15 Luglio 2026

egemone

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di Fabio Massimo Parenti Lo scorso 27 febbraio si aperta a Ginevra, in Svizzera, la 52a sessione del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU che si protrarrà sino al prossimo 4 aprile. Si tratta del primo appuntamento (febbraio/marzo) del 2023, che prevede, come di consueto, altre due sessioni (giugno/luglio e settembre/ottobre). Durante il Segmento di Alto Livello, che ha avviato il dibattito, tra i vari rappresentanti governativi nazionali è intervenuto anche il Segretario di Stato americano Antony Blinken, che ha ribadito la posizione dell’Amministrazione Biden in materia di diritti umani, affrontando in particolare le presunte atrocità commesse dalla Russia nella sua “brutale guerra” contro l’Ucraina. Blinken, tuttavia, ha colto l’occasione anche per puntare nuovamente il dito contro la Cina, accusandola per l’ennesima volta di commettere “crimini contro l’umanità” nei confronti dei “musulmani uiguri ed altre persone di minoranze etniche nello Xinjiang”. Si tratta in realtà di un vecchio refrain, utilizzato da almeno vent’anni dal governo statunitense (e da fondazioni e organizzazioni ad esso riconducibili), al di là del colore politico delle diverse amministrazioni di volta in volta alle redini della Casa Bianca, che è però tornato prepotentemente d’attualità con la strumentalizzazione che il suo predecessore, il repubblicano Mike Pompeo, ne ha fatto negli ultimi due anni di Amministrazione Trump, utilizzando i rapporti dell’antropologo tedesco Adrian Zenz, mai stato nello Xinjiang in tutta la sua vita, e di altri studiosi occidentali, immediatamente recepiti da Stati Uniti e Unione Europea, pur senza verifiche. Secondo l’accusa, a partire dal 2016, la Cina avrebbe internato arbitrariamente moltissimi cittadini di etnia uigura, maggioranza relativa nella popolazione dello Xinjiang, utilizzando il pretesto della lotta al terrorismo islamista e al separatismo etnico. In realtà, come molti dati mostrano, e come anche numerosi rappresentanti di Paesi a maggioranza musulmana hanno potuto constatare nelle loro missioni diplomatiche in loco, il presunto genocidio etnico e culturale del popolo uiguro, denunciato per trent’anni dagli attivisti Rebiya Kadeer e Dolqun Isa, emigrati molti anni fa negli Stati Uniti, non è mai esistito. “Nessun paese è titolato a comportarsi da giudice in materia di diritti umani e questi non dovrebbero mai essere utilizzati come pretesto per inserirsi negli affari interni di altri paesi o per bloccare lo sviluppo di altri paesi”, ha risposto nel suo intervento in videoconferenza il ministro degli Esteri cinese Qin Gang, che ha proseguito: “I propositi e i principi della Carta delle Nazioni Unite dovrebbero essere osservati da tutti, e gli scambi e la cooperazione in materia di diritti umani dovrebbero essere portati avanti sulla base dell’eguaglianza e del rispetto reciproco. I tentativi da parte di alcuni di politicizzare, usare come arma o strumentalizzare le questioni relative ai diritti umani dovrebbero essere respinti”. Ormai da diversi anni, Pechino, in risposta a decenni di ingerenze, boicottaggi e tentativi di destabilizzazione (Hong Kong, Taiwan, Tibet e Xinjiang), pubblica un rapporto sulla situazione dei diritti umani negli Stati Uniti, individuando, dati alla mano, una situazione tutt’altro che invidiabile in quella che si autodefinisce come la più grande democrazia al mondo. Nel rapporto...