15 Ottobre 2026

#CyberWar

cyber
di Richard Werner Il prof. Richard A. Werner è docente di Affari Bancari e Finanziari presso l’Università di De Montfort e presidente della Local First Community Interest Company, la quale si impegna a creare imprese comunitarie e banche comunitarie. Che un attacco cibernetico in Florida causi la chiusura di ottocento negozi in Svezia dimostra che il nostro sistema finanziario è già fin troppo interconnesso e suscettibile ad attacchi, eppure cosa vogliono fare le banche centrali? Imporre una maggiore centralizzazione.L’azienda informatica Kaseya ha sede a Miami in Florida; nei primi di luglio il suo programma di gestione informatica Virtual System Administrator (VSA) è stato compromesso da alcuni pirati tramite un virus che chiedeva il versamento di 70 milioni di dollari per interrompere e sbloccare il programma. Kaseya rifornisce circa 1.500 clienti in tutto il mondo, secondo Reuters, e, di fronte alla eventualità che ogni cliente possa cader vittima al tentativo di estorsione da parte del programma “REvil”, venerdì 2 luglio ha invitato tutti a spegnere con urgenza i propri sistemi informatici.Il danno maggiore si è probabilmente registrato a 8.000 chilometri di distanza dalla Florida, in Svezia, dove circa 800 supermercati Coop hanno chiuso i battenti quello stesso venerdì e sono rimasti chiusi per tutto il fine settimana poiché non riuscivano più ad accettare i pagamenti digitali. In Nuova Zelanda, anche scuole ed asili sono stati colpiti. Al 6 luglio, Kaseya non aveva ancora riavviato i propri sistemi informatici.Siccome la catena dei supermercati svedesi Coop (in svedese, Kooperativa Förbundet) distribuisce generi alimentari, una gran quantità di cibo fresco è stato fatto andare a male proprio nonostante le comunità locali volessero comprarlo. L’impatto dell’evento è davvero significativo: si stima che il gruppo Coop e i suoi relativi punti vendita rappresentino circa il 20% del commercio al dettaglio di generali alimentari in Svezia (dati del 2010). Ma i negozi erano davvero obbligati a chiudere? Storicamente, la Coop si era costituita con molti negozi locali cooperativi e indipendenti, che si sono poi fusi insieme in una grande catena di supermercati cooperativi. I principi cooperativi fondanti della Coop sono il fare affidamento su di sé, il prendersi la propria responsabilità e l’auto-sufficienza. “Prendersi la propria responsabilità significa che i membri si assumono la responsabilità della propria cooperativa, della sua fondazione e della sua vita”, cita il movimento. “(…) significa che i membri si prendono la responsabilità di assicurare che la loro cooperativa rimanga indipendente da altre organizzazioni pubbliche o private”. La chiusura dei suoi 800 negozi ha però dimostrato che la centralizzazione del gruppo Coop aveva tradito i suoi principi cooperativi fondanti.Cosa si può imparare da tutto ciò? Almeno due cose. Innanzitutto, i principi cooperativi sono saggi e, se le organizzazioni li rispettano, tali organizzazioni saranno resistenti alle crisi ed agli attacchi. L’impressione è che la Coop svedese abbia abbandonato le sue radici cooperative, diventando come tutte le altre cooperative che sono gestite da un livello centrale. Ora ne sta pagando il prezzo. È ironico che i negozi Coop abbiano dovuto chiudere. L’impressione è che...
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FOCUS a cura della Redazione Cesem Ha suscitato un certo scalpore la dichiarazione del portavoce del Ministero degli Esteri cinese di pochi giorni fa, Zhao Lijian, che ipotizza siano state le forze armate statunitensi ad aver portato il nuovo ceppo di coronavirus a Wuhan, iniziale epicentro dell’epidemia: “A quando risale il paziente zero negli Stati Uniti? Quante persone sono infette, e in quali strutture ospedaliere? Potrebbero essere state le forze armate Usa a portare l’epidemia a Wuhan. Siate trasparenti, pubblicate i vostri dati! Ci dovete una spiegazione”, ha scritto il portavoce cinese. Risposta simmetrica alle accuse mosse dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Robert O’Brien, secondo cui i ritardi e la scarsa trasparenza della Cina avevano portato a un rinvio di due mesi nella risposta globale alla minaccia, dichiarata “pandemia” dall’Oms negli scorsi giorni. In precedenza anche dagli Usa erano emerse teorie alternative rispetto alla versione ufficiale, secondo cui la diffusione del virus sarebbe un esperimento finito male di un laboratorio cinese. Francis Boyle, professore di diritto internazionale presso il “College of Law” dell’Università dell’Illinois, che ha redatto la legislazione nazionale degli Stati Uniti per attuare la Convenzione sulle armi biologiche, nota come “1989 Combat Terrorism Weapons Act”, approvata dal Congresso americano e promulgata dal presidente George W. Bush, è stato il primo a dichiarare in un’intervista al website americano “Geopolitics and Empire” che questo strumento bellico sarebbe sfuggito di mano al laboratorio di livello di biosicurezza 4 (BSL-4) di Wuhan. Entrambe le teorie definite “cospirazioniste” dai sostenitori di una “verità ufficiale” che attualmente non ha però ancora trovato riscontri scientifici – l’infezione da Coronavirus sarebbe stata trasmessa all’uomo da un pipistrello o da un altro animale (il pangolino malese), il paziente zero non è però ancora stato trovato – si basano su alcune curiose coincidenze. E’ a Wuhan che sarebbe nato nel 2003 il “National Biosafety Laboratory”, la struttura in questione, ospitata presso l’Accademia cinese delle scienze e pensata per aiutare scienziati e ricercatori cinesi a prevenire e controllare le malattie infettive emergenti. Divenuto una struttura di Livello IV, ad esso avrebbero avuto accesso sia medici francesi che operatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Già ai tempi dell’epidemia SARS, alcuni analisti avevano avanzato la teoria di un’arma batteriologica scagliata contro la Cina dopo il suo ingresso nella “World Trade Organization” (il focolaio del virus, peraltro, non venne individuato) 1. L’idea di un complotto dietro l’espansione della SARS fu per la prima volta esposta nella primavera del 2003 dallo scienziato russo Sergei Kolesnikov. Il biologo aveva provato le sue motivazioni negando ogni possibile base naturale del coronavirus; a confermare la tesi sarebbe la composizione della SARS, ovvero una sintesi tra morbillo e parotite epidemica, fenomeno mai svoltosi (o perlomeno mai visto) in natura. Poco tempo dopo queste dichiarazioni vennero ribadite da un virologo sempre di nazionalità russa, Nikolai Filatov, che per la prima volta considerò un coinvolgimento umano nella creazione del virus. Alcuni scienziati riconobbero la possibilità che il virus della SARS potesse essere di matrice umana,...