di Global Times Il superamento della soglia di 1.000 miliardi di kWh nel consumo elettrico mensile testimonia la portata globale della transizione economica cinese: elettrificazione rapida, integrazione digitale e crescita verde trasformano l’industria e la società, offrendo lezioni concrete per la governance climatica ed energetica mondiale.
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In questa puntata Stefano Vernole analizza gli scenari attuali che, anche nel contesto della crisi ucraina, vedono ancora la Russia principale hub mondiale dell'energia e degli idrocarburi, centrale nello sviluppo eurasiatico.
Dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale, le varie sanzioni comminate dall’Occidente collettivo alla Federazione Russa avevano come obiettivo quello di scalzare Mosca dal novero delle superpotenze energetiche ma tale tentativo è chiaramente fallito.
Il 5 e 6 dicembre 2024, tornerà l’atteso Eurasian Economic Forum. Dopo Baku e Samarcanda, farà il suo esordio in Medio Oriente a Ras Al Khaimah negli Emirati Arabi Uniti, continuando così il percorso in quella Grande Eurasia multipolare che ha voglia di parlare e confrontarsi senza cadere nelle imposizioni di un artefatto scontro di civiltà. Dal suo punto di vista cosa aspettarci dal Forum? Quali prospettive e possibilità? Che importanza può avere per l’Italia?
Questo articolo fa parte del focus "L'Unione europea e le risorse africane: competizione globale e prospettive regionali" di Alberto Scopetta.
Da ormai diversi anni il tema della sicurezza energetica è diventato argomento di rilievo dell’agenda europea. Nel 2021 i Paesi dell’Unione Europea hanno registrato complessivamente un consumo energetico pari a 39.351 petajoule, cifra che difficilmente potrà diminuire nei prossimi anni.
di Giulio Chinappi Gal Luft, consulente senior del Consiglio per la sicurezza energetica degli Stati Uniti, ha rilasciato un’intervista alla testata cinese Guancha. Nell’intervista, Luft affronta tematiche di grande attualità come le sanzioni contro la Russia, la fine del dominio del dollaro come valuta di riferimento e la nascita di un nuovo ordine finanziario, sottolineando anche i reali interessi degli Stati Uniti in Europa. Di seguito la traduzione dell’intervista. Gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo con i principali alleati europei per rimuovere diverse banche russe dal sistema SWIFT, in quelle che sono state definite sanzioni “a livello di bomba nucleare finanziaria“. Il sistema SWIFT è stato creato dagli Stati Uniti, ma l’allargamento delle sanzioni alla Russia dimostra che Europa e Stati Uniti stanno indebolendo il sistema internazionale da loro stessi stabilito. Che impatto avrà questo sull’ordine economico e finanziario mondiale? Nell’estate del 2019 ho pubblicato un libro intitolato De-dollarization: The Revolt Against the Dollar and the Rise of a New Financial World Order (“Dedollarizzazione: la rivolta contro il dollaro e l’ascesa di un nuovo ordine finanziario”, ndt). Molti degli eventi che stanno accadendo oggi sono stati predetti nel libro, ma devo dire che anche io sono piuttosto stupito dalla velocità del cambiamento. Stiamo letteralmente assistendo a una trasformazione del sistema finanziario globale annunciata dalle potenze occidentali dopo la seconda guerra mondiale alla conferenza di Bretton Woods. Nelle ultime settimane, gli Stati Uniti ei loro alleati hanno infranto diversi tabù: hanno disconnesso una grande economia da SWIFT; hanno sequestrato beni privati di cittadini russi che chiamano oligarchi senza alcun procedimento legale e, peggio di tutto, hanno congelato le riserve della Banca Centrale. Questa è stata in realtà la seconda volta in otto mesi che Washington ha messo le mani sulle riserve di una banca centrale. La prima volta è stata l’estate scorsa quando gli Stati Uniti hanno congelato miliardi di dollari della Banca Centrale Afgana. Il congelamento dei beni della banca centrale nella guerra economica è un atto di pirateria sponsorizzato dallo Stato ed equivalente all’uso di bombe nucleari in un conflitto militare. Ma è anche un atto controproducente che indebolirà solo la fiducia che i banchieri centrali di tutto il mondo hanno nel sistema del dollaro USA e nell’ordine internazionale basato sulle regole dell’America. Dal momento che l’America vuole scrivere le regole e farle rispettare, ogni Paese che non accetta i dettami di Washington potrebbe trovarsi nella stessa situazione della Russia. Questo è un campanello d’allarme per molti Paesi. Al momento, un Paese su dieci nel mondo è soggetto alle sanzioni statunitensi. Non ho dubbi che gli eventi dell’ultimo mese segnino uno spartiacque nella storia della finanza globale, che passerà alla storia come la peggiore ferita autoinflitta nella storia dell’economia. Lo status del dollaro come valuta di riserva è ciò che dà all’America il suo potere sulla scena mondiale, ed è ciò che consente agli Stati Uniti di avere deficit di trilioni di dollari e accumulare 30 trilioni di debiti. Nel corso della storia ci sono state numerose valute di riserva. La...
La seguente intervista è stata realizzata nel contesto di un lavoro più ampio riguardante l’Asia nel mondo post-pandemia. Dottor Floros*, per prima cosa la ringrazio per la sua disponibilità. Entriamo subito nel merito della questione. Per quanto riguarda il settore energetico (petrolio e gas), l’emergenza Covid-19 si inserisce in uno scenario di tensione più o meno latente che ha visto un recente crollo dei prezzi; ma questo fatto non è che l’ultimo sviluppo – incidentale, probabilmente – di una situazione di frizione tra i maggiori produttori mondiali (Usa, Arabia Saudita e Russia) che si protrae da tempo. Prima di entrare nel merito di come il Coronavirus impatterà lo scenario energetico futuro, puoi farci una breve cronistoria di come siamo giunti a questo punto? A marzo 2020, l’irrompere della crisi da covid-19 nel mercato dell’energia ha comportato la chiusura di una ciclo che era iniziato nel secondo semestre del 2014 quando i prezzi del greggio crollarono da quasi 120 $/b a meno di 50 $/b (Brent North Sea). Nel contempo, si è aperta una nuova fase dagli esiti potenzialmente dirompenti. Più precisamente, nonostante un marcato surplus dell’offerta e la cessazione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve che aveva contribuito in maniera significativa nel sostenere i prezzi del barile, le Petromonarchie del Golfo – guidate dall’Arabia Saudita – si opposero con forza al taglio della produzione durante l’OPEC meeting del 30 novembre 2014 e decisero di inondare il mercato, provocando il crollo dei prezzi. Sullo sfondo, un intreccio di conflitti geopolitici, a partire da quello tra Arabia Saudita e Iran che andava ben oltre la sede dell’OPEC, tra produttori convenzionali versus non convenzionali (i cosiddetti frackers Nord-Americani), fino allo scontro tra gli Stati Uniti d’America – spalleggiati dalla subalterna Unione Europea – e la Federazione Russa nel Maidan ucraino (colpo di Stato a febbraio 2014). Mi si conceda di levarmi un piccolo sassolino dalla scarpa. Al tempo, la maggior parte degli analisti ritenne che il crollo del petrolio fosse in primo luogo ascrivibile alla volontà saudita di mettere fuori mercato il tight oil Usa. Io invece fu uno tra i pochi – se non l’unico – che indicò nel comune obiettivo saudita-statunitense di sbarazzarsi degli ayatollah, così come dei siloviki tornati padroni in patria, la ragione principale del crollo dei prezzi. Seguì un periodo caratterizzato da oscillazioni di prezzo comprese tra i 30-50 $/b che si concluse il 30 novembre 2016 quando la neonata organizzazione a guida russo-saudita OPEC plus – e non più l’OPEC a trazione saudita – decise di tagliare l’output di 1.200.000 b/g al fine di sostenere l’oro nero. E’ importante precisare che la nascita dell’OPEC plus – successivamente trasformata in organismo permanente – e tutti gli accordi raggiunti in tale sede nel periodo novembre 2016-19 furono il risultato politico della vittoria militare ottenuta dalla Federazione Russa in Siria, dove Mosca era intervenuta nel rispetto del diritto internazionale a partire dal 30 settembre 2015 in supporto all’esercito regolare siriano di Bashar al-Assad. Si giunge così a...
E’ iniziata ieri lunedì 28 settembre la terza edizione dell’Azerbaijan & Caspian Sea Oil and Gas Summit 2015 presso il Four Season Hotel di Baku, evento che terminerà nella giornata di domani il cui obiettivo è quello di focalizzare l’attenzione sugli ultimi sviluppi, tecnologie e progetti futuri dell’industria del gas naturale e petrolifera della regione e favorire l’incontro e gli accordi commerciali tra le compagnie di settore. Ospiti di eccezione, conferenze e workshop sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano l’Azerbaijan & Caspian Oil and Gas Summit 2015, evento ideato dalla organizzazione britannica Oliver Kinross specializzata nella ricerca economica il quale sta ospitando più di 250 delegati e 30 speaker di fama internazionale. Tra gli oratori che prenderanno parte alla conferenza è doveroso citare Magsud Mammadov, rappresentante ufficiale del progetto Trans-Anatolian Pipeline (TANAP), Shailendra Mohite, ingegnere alla Q8 Petroleum, David Oniani, Advisor per la pianificazione strategica presso la Georgian Oil and Gas Corporation, Eric Meyer, Development Manager della Total, John Harkins, presidente della Greenfields Petroleum Corporation, Michael Hilmer, vice presidente per il settore Supply & Origination dell’area del Caspio presso la E.ON Global Commodities, Ayhan Durukan, Country Manager della Turkish Petroleum, Toralf Pilz, direttore della Divisione politica, economia ed informazione della Delegazione dell’Unione Europea in Azerbaigian, Akper Feyzullayev, direttore del dipartimento di geologia della Accademia Nazionale Azerbaigiana di Scienze, Robert Cetuka, Ambasciatore degli Stati Uniti in Azerbaigian, Natig Hajiyev, specialista del settore, Ingilab Ahmadov, rettore della School of Economics and Management e direttore di Eurasia Extractive Industries presso l’Università di Khazar, Ramin Isayev, direttore generale della SOCAR AQS, Gulmira Rzayeva, ricercatrice nel settore energia del Center for Strategic Studies Under the President of the Republic of Azerbaijan, Fuad hmadov, direttore di Azerbaijan South Caucasus Pipeline Ltd. Nella giornata di ieri Eric Meyer, Development Manager presso la Total Exploration & Production Azerbaijan B.V., è intervenuto alla conferenza ed ha sottolineato l’importanza dello sviluppo del deposito di gas naturale di Absheron, situato sempre nell’area azerbaigiana del Caspio. Secondo le parole di Meyer, la Total sta pianificando lo sviluppo e la produzione del deposito attraverso la creazione di una joint operating company con la State Oil Company of the Azerbaijani Republic (SOCAR) che vedrà le due compagnie detenere rispettivamente il 50% per la parte francese ed il 40% per quella azerbaigiana a cui si dovrà aggiungere un terzo investitore che otterrà il 10%. Le due compagnie operano già insieme sul territorio possedendo entrambe il 40% delle azioni per le attività di estrazione e produzione di Absheron, deposito la cui scoperta è stata annunciata nel settembre 2011 le cui risorse ammonterebbero secondo le stime effettuate da un centro di ricerca geologico azerbaigiano a 350 miliardi di metri cubi di gas (bcm) e 45 milioni di tonnellate di condensato. Oltre alla Total ed alla SOCAR partecipa allo sviluppo del deposito la compagnia GDF Suez (20%) ed entrambe stimano i tempi per la produzione al 2021. Non solo la Francia è direttamente interessata al mercato petrolifero e del gas naturale azerbaigiano e del Caspio, ma anche...