14 Ottobre 2026

Erdogan

Il 7 ottobre 2023, il movimento palestinese Hamas ha lanciato l'Operazione Al-Aqsa Flood contro Israele. Dopo aver lanciato un attacco missilistico senza precedenti, i combattenti dell'organizzazione si sono infiltrati nelle zone di confine nel sud dello Stato ebraico e hanno preso degli ostaggi. In risposta, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno annunciato il lancio dell'operazione Iron Swords contro Hamas nella Striscia di Gaza. Per diversi giorni, l'esercito israeliano ha preso il controllo di tutti i centri abitati vicino al confine con Gaza e ha iniziato ad effettuare attacchi aerei contro obiettivi, anche civili, nella Striscia. Israele ha inoltre annunciato il blocco totale di Gaza: è stata interrotta la fornitura di acqua, cibo, elettricità, medicinali e carburante.
-5778421817646627948_121
Martedì 14 Marzo 2023, Federico De Renzi, turcologo e saggista, responsabile dell’area Turan del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, interverrà all’evento La Turchia tra passato Kemalista e Futuro Eurasiatico. L’evento si terrà presso il Caffé Letterario Horafelix, via Reggio Emilia 89 a Roma e rientra nel programma di Aperitivo Strategico. Info e contatti: 06 45618749 horafelixroma@gmail.com
President_of_Ukraine_Volodymyr_Zelenskyy_in_Kyiv_during_the_Russo-Ukrainian_War
di Thierry Meyssan FONTE ARTICOLO: La sconfitta dell’Ucraina si va delineando, di Thierry Meyssan (voltairenet.org)TRADUZIONE di Rachele Marmetti È un segreto di pulcinella: il governo di Kiev sta perdendo militarmente di fronte alle forze armate russe, che avanzano senza fretta e costruiscono la difesa delle regioni in cui un referendum ha sancito l’adesione alla Federazione di Russia. Ma questa inesorabile realtà ne cela altre. Per esempio, che la Turchia, membro della Nato, sostiene la Russia e le fornisce componenti di armamenti. Non soltanto l’Alleanza Atlantica sta perdendo, ma mostra crepe al suo interno. Il futuro dell’Ucraina si sta delineando. Il conflitto oppone da un lato il governo di Kiev, che rifiuta di onorare la firma degli Accordi di Minsk, dall’altro la Russia, che intende far rispettare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza che li ha ratificati. Da una parte uno Stato che rifiuta il diritto internazionale ed è sostenuto dagli Occidentali, dall’altra uno Stato che rifiuta le regole occidentali ed è sostenuto da Cina e Turchia. Come è accaduto che il presidente Volodymyr Zelensky, eletto per applicare gli Accordi di Minsk, si sia trasformato in nazionalista integralista [1], in difensore di fanatici eredi dei peggiori criminali del XX secolo? È un mistero. L’ipotesi più probabile è finanziaria: con la pubblicazione dei Paradise Papers è emerso che Zelensky possiede conti off-shore, nonché proprietà in Inghilterra e Italia. In realtà Zelensky non ha molto in comune con i nazionalisti integralisti. È un codardo. All’inizio della guerra è rimasto per diverse settimane nascosto in un bunker, probabilmente nella periferia di Kiev. Ne è uscito solo dopo che il primo ministro israeliano, Naftali Bennet, gli ha garantito di aver ricevuto da Putin l’impegno a non uccidere il presidente ucraino [2]. Da allora Zelensky fa il gradasso in video a ogni vertice politico e festival artistico occidentali. Come è accaduto che la Turchia, membro della Nato, si sia impegnata dalla parte della Russia? È più facile capirlo per chi ha seguito i tentativi di uccisione del presidente Recep Tayyip Erdogan da parte della CIA. Agli inizi Erdogan non era che un teppista di strada. Successivamente si è identificato in una milizia islamica che l’ha condotto ad avvicinarsi sia agli insorti afghani sia agli jihadisti russi d’Ichkeria. Solo dopo questo percorso è entrato in politica, nel senso classico del termine. Quando sosteneva i gruppi mussulmani antirussi era un agente della CIA. Come accade spesso, arrivato al potere ha visto le cose sotto un altro aspetto. Si è progressivamente staccato da Langley e si è messo al servizio del popolo turco. Però la sua evoluzione personale ha coinciso con i numerosi cambiamenti di strategia del Paese. La Turchia, che non ha mai digerito la caduta dell’Impero Ottomano, si è cimentata in diverse strategie: è candidata dal 1987 a entrare nell’Unione Europea; nel 2009, con Ahmet Davutoglu, ha pensato di ripristinare l’influenza ottomana. Passo dopo passo, Ankara ha immaginato di poter fondere l’obiettivo nazionale e il percorso personale del presidente e diventare patria dei Fratelli Mussulmani, nonché ripristinare il Califfato,...
csm_tuerkgrie_620_11a3c59ffc
Al confine tra Grecia e Turchia un’emergenza che l’Europa non saprà né vorrà affrontare, quella dei profughi e migranti che spingono ai confini greci per poter accedere al Vecchio Continente. I motivi sono da cercarsi negli interessi e nelle necessità di politica estera e interna di Ankara? Le tensioni tra Grecia e Turchia non sono certo un fattore di novità nella storia delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi; e non lo è neppure il fatto che queste si siano accese nuovamente nell’ultimo periodo da quando migliaia di persone si sono accampate sul confine greco per cercare di entrare in Europa. Una crisi di tale portata è uno di quegli eventi che possono essere trattati su vari livelli; spesso, soprattutto i media mainstream hanno optato per una narrazione che prendesse la pancia dei fruitori parlando di diritti umani stracciati, bambini morti nel tentativo di varcare il confine per vivere un futuro sotto la bandiera europea, condizioni disumane in cui versano i migranti nei campi allestiti in prossimità della frontiera. Questo, un esempio tra i tanti: “Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi. A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio. Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.” (http://www.vita.it/it/article/2020/03/05/cosi-scompare-lumanita-delleuropa-al-confine-grecia-turchia/154282/). Lo storytelling umanitario – caritatevole nasconde, però, uno scenario che ha tutt’altri risvolti afferenti piuttosto al cinismo politico degli attori impegnati nel gioco di forza tra Stati: i profughi ammassati al confine greco-turco che spingono per entrare in Europa non sono altro che un’arma di ricatto politico che la Turchia ha puntato verso la comunità internazionale nell’estremo tentativo di ottenere nel più breve tempo possibile un nuovo accordo sui migranti e un...
Focus CESEM (a cura della redazione)   I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale. Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo. La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”). Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi. La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi. Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco. Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno. L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12...
Erdoğan_(cropped_version,_2018)
Articolo originale apparso su Young Diplomats Erdogan – The once-great strategist he was when it comes to power struggles in the domestic scene is now having troubles finding the balance between his personal political gains and the sacrifices he has made in order to make such gains. He has been very sufficient in maximizing the damages he can cause to the country and in turn to himself while gaining very little in return. The very recent defeats the AKP has suffered in the municipal elections and the re-election in Istanbul are a great testament to this. He has virtually gone against the policies the AKP had pursued ever since they came to power in the early 2000s in every conceivable way. Not only has he torpedoed the relations with the US by fanatically insisting on purchasing the Russian-supplied S-400 anti-aircraft missile programs despite the risk of losing F-35 contracts and facing potential economic sanctions but also his authoritarian conducts involving repeated transgressions of democratic institutions and the blatant disdain to some European countries’ calls have contributed to the long-term deterioration in Turkey’s relations with the EU. His intransigence in refusing to let the Kurds have their own strongholds and persistence in launching a land invasion into Tel Rifaat, Manbij and the east of the Euphrates to chase them out have also added to the causes of tension with Turkey’s NATO allies. But that’s not all. He has also managed to tremendously wreck the relations with both his strategic allies and the neighboring states. The Idlib demilitarized zone agreement he brokered with Putin last year has become a disaster because of his failure to deliver his promises, which has triggered growing impatience in both Damascus and Moscow, ultimately resulting in a Russian-backed Syrian offensive into the region. The very recent aggressive attempt to drill offshore oil in the disputed areas nearing Cyprus’s coast has also sent alarming signals to both Greece and the internationally-recognized regime in Cyprus. The only two adjoining entities that have maintained relatively better relations with Ankara, apart from Iran, are Iraq and the Kurdistan regional government, but that is only because Iraq has suffered tremendous loss in the war against ISIS and is currently too weak to lose friends, and in the case of the KRG, it is because a huge proportion of its revenues comes from Turkey through trades and oil deals. In addition, the 2017 referendum in the KRG has not only pushed Baghdad and Ankara together but also made Erbill even more dependent on Turkey. Nevertheless, these ostensibly amicable relations are also about to be seriously tested. The ongoing Turkish military campaign that started last year involving frequent cross-border airstrikes targeting PKK fighters in areas within the Kurdistan region has drawn increasing condemnation on the part of Iraq. Reacting to two very recent air raids that caused five civilian casualties, Baghdad has begun to depict Turkey’s incursion as “unilateral acts of war” and urge Ankara to stop violating Iraq’s sovereign integrity. Although falling behind...
turchia gezi park geopolitica
Di Chiara Tavazzani coerenza delle teorie politiche professate dal ministro degli esteri Davutoğlu. A dispetto della retorica altisonante, l’iniziativa turca appare ondivaga: se da un lato numerosi sono stati i richiami a favore della democrazia, come anche le prese di posizione a favore dei ribelli, troppo forte permane l’insicurezza per quelli che sarebbero i possibili scenari futuri in caso di caduta del regime Assad. È indubbio che a seguito delle forte critiche al regime di Assad, la Turchia si sia apertamente schierata a favore del fronte dei ribelli tramite l’invio di informale di armi e sostegno logistico. Inoltre molto significativo è anche stato l’aiuto umanitario a favore dei profughi. Ciò nonostante l’imminenza delle elezioni politiche, l’opposizione della maggioranza della popolazione a vedersi immischiata in una guerra, come anche il mancato sostegno degli Stati Uniti a favore di un intervento scoperto sono tutti fattori significativi che hanno portato il governo turco a non spingersi molto oltre a semplici prese di posizione. In questo senso, l’ago della bilancia è certamente rappresentato dalla questione curda. A partire dall’inizio dei conflitti, la popolazione curda ha sempre mantenuto una posizione ambigua, evitando di schierarsi apertamente a favore del fronte dei ribelli come di quello governativo. Di certo i curdi siriani guardano con interesse al modello di governo lanciato dai loro connazionali nell’Iraq del Nord. Nonostante la Turchia stia sviluppando dei buoni rapporti con la cosiddetta Regione autonoma del Kurdistan, assolutamente escluse restano per Ankara qualsiasi tipo di ipotesi di autogoverno sui territori turchi meridionali a maggioranza curda, se non addirittura impensabili sono le concessione di indipendenza regionale. Il dialogo recentemente lanciato con il leader storico del partito PKK Abdullah Öcalan è un fattore di speranza, ma la sua esiguità e imprevedibilità inducono alla prudenza. Nel 2023 in occasione del centenario della Repubblica di Turchia, Erdoğan si è impegnato a portare a termine una serie di progetti urbani e infrastrutturali da lui stesso definiti come “folli” per accrescere il fasto e la potenza della Turchia nel mondo. È tutto da vedere se a seguito di questo incidente riuscirà a mantenere il consenso e il sostegno necessari per portare avanti i suoi piani. Ci si può solo augurare che anche gli alberi di Gezi Park saranno ancora lì a vederlo. Mi piacerebbe concludere questo reportage con una poesia del famoso autore turco Nazim Hikmet evocata più volte durante le proteste di Gezi Park:   L’albero di Noce Schiuma su schiuma, la mia testa è una nuvola Il mio interno esterno è un mare. Io sono un albero di noce del parco Gulhane. Nodo su nodo, pezzo su pezzo un vecchio noce ma né la polizia né tu lo sapete. Io sono un albero di noce del parco Gulhane. Le mie foglie brillano di uno scintillio come un pesce nell’acqua. Le mie foglie sono immacolate come un fazzoletto di seta strappale, o mia rosa, e asciuga le lacrime dei tuoi occhi. Le mie foglie sono le mie mani, esattamente io ho centomila mani e ti tocco con...