Negli Stati Uniti si è verificato uno degli sviluppi più significativi degli ultimi anni nel dibattito sul futuro della moneta digitale. Il Senato americano ha infatti approvato il 21st Century ROAD to Housing Act, un ampio provvedimento dedicato principalmente all’edilizia e all’accessibilità abitativa, all’interno del quale è stata inserita una disposizione che vieta alla Federal Reserve di emettere una Central Bank Digital Currency (CBDC) almeno fino al 31 dicembre 2030. Il provvedimento ha ottenuto un sostegno bipartisan particolarmente ampio, raccogliendo una maggioranza schiacciante in Senato.
Finanza
Di Giacomo Fontanari Le stablecoin, nonostante i forti vantaggi economici, stanno mostrando sempre più criticità; l’Europa, sebbene abbia recentemente adottato una nuova legislazione in merito e stiano crescendo alcuni progetti, non è pronta all’adozione di questi strumenti; questo vuoto viene visibilmente riempito dalle stablecoin ancorate al dollaro, portando quindi a maggiori elementi di dollarizzazione anche nel Vecchio Continente.
Dal 1 ottobre la valuta cinese è entrata a far parte del paniere di calcolo degli Special Drawing Rights, l’unità di conto del Fondo Monetario Internazionale. Un ulteriore passo avanti verso la piena inclusione di Pechino nel sistema finanziario internazionale UNA DECISIONE STORICA – Era il 30 novembre del 2015 quando l’IMF decise l’inclusione della valuta nazionale cinese nel paniere degli Special Drawing Rights (una sorta di asset monetario globale ideato alla fine degli anni Sessanta e ponderato sui valori delle maggiori valute di riserva). Insieme a dollaro, euro, yen e pound. Una decisione storica, ufficializzata, come da programma, lo scorso primo ottobre. Pertanto, asset denominati in yuan verranno da oggi valutati in modo ancor più favorevole. Se alcune decine di banche centrali già detengono yuan nelle loro riserve, per un totale di quasi il 2 per cento al livello globale, con la decisione del 1 ottobre la presenza dello yuan crescerà in automatico, benché modestamente, e i prestiti del Fondo monetario saranno correlati anche alla valuta cinese; poi starà alle banche centrali riorganizzare eventualmente le proprie riserve ufficiali aumentando le quote di asset in yuan. E’ evidente che si tratta di un traguardo molto rilevante per la presenza cinese nella finanza globale, conseguito in ragione di uno sviluppo socioeconomico senza precedenti. Tuttavia, per molti si tratta di un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Essere negli SDRs non garantisce di divenire in breve tempo una vera valuta di riserva, cioè ampiamente richiesta nel mondo. Peraltro, l’integrazione finanziaria tra Cina e il resto del mondo è asimmetrica, nel senso che sta crescendo gradualmente con alcuni Paesi in via di sviluppo mentre è più rallentata con quelli del sistema nordatlantico, benché vi siano nuovi segnali di parziale apertura. LA STRADA E’ ANCORA LUNGA – Sicuramente la Cina ha già garantito maggiore apertura agli scambi di capitali con l’estero e un maggiore accesso a banche straniere. Di fatto, però, permangono barriere geopolitiche ed economiche: se la Cina ha una politica monetaria attentamente controllata e non si può ancora permettere una totale convertibilità dello yuan, i cui margini di circolazione internazionale si sono notoriamente ampliati negli ultimi 5 anni, gli Usa, ad esempio, non sono ancora propensi ad aprire alle banche statali cinesi (a parte alcune eccezioni) e non vedono di buon occhio la concorrenza che lo yuan potrebbe esercitare sul predominio del dollaro, strumento unico per influenzare e condizionare a proprio vantaggio le relazioni col resto del mondo. Peraltro Stati Uniti ed Europa hanno sistemi bancari saturie quindi poco permeabili. Su Geofinanza e geopolitica (Parenti F.M. e Rosati U., Egea 2016) Ann Lee, esperta di politica economica cinese e relazioni sino-statunitensi, delinea i tratti salienti di questo nuovo scenario competitivo, sottolineando che i principali limiti a uno sviluppo dello yuan come valuta di riserva globale – cioè capace di competere con il dollaro e l’euro – siano non solo tecnici, legati all’inerzia e al maggiore sviluppo e livello di sofisticazione dei mercati finanziari occidentali, ma soprattutto geopolitici. Lee vede negli...
Nello sforzo di affrontare la questione geoeconomica Europea in maniera adeguata è necessario organizzare le istituzioni senza conflitti di interessi, siano essi ideologici, economici o altro. Specialmente per scongiurare interventi di attori estranei alla zona europea, istituzionali (si parla di un pericoloso prestito proveniente da Washington) o privati è bene affrontare alla radice la struttura Comunitaria; per tali motivi proponiamo un’introduzione alla questione sollevata dal CEO. Corporate Europe Observatory ha chiesto che il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi lasci il ‘Gruppo dei Trenta’, un club di banchieri centrali e amministratori delegati di banche private. Qui esploreremo il perché e il motivo per cui la reazione della BCE è inadeguata. I metodi della lobby finanziaria La crisi finanziaria del 2008 avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. Per molti anni al settore finanziario privato è stato permesso di definire l’agenda per la regolamentazione finanziaria, negli Stati Uniti così come in Europa. E’ finita in un disastro. Come misura precauzionale, è di vitale importanza che politici e banchieri centrali prendano distanza dalla lobby finanziaria. Il gruppo dei Trenta è un simbolo di come ciò non venga fatto. Cos’è il Gruppo dei Trenta? Il Gruppo dei Trenta è un club-organizzazione i cui membri sono i banchieri centrali ed i banchieri di spicco di grandi banche private, come Goldman Sachs, JP Morgan e UBS. E’ stato istituito per discutere di regolamentazione bancaria globale – e per influenzare la legislazione. Un gruppo di pressione – non solo un think tank Il gruppo dei 30 funge da importante interfaccia tra private bankers e banchieri centrali. Non è solo un luogo per discutere di politica in materia bancaria, il suo scopo dichiarato è quello di avere un impatto sulla regolamentazione globale. In diverse occasioni, il Gruppo si è espresso a favore di proposte che sono molto simili alle posizioni avanzate dalle grandi banche private. Questo comprende la regolazione di complicati strumenti finanziari (derivati) e le norme sui requisiti patrimoniali delle banche. Draghi è un membro Mario Draghi ha fatto avanti e indietro tra il mondo delle banche pubbliche e private. In precedenza è stato membro del Gruppo dei Trenta quando lavorava per Goldman Sachs, banca di investimenti di Wall Street. Ora partecipa alle attività come presidente della Banca centrale europea. Il Gruppo dei Trenta emette regolarmente relazioni su questioni controverse, e il suo portavoce (Jacob Frenkel, JP Morgan) è un partecipante ansioso nel dibattito sulla normativa finanziaria e parla spesso in nome del Gruppo dei Trenta. Reputazione banca, indipendenza e conflitti di interesse La Banca centrale europea dovrebbe essere vigile per ogni minaccia alla sua reputazione e indipendenza. La banca rischia di essere screditata se il personale di alto livello ha conflitti di interesse. Corporate Europe Observatory pensa che l’appartenenza di Mario Draghi del Gruppo dei Trenta viola le regole proprie della banca e ha chiesto alla BCE una spiegazione adeguata. La Banca non ha dato una spiegazione del genere e si è rifiutata di riconoscere il problema. La denuncia In considerazione della posizione...