Negli ultimi decenni, l’Unione Europea ha costruito la propria identità strategica muovendosi tra due poli: la sicurezza garantita dalla NATO e la cooperazione economica con gli Stati Uniti da un lato, e la progressiva apertura verso i nuovi attori del sistema internazionale dall’altro. Tuttavia, il rapido mutamento degli equilibri globali, accelerato dall’ascesa della Cina, dal riassetto del potere economico in Asia e dal ritorno della competizione geopolitica, impone oggi all’Europa una riflessione profonda sul proprio ruolo nel mondo.
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Il live streaming e-commerce, noto anche come live commerce o live shopping, è un approccio allo shopping online in cui l’host, spesso una celebrità o un influencer, utilizza video in diretta per vendere un prodotto[1]. Questo modello di business è emerso in Cina nel 2016, inizialmente su piattaforme di e-commerce tradizionali come Taobao di Alibaba e successivamente su piattaforme di brevi video come Douyin (TikTok) e Kuaishou[2].
La responsabilità sociale d’impresa (CSR) in Cina si è evoluta in modo distinto rispetto al suo significato originale, a causa dell’influenza del contesto politico e sociale unico del Paese. Mentre nei Paesi occidentali la CSR è emersa come una forma di autoregolamentazione aziendale, guidata dalle pressioni sociali e dalle aspettative di cittadinanza aziendale, in Cina essa ha assunto un ruolo come strumento per l’attuazione delle politiche e il progresso degli obiettivi sociali e politici del Partito Comunista Cinese (PCC).
di Andrea Turi Il 16 ottobre 2022, nella relazione tenuta al XX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese dal titolo Tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi e unirsi per costruire un Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti, Xi Jinping non poteva non riservare qualche passaggio del suo intervento alla “questione Taiwan”; tema, questo, tornato con sempre maggiore insistenza e frequenza nel discorso politico internazionale a partire dalla sconsiderata e inopportuna decisione della speaker della Camera dei Rappresentanti statunitensi, la democratica Nancy Pelosi, di visitare l’isola lo scorso mese di agosto: decisione che a Pechino hanno giudicato come un’inopportuna quanto non necessaria ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano quale è la Cina. Non è un caso, quindi, se in apertura della sua relazione ai delegati del Partito Comunista, il Presidente abbia sostenuto che “in risposta alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e alle grossolane provocazioni di ingerenze esterne negli affari di Taiwan, abbiamo risolutamente combattuto contro il separatismo e contrastato le interferenze, dimostrando la nostra determinazione e capacità di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e di opporci alla “indipendenza di Taiwan”. Abbiamo rafforzato la nostra iniziativa strategica per la completa riunificazione della Cina e consolidato l’impegno per il principio di “una sola Cina” all’interno della Comunità Internazionale. Di fronte a cambiamenti drastici nel panorama internazionale, in particolare ai tentativi esterni di ricattare, contenere, bloccare ed esercitare la massima pressione sulla Cina, abbiamo messo al primo posto i nostri interessi nazionali, ci siamo concentrati sulle preoccupazioni politiche interne e abbiamo mantenuto una ferma determinazione strategica. Abbiamo mostrato uno spirito combattivo e una ferma determinazione a non cedere mai al potere coercitivo. Durante questi sforzi, abbiamo salvaguardato la dignità e gli interessi fondamentali della Cina, e ci siamo mantenuti ben posizionati per perseguire lo sviluppo e garantire la sicurezza”1. Nel procedere della relazione, Xi Jinping ha indicato quale sia la via scelta da Pechino nella risoluzione dell’annosa questione relativa alla provincia ribelle di Taiwan: “Abbiamo sostenuto la politica di “Un Paese, Due sistemi”, in base alla quale il popolo di Hong Kong amministra Hong Kong e il popolo di Macao amministra Macao, entrambi con un elevato grado di autonomia. Abbiamo aiutato Hong Kong a entrare in una nuova fase in cui ha ristabilito l’ordine ed è pronta a prosperare, e abbiamo visto sia Hong Kong che Macao mantenere un buono slancio per la stabilità e lo sviluppo a lungo termine. Abbiamo proposto un quadro politico generale per risolvere la questione di Taiwan nella nuova era e permettere scambi e cooperazione facilitati attraverso lo Stretto. Ci siamo opporti risolutamente alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e all’ingerenza straniera. Abbiamo così mantenuto l’iniziativa e la capacità di guidare le relazioni attraverso lo Stretto”. Nel capitolo XIII della relazione – Sostenere e migliorare la politica di “Un Paese, Due Sistemi” e promuovere la riunificazione nazionale – si tornerà diffusamente sull’argomento individuando nella politica di “Un Paese, Due Sistemi” come di una...
di Stefano Vernole Premessa Lo scorso 28 marzo, il Vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti, Kathleen Hicks, ha dichiarato alla stampa: “Anche se ci confrontiamo con le malvagie azioni della Russia, la strategia di difesa illustra la prossima linea di azione del Dipartimento, tesa a mantenere e anzi a potenziare la deterrenza nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, nostro principale concorrente strategico e sfidante”1. L’aggressività di Washington nei confronti di Pechino è stata poco dopo confermata dal Segretario di Stato Antony Blinken, che ha definito quello russo-ucraino un “conflitto locale, limitato e provvisorio”, mentre gli Stati Uniti continueranno a concentrarsi “sulla sfida più gande lanciata a lungo termine all’ordine internazionale, e rappresentata dalla Repubblica Popolare”. Tutto ciò non può passare inosservato dalla parte cinese che osserva con preoccupazione come, in virtù della guerra in Ucraina, la NATO intenda ampliare il proprio raggio di azione e di influenza anche oltre lo spazio transatlantico, fino a costituire una minaccia alla sua sovranità nella regione dell’Indo-Pacifico. Se finora sulla crisi ucraina Pechino ha mantenuto una posizione di difficile equilibrio geopolitico tra Mosca e Washington, nonché la strada di una mediazione pacifica, nel caso gli Stati Uniti e i loro alleati dovessero sostenere con le armi un’eventuale dichiarazione d’indipendenza giuridica di Taiwan, la Cina non potrebbe sottrarsi al confronto. Una NATO asiatica per circondare e soffocare la Cina Coerentemente con i suoi colleghi, anche il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, ha dichiarato che la guerra in Ucraina non riduce certo l’importanza della sfida cinese sempre incalzante2. Non a caso, Washington ha costretto nei mesi scorsi gli Stati affacciati sul Mar Cinese Meridionale a partecipare ad esercitazioni belliche multilaterali in funzione anti-Pechino, quando la maggior parte degli attori dell’area vorrebbe solo stabilizzarsi sullo sviluppo economico interno a cui la Cina contribuisce in buona misura grazie ai legami intrecciati nell’ASEAN e attraverso il RCEP. Il passaggio decisivo che si è registrato tra le ultime due amministrazioni a stelle e strisce riguarda la natura del tentativo egemonico globale portato avanti dagli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump era stata incaricata di bloccare la pacifica ascesa cinese attraverso tre mosse essenzialmente: il nazionalismo economico (dazi e protezionismo), i divieti di poter lavorare nei Paesi occidentali alle aziende cinesi accusate di spionaggio o comunque di collaborazionismo con il Governo di Pechino (il caso più clamoroso riguarda la figlia del fondatore di Huawei, Meng Wanzhou, arrestata in Canada su ordine di Washington) e il tentativo di separare geopoliticamente la Russia dalla Cina (dopo le sanzioni euro-statunitensi contro la Russia nel 2014, l’avvicinamento tra Mosca e Pechino ha registrato passi da gigante, compresa una stretta interconnessione tra le due Forze Armate, al punto che il Presidente Xi Jinping l’ha definita una “amicizia senza limiti”). Avendo Donald Trump fallito almeno due obiettivi su tre – la “guerra dei dazi” ha comportato ripercussioni più negative per i consumatori e produttori statunitensi che per quelli cinesi, mentre la Russia non è cascata nel tranello statunitense e ha mantenuto fede ai suoi accordi con la...
di Stefano Vernole Premessa Nel 1949 il Kuomintang, guidato dallo sconfitto Chang Khai-shek, evacuò le proprie forze dalla Cina continentale e le trasferì sull’isola di Taiwan (Taipei), dove impose la legge marziale (rimasta in vigore fino al 1991) per reprimere la rivolta comunista. Il Presidente USA Dwight Eisenhower firmò nel 1954 un patto di mutua difesa che incluse Taiwan nell’area dell’ombrello nucleare statunitense, trasformando l’Isola in un enorme base militare nordamericana. Alcuni reparti del Kuomintang vennero invece dislocati in quell’angolo della Birmania (oggi Myanmar) al confine con Cina, Laos e Thailandia che costituisce il triangolo d’oro, l’area dove si trovano le più vaste piantagioni di oppio al mondo. Gli uomini di Chang Kai-shek assunsero il controllo delle piantagioni di oppio e quindi del relativo traffico di eroina, trovando il mercato statunitense pronto ad assorbirla1. Dopo la diplomazia kissingeriana del ping pong (1972) e l’incontro tra Nixon e Mao, l’1 gennaio 1979 il Governo USA stabilì formalmente relazioni diplomatiche con Pechino e annullò unilateralmente il patto di difesa reciproca con Taiwan. Tuttavia, statunitensi e giapponesi hanno mantenuto un centro di comando operazionale congiunto nella base USA di Yokota, propedeutico a gestire le questioni militari riguardanti la penisola di Taiwan e la penisola coreana. Il frutto più importante del reciproco riconoscimento tra Washington e Pechino fu l’ammissione della Repubblica Popolare Cinese nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con potere di veto, seggio che fino a quel momento era stato occupato proprio da Taiwan. Nel frattempo, più di un milione di cittadini taiwanesi ha iniziato a lavorare nella Cina continentale, dove hanno trasferito la maggior parte delle loro imprese e svolgono un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’industria elettronica mondiale. La collocazione geopolitica di Taiwan (e dello stretto di Malacca nelle acque territoriali malesi) conserva un’importanza vitale in relazione alle vie essenziali del traffico marittimo, attraverso cui vengono trasportati greggio e altre materie prima verso la Repubblica Popolare Cinese: in caso di conflitto, per gli USA diverrebbe essenziale tagliare o rallentare le forniture di petrolio a Pechino (la Cina ha risposto con la Collana di Perle, una serie di avamposti marittimi in cui le navi cinesi possono attraccare senza rischiare di essere strangolate da un embargo statunitense). Taiwan possiede inoltre una collocazione geografica strategica globale sulla rotta commerciale marittima che collega l’Asia orientale al Sud-est asiatico e al Canale di Suez. L’amputazione di Taiwan rappresenta per la Cina una “ferita aperta” e la sua riunificazione alla madrepatria segnerebbe la conclusione definitiva della guerra civile sfociata nella nascita della Repubblica Popolare Cinese. Le relazioni economiche tra Cina e Taiwan, uno strumento di unificazione Il volume del commercio attraverso lo Stretto di Taiwan era di soli 46 milioni di dollari nel 1978 ma è salito progressivamente fino a 328,34 miliardi di dollari nel 2021, con un aumento di oltre 7.000 volte. La terraferma è stata il più grande mercato di esportazione di Taiwan negli ultimi 21 anni, generando un enorme surplus annuale per l’isola, mentre la Cina continentale è la più grande destinazione per i...
di Stefano Vernole E per dirla senza mezzi termini, gli interessi principali della Cina sono due: il primo è che la posizione dominante del Partito Comunista non venga disturbata; il secondo è che la strada del ringiovanimento della Nazione cinese non venga interrotta1. La visione del PCC e il Chinese Dream Poco dopo la chiusura del Diciottesimo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping, il neoeletto Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, si recò al Museo Nazionale Cinese con altri leader cinesi il 29 novembre 2012, per vedere la mostra “The Road of Rejuvenation” sui 100 anni di lotta della nazione cinese moderna. Dopo aver visto la mostra, Xi Jinping affermò che tutti hanno ideali e aspirazioni oltre che sogni e che realizzare il grande ringiovanimento della nazione cinese è stato il più grande sogno del popolo cinese fin dai tempi moderni. Quella è stata la prima volta che un leader ha parlato del sogno cinese, ed ha espresso vividamente l’ideale comune e l’aspirazione del proprio popolo. Nel discorso che ha pronunciato nel marzo 2013 dopo essere stato eletto presidente della Cina, Xi Jinping ha discusso in modo più dettagliato del “sogno cinese”. Ha osservato che realizzare il grande ringiovanimento della nazione significa rendere il Paese prospero e forte e rendere felici le persone. Da allora, in diverse occasioni, ha affrontato ulteriormente diverse questioni riguardanti il “sogno cinese”, come realizzarlo e la sua relazione con il Mondo2. Il 1° luglio 2021 il Partito Comunista Cinese (PCC) ha festeggiato con tutti gli onori l’anniversario del proprio centenario. È stata un’occasione di bilanci e di celebrazione del proprio modello, considerato dallo stesso presidente Xi Jiping “l’unica soluzione per coronare il Chinese Dream e portare la Cina ad essere a tutti gli effetti una potenza globale della nuova era entro il 2049”. In quella data, infatti, mentre la Repubblica Popolare festeggerà il primo secolo di storia, contemporaneamente, il Partito Comunista Cinese celebrerà cento anni al governo del Paese. La sostenibilità di questo progetto si scontra però con le variabili demografiche, sociali ed economiche della Cina. Si legge Zhōnghuá mínzú wěidà fùxīng e si traduce “Il grande rinascimento della nazione cinese”. Il termine “rinascimento” risale al culmine dell’era imperiale della Cina, quando quest’ultima era leader tecnologico e culturale in Asia. In seguito all’indebolimento della dinastia Qing nel XIX secolo, le nazioni occidentali invasero il Regno di Mezzo e costrinsero la Cina a fare una serie di concessioni territoriali e commerciali, determinando un periodo che è passato alla storia come “il secolo delle umiliazioni”. Quello della rinascita nazionale è dunque un concetto imprescindibile per il PCC che ritiene questo periodo della storia cinese “vergognoso”, avendo oscurato la grandezza e la centralità della sua civiltà. Esso sottolinea l’importanza cruciale di “far rinascere” la nazione affinchè venga ammirata e trattata come merita, in contrapposizione a quel secolo buio. La questione demografica cinese Con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, la Cina è esempio eclatante di come il fattore demografico possa essere un punto...
di Stefano Vernole Un’economia più qualitativa Il Governo cinese ha pubblicato all’inizio del 2022 il suo programma per la competitività nell’economia digitale nell’ambito del XIV Piano quinquennale 2021-2025, che era stato approvato alla fine del 2021. Il documento, diffuso dal Consiglio di Stato, pone l’obiettivo di una crescita del valore dell’industria digitale dal 7,8% del Pil nel 2020 al 10% del Pil nel 2025. Inoltre, la Cina punta ad avere entro il 2025 il 45% delle imprese industriali connesse a “piattaforme internet industriali”, rispetto al 14,7% attuale. Questa transizione digitale dovrà dipanarsi in otto aree, tra le quali l’ottimizzazione e l’aggiornamento dell’infrastruttura digitale, la transizione digitale delle imprese e l’espansione della cooperazione internazionale nell’economia digitale. Nello stesso tempo, Pechino punta a delineare un set di regolamentazioni nel campo dei flussi dei dati cross-border, della lotta ai monopoli, della diffusione della valuta digitale e della protezione della privacy. Lo sviluppo digitale, secondo il documento, sarà centrale nella “riorganizzazione delle risorse globali”, nella “riforma dell’economia globale”, alterando la struttura delle economie e il “panorama competitivo globale”1. Il quattordicesimo Piano quinquennale cinese (PQ), che era stato rilasciato nelle linee guida dalle “Due Sessioni” (le sedute plenarie annuali della Conferenza politica consultiva del popolo e dell’Assemblea nazionale del popolo) a inizio marzo del 2021, contiene quindi importanti direttrici di riforma economica, sociale ed industriale che lasciano immaginare un quinquennio di grandi cambiamenti. In esso sono contenute alcune novità che indicano un cambiamento di impostazione rispetto al passato e che confermano la volontà del Governo di Pechino di trasformare la propria società ed economia in ottica di qualità, dopo decenni di sviluppo estensivo. Per esempio, la mancata indicazione di fattori di crescita quantitativi come il PIL, introdotto per la prima volta nel settimo FYP (1986-1990), potrebbe confermare un diverso approccio politico, lasciando alle dinamiche di mercato il compito di determinare la crescita con una governance centrale nell’allocazione delle risorse. Mentre nella precedente edizione veniva stabilito un obiettivo di crescita annuale del 6,5%, il quattordicesimo Piano Quinquennale stabilisce semplicemente che gli obiettivi di espansione annuale devono essere ragionevoli e stabiliti a seconda delle circostanze. Ciò non significa che il Governo cinese vi abbia rinunciato ma si sottintende che i responsabili della politica economica desiderino avere più ampi margini di manovra per allineare le proprie priorità a seconda degli sviluppi della situazione interna ed internazionale. I temi relativi alla transizione energetica, riduzione delle emissioni di anidride carbonica spinta dell’economia circolare, rimangono centrali in modo trasversale, sebbene il quattordicesimo Piano Quinquennale non contenga ancora gli obiettivi ambiziosi che ci si sarebbe potuti aspettare dopo gli impegni presi dal Presidente Xi Jinping di raggiungere il picco di emissioni nel 2030 e la carbon neutrality nel 2060. Ciò è dovuto probabilmente ai necessari aggiustamenti strutturali derivanti dalla crisi mondiale delle materie prime e all’aumento esponenziale dei prezzi dell’energia. Le principali priorità ambientali riguardano il miglioramento dell’efficienza energetica, l’espansione delle fonti di energia rinnovabile e la modernizzazione della rete di trasmissione e distribuzione. Di conseguenza il Piano stabilisce la riduzione...
di Marco Costa Nello Xinjiang l’Islam esercita un’influenza notevole nella vita sociale e culturale locale. Attualmente nelle varie parti della regione esistono 23 mila fra moschee e altri centri dediti ad attività religiose, quali templi lamaisti e chiese, in grado di soddisfare le esigenze dei fedeli. La popolazione uigura della Regione è raddoppiata da 5,55 milioni a oltre 12 milioni negli ultimi 40 anni e le persone di tutti i gruppi etnici godono di vari diritti garantiti alle autonomie secondo la legge. Possiamo perciò affermare che nello Xinjiang si stia realizzando – certamente con le difficoltà del caso legate al territorio, ai sabotaggi terroristici, alle interferenze straniere – quel processo di “unità nella molteplicità” sancito costituzionalmente nella Cina odierna, in cui convivono, lavorano e collaborano ben 12 comunità etniche differenti (Han, Uiguri, Kazaki, Hui, Kirghizi, Mongoli, Russi, Xibe, Tagichi, Uzbechi, Tartari e Mancesi) e differenti culti religiosi. L’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang nel 1955 avvenne come naturale conclusione della fondazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre del 1949, a seguito della vittoria nella regione delle forze comuniste su quelle nazionaliste il 12 ottobre dello stesso anno. Vittoria peraltro pacifica, ottenuta a seguito della resa del 25 settembre del generale nazionalista Tao Zhiyue e di Burhan Shahidi, altro leader politico del Kuomintang a Dihua, i quali annunciarono la resa formale delle forze nazionaliste nello Xinjiang ed il riconoscimento della RPC. Quando il fatidico 12 ottobre l’Esercito Popolare di Liberazione entrò nella regione, molti altri generali del Kuomintang come il generale musulmano Han Youwen1 si unirono alla defezione nazionalista e si unirono alle truppe comuniste, continuando in seguito a servire l’EPL come ufficiali nello Xinjiang. Alcuni leader del Kuomintang che non accettarono il nuovo corso politico e istituzionale fuggirono a Taiwan o in Turchia: Ma Chengxiang scappò attraverso l’India a Taiwan; Muhammad Amin Bughra e Isa Yusuf Alptekin fuggirono in Turchia. Masud Sabri fu invece arrestato dai comunisti cinesi e morì in carcere nel 1952. Si parla di Liberazione Pacifica dello Xinjiang essenzialmente perché il passaggio alla nuova autorità comunista venne ottenuta essenzialmente con passaggi politici, visto il quadro più complessivo che dal ’45 in poi andava assumendo la guerra civile cinese tra nazionalisti e comunisti, con questi ultimi ormai lanciati vittoriosamente nel compimento del processo rivoluzionario. Infatti, oltre all’avanzata comunista nelle varie roccaforti nazionaliste, ci fu anche l’occupazione sovietica della Manciuria a seguito degli accordi di Yalta del 1945, con la definitiva resa delle forze imperialiste occupanti giapponesi. Nonostante in un primo momento i nazionalisti parevano meglio addestrati ed equipaggiati rispetto ai comunisti, a partire dal 1947 le truppe di Mao avevano già riconquistato le regioni chiave dello Shandong e dello Shaanxi, rifornitisi delle armi strappate ai giapponesi dopo il “sacco” della Manciuria, di quelle americane sottratte ai nazionalisti e in parte anche di quelle fornitegli dai sovietici. Le truppe maoiste, fortemente motivate dalla spinta ideale marxista e da quella concreta fornitagli dalle masse contadine speranzose di una riforma complessiva del mondo agricolo – che si arruolarono massicciamente...
di Andrea Turi Dopo aver analizzato il contenuto della Legge di sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong e passato in rassegna le interferenze estere – politiche e da parte delle Organizzazioni Non Governative(“Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong” e “Un anno di proteste nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. La catena dei finanziamenti esteri e gli scopi”) – negli affari interni della Cina e gli scopi di tali azioni, adesso è giunto il momento di portare la nostra analisi sul “campo di battaglia”. In questo articolo ci occuperemmo dei personaggi che sono coinvolti nelle proteste contro Pechino. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro. Chissà se Andre Vltchek ha pensato a questo aforisma di Milan Kundera nello scrivere la lettera aperta indirizzata ai giovani di Hong Kong1: ora che la vostra città è in fiamme da più di sei mesi, le vostre famiglie divise e non si vede fine alla violenza, ho deciso di scrivere questo breve saggio, sotto forma di lettera aperta, ai giovani di Hong Kong. Prima di tutto, voglio chiedere: perché? Perché tutto questo fumo e fuoco, ira e violenza? Le vostre vite, prima delle cosiddette “proteste” o “rivolte”, erano davvero così tristi? Hai vissuto in una delle città più ricche della terra. Anche secondo le valutazioni occidentali, Hong Kong ha uno dei più alti “indici di libertà”, superiore a quello della maggior parte dei Paesi occidentali. L’acqua che esce dai tuoi rubinetti è pulita, Internet è estremamente veloce, i trasporti pubblici sono economici e uno dei migliori al mondo. Puoi goderti un’entusiasmante vita culturale, nonché grandi spazi pubblici costruiti lungo le tue imponenti coste; naturalmente, Hong Kong non è un posto perfetto, poiché non ci sono posti perfetti su questo pianeta. Il tuo alloggio è tra i più costosi al mondo. Le opportunità di lavoro per i laureati non sono davvero eccellenti. Alcune città della Cina continentale sono ora luoghi più eccitanti in cui vivere, creare e sognare della “cara vecchia” Hong Kong. Tuttavia, è una città affascinante e solida, con una propria cultura, mentalità e una storia complessa. E per molti versi è una bellissima città; bella e unica. Allora perché? Quello che è successo? Perché all’improvviso tanta rabbia e tanta frustrazione? Dovremmo parlarne? Per favore, vediamo. Ho lavorato in circa 160 Paesi e territori, in tutti i continenti. Ho scritto e filmato molte guerre e conflitti. Ho raccontato rivoluzioni e ribellioni, ma anche terribili rivolte innescate dai Paesi occidentali. Probabilmente avrete sentito parlare delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, o della “primavera araba”. Ho assistito in prima persona al destino dei Paesi che sono stati occupati e poi completamente distrutti dagli Stati Uniti e dalla NATO: Afghanistan e Siria, Iraq e Colombia, solo per citarne alcuni. Ho visto milioni di vite in rovina in nazioni in cui l’Occidente ha rovesciato i Governi di sinistra e poi ha iniettato il...