Giorgio Bianchi – Teatri di Guerra ContemporaneiMimesis 2021 Quando un fotografo conduce un lavoro di documentazione a lungo termine in un territorio non si limita ad accumulare immagini in un hard disk, ma diventa in qualche modo parte integrante del tessuto sociale di quel luogo. L’accesso privilegiato nell’intimità delle vite dei protagonisti fa sì che il suo punto di vista diventi sovrapponibile, o quantomeno complementare, a quello dei personaggi delle sue storie. In quest’ottica, la testimonianza del fotografo non si limita a fungere da didascalia alle immagini, ma diviene anch’essa parte del racconto. Teatri di guerra contemporanei, oltre a raccogliere alcune delle più significative immagini realizzate da Giorgio Bianchi in Siria e Ucraina, è il racconto dei conflitti avvenuti in quei luoghi e delle loro conseguenze sulle popolazioni attraverso gli occhi di un testimone che li ha vissuti in prima persona assieme ai protagonisti delle sue storie. 1. Il Teatro Esistono motivi, per molti banali e scontati, eppure così sfuggenti al lettore e al giornalista dei media massivi, che rendono il controllo della Crimea inquadrabile nelle logiche di espansione e di vantaggio tellurico e talassocratico d’una potenza che sono parte di strategie secolari. Ancor più sfuggenti, agli stessi soggetti, seppur, come detto, “banali” per altri, sono quei motivi che hanno poi risucchiato le ragioni del conflitto della Crimea nell’imbuto del Donbass, scenario che Giorgio Bianchi ha documentato in una maniera che potremmo definire unica, con la sua pubblicazione Teatri di Guerra Contemporanei (Mimesis, 2021). Le ragioni di principio possono essere certamente inserite già in un contesto di fine ‘800 e nelle parole di colui che per molti è il padre di quella scienza chiamata Geopolitica, Halford Mackinder: “Chi controlla l’Europa orientale comanda l’Heartland, chi comanda l’Heartland comanda il world island, chi comanda il World Island comanda il mondo” [1] (Halford Mackinder) Le parole di Mackinder esprimono, tra le altre cose, il sottotesto riguardante un bisogno del Regno Unito di uscire da una spinta egemonica mondiale indebolita nelle fasi vittoriane, in un periodo poco postumo a quello che vedeva in alcuni stati nazionali uno slancio vigoroso; come quello degli Stati Uniti di Abramo Lincoln e il suo sistema economico che, trovava una sinergia sull’argomento dell’abolizione dello schiavismo con La Russia dello Zar Alessandro II che programmava al contempo il suo sviluppo ferroviario. (1) Temuta era anche la Germania in un periodo di massima audacia ed in generale uno sviluppo autonomo e protezionistico degli stati nazionali definiti già al tempo “egoisti e autocratici”, (2) che non poco preoccupavano una parte dell’Inghilterra. Quella parte, intendiamo, più incline all’abbandono delle logiche elitarie nazionali e tradizionaliste di stampo vittoriano e più propensa invece ad instaurare strategie “contro-elitarie” progressiste, sovrannazionali e globali che si sarebbero espresse, lungo il ‘900, a forme ammodernate e camuffate di imperialismo. Solo in parte questo discorso è ereditato da quello volto ad esaminare i tanti “teatri di guerra” – a volerla dire con il titolo del reportage di Giorgio Bianchi – che nella storia hanno attraversato la...