di Giulio Chinappi Ding Yifan e Shi Junqi, ricercatori dell’Istituto Taihe di Pechino, hanno pubblicato un articolo che analizza la dipendenza energetica dell’Europa ed in particolare la cooperazione energetica tra Stati Uniti e Unione Europea alla luce dei recenti avvenimenti in Ucraina. Di seguito la traduzione dell’articolo. Introduzione Durante il viaggio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Europa, gli Stati Uniti e la Commissione Europea hanno raggiunto un accordo per condurre una cooperazione energetica strategica, volta a raggiungere l’indipendenza dai combustibili fossili russi, ed è stata istituita una task force congiunta sulla sicurezza energetica per definire i parametri di cooperazione. L’attuale cooperazione energetica strategica USA-UE è ancora ostacolata da fattori quali l’inerzia commerciale del gas naturale, la capacità di gas naturale liquefatto (GNL) degli Stati Uniti e le differenze all’interno degli Stati membri dell’UE. Tuttavia, la volontà politica dimostrata dagli Stati Uniti e dalla Commissione Europea ha destabilizzato la cooperazione energetica UE-Russia e ha creato implicazioni di vasta portata per le strategie energetiche, industriali e monetarie dell’UE. 1. L’UE potrebbe diventare dipendente dall’energia degli Stati Uniti Dopo la fine della Guerra Fredda, l’UE ha preso l’iniziativa di avviare la cooperazione energetica con la Russia. Dietro la mossa c’era una politica energetica e di sicurezza razionale: l’UE era già il più grande importatore di energia della Russia e quindi la Russia non ha minacciato la sicurezza dell’UE. Di conseguenza, le possibili minacce alla sicurezza poste dall’est sono state ulteriormente alleviate e l’UE avrebbe potuto destinare ingenti spese finanziarie, altrimenti utilizzate per la difesa nazionale, a un ulteriore sviluppo economico. A differenza delle importazioni dal Medio Oriente, le importazioni di energia russe hanno offerto sia costi inferiori sia una migliore stabilità dell’approvvigionamento, il che ha rafforzato la competitività internazionale dell’economia europea. In altre parole, la cooperazione energetica UE-Russia ha contribuito a gettare le basi per l’autonomia strategica dell’UE. Nonostante le pressioni degli Stati Uniti, l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel ha portato avanti il progetto del gasdotto Nord Stream 2 per aumentare la fornitura stabile di gas naturale direttamente dalla Russia e aggirare Polonia e Ucraina, entrambe suscettibili all’influenza degli Stati Uniti. Non solo gli Stati Uniti hanno disapprovato l’attuazione dell’autonomia strategica da parte dell’UE, ma hanno attivamente cercato opportunità per interrompere la cooperazione energetica UE-Russia. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno venduto petrolio e gas di scisto all’UE con il pretesto di “rafforzare la sicurezza energetica europea“, oscurando la loro vera agenda di costringere l’energia russa a uscire dal mercato dell’UE. Attualmente, l’energia russa occupa una quota di mercato maggiore dell’energia statunitense nel mercato dell’UE. Nel 2021, l’UE aveva importato dalla Russia 155 miliardi di metri cubi di gas naturale, costituiti da 140 miliardi di metri cubi di gas naturale da gasdotti e 15 miliardi di metri cubi di GNL, pari al 45% delle sue importazioni totali di gas naturale. Anche se il volume totale delle esportazioni di GNL degli Stati Uniti nell’UE ha raggiunto un nuovo massimo nello stesso periodo, raggiungendo un totale di 22 miliardi di metri cubi, questa rappresentava solo il 6% delle importazioni totali di gas naturale dell’UE. Tuttavia,...
geopolitica del gas
di Riccardo Allegri Nelle proprie relazioni con i Paesi dell’“Estero Vicino” e con i paesi dell’Europa Occidentale, la Federazione Russa ha spesso utilizzato una vasta gamma di strumenti che le hanno consentito di ottenere un certo grado di influenza, ponendole in una posizione di vantaggio rispetto all’interlocutore del momento. Di tutti questi strumenti, le risorse energetiche sono senza ombra di dubbio fra quelli più importanti. La Russia occupa la prima posizione mondiale per produzione ed esportazione di gas naturale, possedendo un quarto delle riserve globali di metano. A livello petrolifero si colloca al secondo posto per produzione ed al terzo per esportazione mentre, per quanto riguarda il carbone, essa è la sesta produttrice e la terza esportatrice mondiale1. Dal momento del suo arrivo alla Presidenza della Federazione Russa, Vladimir Putin ha cercato di mettere l’apparato produttivo al servizio delle esigenze della nazione ed il settore energetico non ha fatto eccezione, essendo di gran lunga il più importante asset economico nelle mani del Cremlino. L’epoca delle privatizzazioni selvagge, immediatamente successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, aveva tolto allo Stato russo il controllo su tale fondamentale settore ma Putin era perfettamente consapevole della necessità di riportare all’obbedienza gli oligarchi che avevano fatto fortuna acquisendo le proprietà energetiche russe. Se il Cremlino avesse potuto decidere in che modo allocare i profitti derivanti dalla vendita degli idrocarburi, avrebbe potuto risolvere parte dei gravi problemi interni che affliggevano la nazione al momento dell’insediamento di Putin. La cosa non deve sorprendere, se si considera che negli anni Novanta l’idea che la politica energetica dovesse giocare un ruolo fondamentale nella rinascita della potenza russa era molto diffusa, al punto che lo stesso Putin ne aveva fatto il tema della propria dissertazione di laurea nel 19972. Ad ogni modo, egli riuscì nel suo intento e la congiuntura fu particolarmente favorevole in quanto per tutto il primo decennio del XXI secolo i prezzi degli idrocarburi furono decisamente elevati, consentendo alla Federazione Russa di veder crescere il proprio PIL di una quota annua pari, mediamente, al 7%. Come detto in precedenza, l’importanza del settore energetico non era limitata alla sola crescita economica del paese. Gli strateghi del Cremlino sapevano perfettamente che gli idrocarburi potevano essere utilizzati come leve di pressione nei rapporti bilaterali con i Paesi che dipendevano dalle esportazioni energetiche russe. Lo stesso Putin affermò pubblicamente nel 2003 che Gazprom, la principale azienda energetica russa controllata dallo Stato, doveva essere un potente strumento politico ed economico per influenzare il resto del mondo3. Quanto detto da Putin era confermato all’interno dei Concetti di Politica Estera approvati dal Presidente della Federazione Russa nel 2008, 2013 e 2016, ove si faceva espresso riferimento agli strumenti economici come leve di pressione da sfruttare al fianco degli strumenti prettamente militari. Non bisogna dimenticare che già ai tempi dell’Unione Sovietica l’esportazione di gas naturale aveva consentito al Paese di rompere l’isolamento rispetto alle nazioni appartenenti al blocco occidentale. Nel 1970 Mosca firmò il primo contratto per la fornitura di gas con la Germania di Willy...