21 Luglio 2026

#DalaiLama

Vivas
di Maxime Vivas   Vuoi suscitare un’ondata globale di indignazione contro un Paese? Sostieni che gli uomini vengono imprigionati e torturati su vasta scala lì, persino giustiziati di nascosto, che le donne vengono sterilizzate con la forza e che i bambini vengono torturati lì. Questo è ciò che la stampa mondiale ha appena fatto, sta facendo e continuerà a fare, fungendo da megafono per alcuni giornali americani, segretamente ispirati dalle industrie della Casa Bianca.   Che non ci sia una parola di verità nella campagna anti-cinese contro gli uiguri non importa. Basta fingere, affermare. Le informazioni circolano, i giornali si leggono, i politici vengono coinvolti. È falso ma plausibile: la Cina insondabile, la Cina impenetrabile dietro le fessure dei loro occhi. Mi segui bene, tu che sei per la maggior parte normale, scusa: bianco?   Bruno Le Maire e Clémentine Autain sono indignati e virtualmente lo fanno sapere.   È tutta una bugia, ma il danno è fatto. Fu solo dopo la distruzione dell’Iraq e dopo centinaia di migliaia di morti innocenti che tutta la stampa ammise che le informazioni sugli incubatori scollegati in Kuwait dai soldati di Saddam Hussein furono inventate, che la fiala marchiata da Colin Powell alle Nazioni Unite conteneva la pipì o la sabbia del suo gatto dalla sua lettiera o polvere di perlimpina e non “Armi di Distruzione di Massa” che rischiavano di ottenere la meglio sugli Stati Uniti, la Gran Bretagna e (orrore!) sulla Francia.   Ho scritto sopra che “non c’è una parola di verità nella campagna anti-cinese contro gli uiguri”. La prudenza vorrebbe che io mi esprimessi così: “Molte cose sono imprecise nella campagna anti-cinese sugli Uiguri”. Oppure: “Certo, i cinesi non sono bambini dal cuore d’oro, ma dovremmo prendere alla lettera gli articoli di “Liberation”?” O addirittura: “Il problema che il regime cinese chiama “le tre piaghe” (terrorismo, separatismo, fondamentalismo) è una realtà che non può essere negata, ma ciò giustifica una repressione di tale portata? “.   Ma, tenete duro,  io insisto: “Non c’è una parola di verità nella campagna anti-cinese contro gli uiguri”. No tre volte no, uno o due milioni di uiguri maschi (tre secondo “Radio Free Asia”) non sono internati, le donne non sono sterilizzate con la forza per estinguere il gruppo etnico, i bambini non vengono uccisi per la raccolta di organi venduti in Arabia Saudita, Pechino non è in guerra contro questa regione autonoma che, d’altra parte, è oggetto di tutte le sue attenzioni e di tutti i suoi favori.   Ho scritto che “questa regione autonoma è al contrario oggetto di ogni attenzione, di tutti i favori di Pechino?” La prudenza vorrebbe che io mi esprimessi così: “Pechino gestisce le sue regioni con l’autorità naturale dei comunisti e lo Xinjiang non fa eccezione”, oppure: “Anche se Pechino ha messo lo Xinjiang sotto sorveglianza, degli sforzi finanziari innegabili sono stati consentiti per sviluppare questa regione, il punto di partenza della “Nuova via della Seta”.   Ma, continuo a tenere duro, insisto: “Questa regione autonoma...
L’occidentale medio è solitamente convinto che la comunità tibetana in esilio sia armoniosamente unita secondo i principi della religione buddhista, sotto la guida di un unico leader (il Dalai Lama) e contro l’unico nemico rappresentato dalla Cina. Uno sguardo più attento rivelerà una realtà molto diversa e più frammentata. Le divisioni sono state tipiche della società tibetana fin dai suoi inizi e la comunità tibetana in esilio non è da meno. Nel corso di pochi decenni un’unica amministrazione – quella del presente Dalai Lama Tenzin Gyatso – è stata in grado di dividere una comunità di poco più di cento mila persone in quattro gruppi contrapposti: mi riferisco a due grandi controversie religiose, quella di Dorje Shugden e quella del Karmapa. Nell’ultimo caso il conflitto ha smembrato il lignaggio Karma Kagyu – quello più seguito dopo la scuola Gelug – dopo la morte del suo carismatico leader, il sedicesimo Karmapa (1982). Il conflitto, che ha portato al riconoscimento indipendente di due reincarnazioni del Karmapa, tuttora vivi e operanti come tali, ha sconvolto tutta la comunità tibetana, considerato che la figura del Karmapa ha sempre avuto un alone di autorevolezza e misticismo tale da diventare un punto di riferimento per i devoti di molte altre scuole. In altre parole, la sua autorità sul piano religioso era superiore a quella del Dalai Lama, come facilmente dimostrabile dal fatto che quando moriva un importante Lama della comunità tibetana, si era soliti andare proprio dal Karmapa per trovare la nuova reincarnazione, non dal Dalai Lama. Questo conflitto è sorto dalla divisione dei due più importanti Lama del lignaggio Karma Kagyu sotto il Karmapa nella scala gerarchica, ovvero lo Shamarpa e Tai Situ Rinpoche, ognuno dei quali ha riconosciuto una propria reincarnazione del Karmapa indipendentemente dall’altro. Il Dalai Lama, però, invece di fare da paciere si è inserito nel conflitto dando il proprio appoggio ad uno piuttosto che all’altro (curiosamente proprio poche ore dopo che il candidato da lui riconosciuto era stato approvato legalmente dal Governo Cinese, una probabile mossa politica per tentare una mediazione con quest’ultimo). Tuttavia, l’intromissione del Dalai Lama è stata illegittima dal punto di vista religioso, perché nel corso della storia quest’ultimo non ha mai avuto alcun ruolo nel riconoscimento dei Karmapa. Per essere più precisi, già una volta avvenne un tentativo da parte dell’amministrazione dei Dalai Lama di riconoscere un Karmapa, e questo accadde dopo la morte del quindicesimo Karmapa (1922). Il bambino era il figlio di Lungshawa, il Ministro delle Finanze del tredicesimo Dalai Lama. Tuttavia questo riconoscimento non venne accettato dall’amministrazione del Karmapa e il bambino morì poco dopo in circostanze non molto chiare, cosa che permise all’amministrazione di Tsurphu di riconoscere in libertà la reincarnazione del Karmapa secondo le procedure Karma Kagyu. Pertanto, storicamente il Dalai Lama non ha mai avuto alcuna autorità per riconoscere un Karmapa e l’unica volta in cui ci provò, per motivazioni puramente politiche e ben poco spirituali, fallì miseramente. La mancanza di autorità sul lignaggio Karma Kagyu non impedì al presente...