9 Ottobre 2026

geopolitca

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di Stefano Vernole Premessa Lo scorso 28 marzo, il Vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti, Kathleen Hicks, ha dichiarato alla stampa: “Anche se ci confrontiamo con le malvagie azioni della Russia, la strategia di difesa illustra la prossima linea di azione del Dipartimento, tesa a mantenere e anzi a potenziare la deterrenza nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, nostro principale concorrente strategico e sfidante”1. L’aggressività di Washington nei confronti di Pechino è stata poco dopo confermata dal Segretario di Stato Antony Blinken, che ha definito quello russo-ucraino un “conflitto locale, limitato e provvisorio”, mentre gli Stati Uniti continueranno a concentrarsi “sulla sfida più gande lanciata a lungo termine all’ordine internazionale, e rappresentata dalla Repubblica Popolare”. Tutto ciò non può passare inosservato dalla parte cinese che osserva con preoccupazione come, in virtù della guerra in Ucraina, la NATO intenda ampliare il proprio raggio di azione e di influenza anche oltre lo spazio transatlantico, fino a costituire una minaccia alla sua sovranità nella regione dell’Indo-Pacifico. Se finora sulla crisi ucraina Pechino ha mantenuto una posizione di difficile equilibrio geopolitico tra Mosca e Washington, nonché la strada di una mediazione pacifica, nel caso gli Stati Uniti e i loro alleati dovessero sostenere con le armi un’eventuale dichiarazione d’indipendenza giuridica di Taiwan, la Cina non potrebbe sottrarsi al confronto. Una NATO asiatica per circondare e soffocare la Cina Coerentemente con i suoi colleghi, anche il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, ha dichiarato che la guerra in Ucraina non riduce certo l’importanza della sfida cinese sempre incalzante2. Non a caso, Washington ha costretto nei mesi scorsi gli Stati affacciati sul Mar Cinese Meridionale a partecipare ad esercitazioni belliche multilaterali in funzione anti-Pechino, quando la maggior parte degli attori dell’area vorrebbe solo stabilizzarsi sullo sviluppo economico interno a cui la Cina contribuisce in buona misura grazie ai legami intrecciati nell’ASEAN e attraverso il RCEP. Il passaggio decisivo che si è registrato tra le ultime due amministrazioni a stelle e strisce riguarda la natura del tentativo egemonico globale portato avanti dagli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump era stata incaricata di bloccare la pacifica ascesa cinese attraverso tre mosse essenzialmente: il nazionalismo economico (dazi e protezionismo), i divieti di poter lavorare nei Paesi occidentali alle aziende cinesi accusate di spionaggio o comunque di collaborazionismo con il Governo di Pechino (il caso più clamoroso riguarda la figlia del fondatore di Huawei, Meng Wanzhou, arrestata in Canada su ordine di Washington) e il tentativo di separare geopoliticamente la Russia dalla Cina (dopo le sanzioni euro-statunitensi contro la Russia nel 2014, l’avvicinamento tra Mosca e Pechino ha registrato passi da gigante, compresa una stretta interconnessione tra le due Forze Armate, al punto che il Presidente Xi Jinping l’ha definita una “amicizia senza limiti”). Avendo Donald Trump fallito almeno due obiettivi su tre – la “guerra dei dazi” ha comportato ripercussioni più negative per i consumatori e produttori statunitensi che per quelli cinesi, mentre la Russia non è cascata nel tranello statunitense e ha mantenuto fede ai suoi accordi con la...