6 Ottobre 2026

geopolitica dell’immigrazione

immigrati
L’aggressione militare della NATO alla Jamahiriya libica guidata da Gheddafi, spacciata per continuazione del processo destabilizzatore denominato “rivolte arabe”, ha provocato come conseguenza più evidente e immediata l’impennata degli sbarchi dei migranti in Europa (specie in Italia) attraverso il Mar Mediterraneo. L’attuale guerra alla Siria baathista del Presidente Assad rappresenta oggi l’altro spartiacque che, almeno agli occhi dei mass media occidentali, favorisce inevitabilmente il processo migratorio dal Vicino Oriente all’Italia. Ma le cose stanno davvero così? Esiste un nesso diretto tra guerra e migrazione, oppure il fenomeno di sradicamento degli esseri umani nasconde interessi geopolitici particolari? L’area mediterranea può essere suddivisa in tre differenti zone: il Maghreb, il Vicino Oriente e i Balcani che si distinguono in diverse tipologie migratorie (dovute a lavoro, riunificazione familiare, solidarietà etnica e religiosa, interessi criminali …) ma anche per una forte interdipendenza economica. Lampedusa, nell’estremo sud della Sicilia, è a soli 100 km dalla Tunisia, molte isole del Dodecaneso in Grecia si trovano a meno di 5 km dalle coste della Turchia; diverse nazioni interessate dal fenomeno migratorio sono firmatarie della Convenzione Internazionale sui rifugiati, sugli apolidi e sui diritti dei bambini. Il primo effetto collaterale di questa prossimità geografica si ebbe nel 2011, quando oltre 60.000 migranti (in gran parte provenienti dalla Tunisia) sbarcarono in Italia dopo lo scoppio della “primavera araba”. La guerra illegale alla Libia – ricordiamo che la Risoluzione dell’ONU 1973/2011 prevedeva l’instaurazione di una no fly zone non solo per i velivoli della Jamahiriya ma anche per gli aerei dell’Alleanza Atlantica – ha ulteriormente intensificato questo fenomeno migratorio, finendo per saldarsi con la “crisi siriana” e alimentando il confronto geopolitico occulto che si sta consumando in Africa tra le ambizioni neocolonialiste occidentali e l’alternativa economica offerta dagli investimenti cinesi e russi. Fino al 2014 il flusso dei richiedenti asilo in Europa si aggirava sui 200.000 all’anno ma questo dato si è ulteriormente impennato nel 2015 raggiungendo la cifra di 1,2 milioni di persone; lo stesso può dirsi per il numero dei morti che è stato di circa 3.000 nel 2015 e di 3.740 da gennaio ad ottobre 2016. Secondo i dati dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2015 almeno 1.015.078 persone avevano attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa (856.000 in Grecia e 153.000 in Italia), nel 2016 invece sono state “solo” 361.678 persone, di cui 181.405 in Italia e 173.447 in Grecia. Ad essere aumentato è quindi il tasso dei decessi: nel 2016 una persona ogni 88 (3.740 tra morti e dispersi) che hanno tentato la traversata ha perso la vita, un dato in netta crescita rispetto al parametro di 1 ogni 269 dello scorso anno. Significativa la provenienza di quanti sono sbarcati nelle isole greche: Siria (50%), Afghanistan (25-30%) e Iraq (tra il 10 e il 20% secondo le stime più recenti), mentre le nazionalità maggiormente richiedenti asilo in Italia giungono da Nigeria (21%), Eritrea (12%), Senegal (6%), Mali e Sudan (5%), Guinea, Gambia e Costa D’Avorio (7% in media ciascuna). Il primo piano...