18 Luglio 2026

crisi ucraina

Nord_Stream_ceremonia_inaugurazione
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/08/nord-stream-gli-stati-uniti-impediscono-indagini-indipendenti-sullattentato/ Le rivelazioni di Seymour Hersh dimostrano come gli Stati Uniti siano pesantemente coinvolti negli attentati contro i due gasdotti Nord Stream, e proprio per questo non possono essere in grado di garantire indagini indipendenti e obiettive sull’accaduto. Nel mese di febbraio, le rivelazioni pubblicate dal giornalista statunitense Seymour Hersh hanno portato alla luce quello che in molti gia pensavano, ovvero l’implicazione degli Stati Uniti d’America nella serie di attentati terroristici contro i gasdotti Nord Stream, che permettono il trasporto del gas russo in Germania. Nonostante stiamo parlando di un giornalista apprezzato in tutto il mondo, già vincitore del Premio Pulitzer, le notizie pubblicate da Hersh sono state censurate dalla maggioranza dei media occidentali, che invece hanno continuato a proporre versioni fantasiose come quella dell’auto-attentato russo. In queste ore, i media occidentali, e in particolare il New York Times, hanno pubblicato alcune rivelazioni secondo le quali i gasdotti sarebbero stati sabotati da un non meglio specificato gruppo pro-ucraino, ma senza che il governo di Kiev ne fosse al corrente. Tuttavia, le fonti da cui sarebbero state acquisite queste informazioni non sono state rivelate, e l’articolo dice ben poco sulle modalità con le quali sarebbe avvenuto l’attentato, al contrario di quello di Hersh, che invece ha ben dettagliato quanto sarebbe accaduto tra il 26 e il 27 settembre dello scorso anno, come abbiamo spiegato nel nostro precedente articolo. Andrej Ledenev, consigliere dell’ambasciata russa negli Stati Uniti, ha commentato l’articolo del New York Times affermando che questo sarebbe solo un tentativo di spostare l’attenzione dal ruolo che Washington avrebbe avuto nell’operazione terroristica: “Innanzitutto, abbiamo preso atto del fatto che l’articolo citato ha ottenuto immediatamente un ‘semaforo verde’ nel campo dell’informazione locale, essendo letteralmente su tutti i media in un battito di ciglia. Ciò è particolarmente degno di nota visti i tentativi dei funzionari e dei giornalisti locali di mettere a tacere palesemente il materiale risonante del vincitore del Premio Pulitzer Seymour Hersh sullo stesso argomento”, ha fatto notare il funzionario. “Non abbiamo fiducia nell’”imparzialità” delle conclusioni dell’intelligence statunitense. Percepiamo “fughe di notizie” anonime come nient’altro che un tentativo di confondere coloro che stanno sinceramente cercando di andare a fondo in questo crimine eclatante, scaricando la colpa degli statisti che hanno ordinato e coordinato gli attacchi nel Mar Baltico su alcuni individui astratti“. Leonid Sluckij, capo della Commissione per gli Affari Esteri della Duma di Stato russa, la camera bassa del parlamento moscovita, ha affermato a sua volta, attraverso il proprio account Telegram, che “l’articolo del NYT è l’ennesima falsa pista, volta a distrarre l’opinione pubblica dai veri colpevoli additando un astratto gruppo ribelle. Ma chi crederebbe che un’operazione di tale portata, che è essenzialmente di natura militare, possa essere portata avanti da un gruppo di sabotaggio precedentemente sconosciuto?”. Mentre gli Stati Uniti continuano a proporre versioni alternative senza tuttavia presentare prove concrete, l’unica investigazione che ha portato a risultati tangibili sugli attentati contro i gasdotti Nord Stream resta quella di Seymour Hersh. Lo stesso giornalista investigativo, che tra l’altro in passato ha lavorato proprio per il New York Times, ha...
A cura di Vera Shcherbakova per l’Agenzia di Stampa Tass Il presidente russo Vladimir Putin, annunciando la sospensione della partecipazione della Russia al Trattato di riduzione delle armi strategiche (START), invia un segnale forte agli Stati Uniti, indicando che il conflitto con l’Ucraina sul Donbass e altre aree, che Washington sta intraprendendo a distanza, è secondario rispetto allo sfondo di uno scontro con l’Occidente per un nuovo ordine mondiale senza dominio americano. Questa opinione è stata espressa lo scorso mercoledì dal Vicedirettore della rivista italiana “Eurasia” e responsabile delle relazioni esterne del “Centro Studi Eurasia-Mediterraneo” Stefano Vernole. “La Russia non si ritira dal trattato, ma sospende la sua partecipazione, questo è già un segnale abbastanza forte per gli Stati Uniti, ciò indica che Putin ritiene la Casa Bianca responsabile della distruzione della Russia attraverso un conflitto che si sta svolgendo a distanza in Ucraina. Questo annuncio indica anche che la Russia considera certo prioritario il conflitto sul Donbass e sugli altri territori contesi, ma la priorità è la sfida lanciata dall’Occidente. In sostanza, a Washington è dato di capire che l’Operazione Militare Speciale mira non solo a combattere i nazisti in Ucraina, ma anche a porre fine all’egemonia statunitense nel mondo”, ha affermato l’analista. “Il Presidente della Federazione Russa ha chiaramente indicato che la Russia non sarà mai la prima a ricorrere alle armi nucleari, e vale la pena ricordare che finora nella storia solo gli Stati Uniti l’hanno fatto – i ben noti episodi di Hiroshima e Nagasaki, ma c’è un’opinione secondo cui le armi nucleari tattiche sono state usate anche in Iraq dopo l’invasione del 2003”, ha detto la fonte. Martedì della scorsa settimana Putin, in un messaggio all’Assemblea federale, ha affermato che la Russia sospenderà la sua partecipazione al Trattato NEW START, ma non si ritirerà. Il capo dello Stato ha sottolineato che prima di tornare a discutere la questione della prosecuzione dei lavori nell’ambito del trattato, la parte russa deve capire da sola come lo START terrà conto degli arsenali non solo degli Stati Uniti, ma anche di altri Paesi della NATO potenze nucleari – Gran Bretagna e Francia.
President_of_Ukraine_Volodymyr_Zelenskyy_in_Kyiv_during_the_Russo-Ukrainian_War
di Thierry Meyssan FONTE ARTICOLO: La sconfitta dell’Ucraina si va delineando, di Thierry Meyssan (voltairenet.org)TRADUZIONE di Rachele Marmetti È un segreto di pulcinella: il governo di Kiev sta perdendo militarmente di fronte alle forze armate russe, che avanzano senza fretta e costruiscono la difesa delle regioni in cui un referendum ha sancito l’adesione alla Federazione di Russia. Ma questa inesorabile realtà ne cela altre. Per esempio, che la Turchia, membro della Nato, sostiene la Russia e le fornisce componenti di armamenti. Non soltanto l’Alleanza Atlantica sta perdendo, ma mostra crepe al suo interno. Il futuro dell’Ucraina si sta delineando. Il conflitto oppone da un lato il governo di Kiev, che rifiuta di onorare la firma degli Accordi di Minsk, dall’altro la Russia, che intende far rispettare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza che li ha ratificati. Da una parte uno Stato che rifiuta il diritto internazionale ed è sostenuto dagli Occidentali, dall’altra uno Stato che rifiuta le regole occidentali ed è sostenuto da Cina e Turchia. Come è accaduto che il presidente Volodymyr Zelensky, eletto per applicare gli Accordi di Minsk, si sia trasformato in nazionalista integralista [1], in difensore di fanatici eredi dei peggiori criminali del XX secolo? È un mistero. L’ipotesi più probabile è finanziaria: con la pubblicazione dei Paradise Papers è emerso che Zelensky possiede conti off-shore, nonché proprietà in Inghilterra e Italia. In realtà Zelensky non ha molto in comune con i nazionalisti integralisti. È un codardo. All’inizio della guerra è rimasto per diverse settimane nascosto in un bunker, probabilmente nella periferia di Kiev. Ne è uscito solo dopo che il primo ministro israeliano, Naftali Bennet, gli ha garantito di aver ricevuto da Putin l’impegno a non uccidere il presidente ucraino [2]. Da allora Zelensky fa il gradasso in video a ogni vertice politico e festival artistico occidentali. Come è accaduto che la Turchia, membro della Nato, si sia impegnata dalla parte della Russia? È più facile capirlo per chi ha seguito i tentativi di uccisione del presidente Recep Tayyip Erdogan da parte della CIA. Agli inizi Erdogan non era che un teppista di strada. Successivamente si è identificato in una milizia islamica che l’ha condotto ad avvicinarsi sia agli insorti afghani sia agli jihadisti russi d’Ichkeria. Solo dopo questo percorso è entrato in politica, nel senso classico del termine. Quando sosteneva i gruppi mussulmani antirussi era un agente della CIA. Come accade spesso, arrivato al potere ha visto le cose sotto un altro aspetto. Si è progressivamente staccato da Langley e si è messo al servizio del popolo turco. Però la sua evoluzione personale ha coinciso con i numerosi cambiamenti di strategia del Paese. La Turchia, che non ha mai digerito la caduta dell’Impero Ottomano, si è cimentata in diverse strategie: è candidata dal 1987 a entrare nell’Unione Europea; nel 2009, con Ahmet Davutoglu, ha pensato di ripristinare l’influenza ottomana. Passo dopo passo, Ankara ha immaginato di poter fondere l’obiettivo nazionale e il percorso personale del presidente e diventare patria dei Fratelli Mussulmani, nonché ripristinare il Califfato,...
transnistria
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/27/moldova-e-ucraina-stringono-la-transnistria-in-una-morsa-mortale/ La Transnistria, la repubblica indipendente filorussa, si trova in una situazione molto difficile a causa dell’ostilità congiunta dei due Paesi che la accerchiano, la Moldova e l’Ucraina. La Transnistria, ufficialmente Repubblica Moldava di Pridnestrovie, è uno stato indipendente de facto non riconosciuto dalla maggioranza della comunità internazionale, che considera il suo territorio come parte integrante della Repubblica di Moldova. In effetti, ad oltre trent’anni dalla dichiarazione d’indipendenza del 2 settembre 1990, la Transnistria ha ottenuto il riconoscimento unicamente da parte di altri governi che ne condividono la condizione di stati non riconosciuti dall’ONU, ovvero l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia e la Repubblica dell’Artsakh, con le quali nel 2006 ha costituito la Comunità per la democrazia e i diritti delle nazioni. In questo momento, la Transnistria si trova al centro dell’attenzione della comunità internazionale, dopo che la Russia ha denunciato la possibile invasione di quel territorio da parte dell’esercito ucraino. In particolare, il ministero della Difesa russo ha affermato che Kiev starebbe tramando per inscenare una provocazione contro la Transnistria usando le sue forze armate regolari e l’unità neonazista del battaglione Azov. Il ministero ha inoltre affermato di seguire da vicino la situazione al confine tra Ucraina e Transnistria, e di essere pronto a reagire a qualsiasi cambiamento della situazione. La Moldova, dal canto suo, che considera la Transnistria come parte integrante del proprio territorio, si trova attualmente in una situazione politicamente difficile, viste le recenti dimissioni del primo ministro Natalia Gavrilița. Maia Sandu, presidente dell’ex repubblica sovietica, ha provveduto a nominare Dorin Recean a capo dell’esecutivo, mantenendo inalterato l’orientamento filoeuropeista dello stesso. Presentando il programma del suo gabinetto al parlamento, Recean ha chiesto il ritiro delle truppe russe dalla repubblica non riconosciuta della Transnistria e l’eliminazione dei depositi di armi presenti in quel territorio, pur sottolineando che avrebbe utilizzato mezzi diplomatici per raggiungere questi obiettivi. Il nuovo primo ministro dimentica forse che le forze di pace russe furono dispiegate nella zona delle operazioni di combattimento in Transnistria alla fine di luglio 1992 in base a un accordo sulla risoluzione pacifica del conflitto armato firmato anche dalla Moldova, dopo che un breve conflitto tra le parti aveva causato oltre mille vittime. Vitalij Ignat’ev, ministro degli Esteri della Transnistria, ha denunciato le strategie utilizzate dal governo della Moldova per boicottare i negoziati tra le due parti e per isolare la repubblica indipendente: “Chișinău non risparmia sforzi per distruggere le strutture negoziali che abbiamo e per creare nuovi problemi per eludere l’attuazione delle sue responsabilità”, ha detto il diplomatico alla rete Rossija-24. Secondo Ignat’ev, la Moldova sta ostacolando le importazioni di cibo e medicinali nella repubblica non riconosciuta, mentre il governo ha approvato degli emendamenti al codice penale che prevedono pene detentive da due a sei anni per “azioni volte a separare parti della Repubblica di Moldova“, chiaramente volte a punire i separatisti della Transnistria. La versione di Ignat’ev trova conferma anche nelle parole del vice ministro degli Esteri russo, Michail Galuzin, che ha affermato che attualmente la Transnistria si trova isolata a causa del blocco operato congiuntamente da Ucraina e Moldova....
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di Fabio Massimo Parenti (La nostra) decisione non dovrebbe essere né filorussa né filo-ucraina, ma deve essere capace di riconoscere le realtà storiche, geografiche ed economiche coinvolte e cercare per gli ucraini un posto dignitoso e accettabile nella famiglia del tradizionale impero russo, di cui formano una parte inestricabile. George F. Kennan, 1948 Le “chiacchiere” più recenti sulla guerra in Ucraina sono tutte incentrate su nomi di armamenti: ogni santo giorno si pubblicano articoli su Himars, Javelin, Leopard, F16, missili, razzi, carri, aerei, sistemi di difesa ecc. Ciò fa tornare alla mente le “chiacchiere” mediatiche ai tempi della crisi 2007-2008, in cui proliferavano gli acronimi dei mille derivati: MBS, ABC, CDS, CDO ecc. Nell’uno come nell’altro caso, una coltre di tecnicismo veniva e viene messa in circolazione col fine ultimo, sembrerebbe, di non far capire alcunché ai lettori, sull’origine dei fenomeni e sui processi che determinano gli eventi. Ma c’è di più. Questo chiacchiericcio mediatico è utile invero a nascondere le responsabilità, a deresponsabilizzare gli esecutori di tutti gli errori che ci hanno portato fin qui. Slogan vuoti e censura All’epoca della grande crisi finanziaria, i media raccontavano gli eventi con la poetica della complessità finanziaria, gettando fumo tecnicistico sulla reale comprensione del contesto, del processo e delle cause reali. Tutto liquidato con qualche accenno alle distorsioni e ai fallimenti di mercato, attribuendo la responsabilità alla complessità del sistema finanziario, dei prodotti derivati e delle strategie di investimento. In tal modo il discorso pubblico non faceva altro che allontanare il riconoscimento delle cause reali (in primis la deregolamentazione pluridecennale dei mercati) e delle responsabilità politiche. Anche oggi, in questa fase di grande incertezza geopolitico-economica, in Europa ed Asia Pacifico, il discorso pubblico e le scelte politiche sembrano totalmente irrazionali e miopi. Ciò che ci interessa evidenziare è la logica politica sottostante il funzionamento dei grandi media: liquidando da subito la contestualizzazione dei processi storico-geografici, ovverosia quelli che hanno portato a “stringere” ulteriormente il “nodo” storico rappresentato dallo spazio ucraino, la tanto ridondante quanto inaccurata e onnipresente formula (o meglio “empty slogan”) “dell’aggredito e dell’aggressore” ha sancito la banalizzazione del presente, l’evaporazione dei processi diacronici, la censura delle analisi e delle spiegazioni critiche, impedendo di fatto qualsiasi dibattito realmente costruttivo per lavorare alacremente su compromessi e negoziati. Il primo accordo raggiunto dalle parti nel marzo 2022 fu affossato da UK-US, mentre la posizione della Cina, riproposta ieri, sulla soluzione politica della crisi Ucraina troverà purtroppo l’opposizione di quelle entità, appena citate, che vogliono continuare ad ampliare il conflitto. La costruzione del mostro I media veicolano continuamente paure e supposte “minacce” provenienti dall’esterno del nostro “giardino”, prestandosi alla vecchia tecnica di costante fabbricazione del pericolo esterno – rappresentato da sedicenti “mostri” da sconfiggere o contenere. E chi sarebbero questi “mostri”? Paesi, interi paesi, stati-civiltà, trattati alla stregua di popoli inferiori, che coincidono guarda caso proprio con quei paesi che stanno legittimamente riorganizzando l’economia e la politica mondiale secondo canali e modalità relazionali di tipo cooperativo (si pensi all’allargamento della SCO e...
a cura di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/24/la-cina-propone-dodici-punti-per-la-pace-in-ucraina/ Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento in dodici punti intitolato “La posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina“, in cui vengono proposti dodici punti necessari per garantire la pace. Di seguito la traduzione integrale. Rispettare la sovranità di tutti i Paesi. Il diritto internazionale universalmente riconosciuto, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, deve essere rigorosamente osservato. La sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di tutti i Paesi devono essere efficacemente sostenute. Tutti i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, sono membri uguali della comunità internazionale. Tutte le parti dovrebbero sostenere congiuntamente le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali e difendere l’equità e la giustizia internazionali. Dovrebbe essere promossa un’applicazione paritaria e uniforme del diritto internazionale, mentre i doppi standard devono essere respinti. 2. Abbandonare la mentalità della guerra fredda. La sicurezza di un Paese non dovrebbe essere perseguita a spese di altri. La sicurezza di una regione non dovrebbe essere raggiunta rafforzando o espandendo i blocchi militari. I legittimi interessi e preoccupazioni di sicurezza di tutti i Paesi devono essere presi sul serio e affrontati adeguatamente. Non esiste una soluzione semplice a un problema complesso. Tutte le parti dovrebbero, seguendo la visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile, e tenendo presente la pace e la stabilità a lungo termine del mondo, contribuire a creare un’architettura di sicurezza europea equilibrata, efficace e sostenibile. Tutte le parti dovrebbero opporsi al perseguimento della propria sicurezza a scapito della sicurezza altrui, prevenire il confronto tra blocchi e lavorare insieme per la pace e la stabilità nel continente eurasiatico. 3. Cessare le ostilità. Il conflitto e la guerra non giovano a nessuno. Tutte le parti devono rimanere razionali ed esercitare moderazione, evitare di alimentare il fuoco e aggravare le tensioni e impedire che la crisi si deteriori ulteriormente o addirittura sfugga al controllo. Tutte le parti dovrebbero sostenere la Russia e l’Ucraina nel lavorare nella stessa direzione e riprendere il dialogo diretto il più rapidamente possibile, in modo da ridurre gradualmente la situazione e raggiungere infine un cessate il fuoco globale. 4. Riprendere i colloqui di pace. Dialogo e negoziazione sono l’unica soluzione praticabile alla crisi ucraina. Tutti gli sforzi volti a una soluzione pacifica della crisi devono essere incoraggiati e sostenuti. La comunità internazionale dovrebbe rimanere impegnata nel giusto approccio per promuovere i colloqui per la pace, aiutare le parti in conflitto ad aprire la porta a una soluzione politica il prima possibile e creare le condizioni e le piattaforme per la ripresa dei negoziati. La Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo in questo senso. 5. Risolvere la crisi umanitaria. Tutte le misure atte ad alleviare la crisi umanitaria devono essere incoraggiate e sostenute. Le operazioni umanitarie dovrebbero seguire i principi di neutralità e imparzialità e le questioni umanitarie non dovrebbero essere politicizzate. La sicurezza dei civili deve essere efficacemente tutelata e devono essere...
armi_chimiche
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/11/la-russia-denuncia-ancora-luso-di-armi-chimiche-da-parte-dellucraina/ La Federazione Russa è tornata a denunciare di fronte agli organismi internazionali competenti l’uso di armi chimiche da parte dell’esercito ucraino, portando nuove schiaccianti prove fornite dagli stessi soldati ucraini attraverso i social network. “Abbiamo menzionato le prove pubblicate su Internet dell’uso di armi chimiche da parte delle forze ucraine (e continueremo a richiamare l’attenzione su questo problema come informazioni più accurate)“, ha scritto lo scorso 8 febbraio su Telegram Dimitrij Poljanskij (in foto), primo vice rappresentante permanente della Federazione Russa presso le Nazioni Unite. In effetti, le autorità russe hanno più volte denunciato l’uso di armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali da parte dell’esercito ucraino contro i soldati russi, ma nessun organo internazionale ha fino ad ora preso in considerazione le prove presentate da Mosca. Denis Pušilin, leader della Repubblica Popolare di Doneck, ha recentemente affermato che il numero di segnalazioni da diverse aree del fronte del Donbass sull’uso di armi chimiche da parte ucraina è aumentato: “C’è stato un aumento del numero di segnalazioni da parte dei comandanti delle direzioni Ugledar, Artëmovsk e Majorsk sull’uso di armi chimiche da parte del nemico“, ha dichiarato in un’intervista rilasciata all’emittente Rossija-24. “Le prove dell’uso di questo tipo di munizioni, sganciate dai droni sulle nostre posizioni, sono state registrate. Si tratta di un fenomeno sistemico, non di casi isolati“, ha aggiunto Pušilin. Secondo quanto affermato dal numero uno della RPD, a causa delle sostanze chimiche utilizzate dai militari ucraini, tra le vittime sono stati registrati casi di irritazione delle mucose, tosse e malessere generale. “Finora non ci sono casi mortali, ma c’è un certo disagio“, ha commentato. Ad oggi, gli esperti non hanno ancora stabilito che tipo di sostanza chimica stiano usando i militari ucraini, ma stanno lavorando per dare una risposta a questa domanda. In precedenza, Jan Gagin, esperto politico-militare e consigliere del capo della RPD, aveva dichiarato all’agenzia stampa TASS che le truppe ucraine avevano usato armi chimiche nelle aree di Soledarsk e Artëmovsk il 5 febbraio. Ha inoltre sottolineato che questa non era la prima volta che le armi chimiche erano state utilizzate dalla parte ucraina. Gagin ha aggiunto che le stesse unità ucraine non hanno nascosto la presenza di tipi di armi proibite, mostrando regolarmente in video ordigni a gas di fabbricazione straniera e elicotteri (droni di tipo elicottero) per sganciarli. In quella stessa data del 5 febbraio, “un comandante ucraino ha mostrato con orgoglio in un video droni e bombolette di armi chimiche da loro sganciate sui soldati russi”, secondo quanto denunciato da Christelle Néant sul portale Donbass Insider. Eppure, anche di fronte a queste evidenze schiaccianti, gli organismi internazionali sono rimasti muti, a partire dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPWC). “Il 7 febbraio 2023, due giorni dopo la pubblicazione del video di Madiar, nelle chat room ucraine è apparso un altro video, che mostrava un drone che lanciava granate sui soldati russi, e l’orribile agonia di uno di loro che annegava in un canale di irrigazione dopo essere stato preso da convulsioni”, si legge ancora. Nello stesso articolo, Christelle Néant avanza...
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di Alexey Dzermant FONTE ARTICOLO: IDEEAZIONE.COM Vi ringrazio per l’invito e per l’opportunità di parlare in qualità di rappresentante della filosofia e del pensiero bielorussi, che fanno ovviamente parte del pensiero comune russo o addirittura eurasiatico. Viviamo in un unico spazio culturale e non ci sono confini linguistici e mentali tra di noi. Vorrei introdurre l’argomento del mio intervento e delineare la prima tesi. A mio parere, l’operazione speciale che la Russia sta conducendo in Ucraina è paragonabile a quegli eventi epocali che vari ricercatori chiamano rotture o sfondamenti, cioè conquiste rivoluzionarie che segnano svolte epocali nella storia russa. Ognuna di queste svolte ha un nome proprio. L’emergere dell’Antico Stato russo, il periodo precedente e successivo all’invasione mongola è chiamato periodo della Santa Russia. È in questo periodo che si formano i principali ideologemi legati all’adozione dell’Ortodossia, alla diffusione dell’identità russa, alla sua comprensione da parte di scribi, autorità e altre persone. Poi arriva l’epoca di Mosca come Terza Roma. In questo periodo Mosca si sente un vero regno ortodosso, un’arca in un mondo ostile. Quando intorno ci sono cattolici e Stati islamici, Mosca diventa una stella guida per tutti gli ortodossi. Con l’inizio dell’era di Pietro il Grande e la fondazione di San Pietroburgo, nasce una sorta di forma occidentalizzata di Stato russo, nota come Impero russo. Nel 1917, la Russia affronta la fase successiva, la rottura o la svolta. È l’Unione Sovietica, il progetto messianico rosso che doveva estendersi all’intero pianeta. Il culmine di questo progetto è l’estensione russa al di là del pianeta, cioè la realizzazione delle idee del cosmismo introdotte nella filosofia russa nel XIX secolo da Nikolai Fedorov. Esse sono state attuate solo nella seconda metà del XX secolo dallo Stato sovietico. A mio avviso, il 24 febbraio 2022 segnerà la stessa pietra miliare nella formazione dello Stato russo. Non so come si chiamerà quest’epoca. Non sarà l’Unione Sovietica. Saranno richiesti altri termini e altre parole. Dobbiamo capire che non si tratta solo di ripristinare le terre perdute. Si tratta di una richiesta di riorganizzazione globale. Una riorganizzazione che né la Russia, né i suoi alleati, né il mondo nel suo complesso saranno in grado di affrontare senza una trasformazione radicale. Che i rappresentanti dell’establishment politico e la maggioranza della popolazione russa lo capiscano o meno, io credo che sia vero. È compito dei filosofi comprendere la portata epocale e globale di ciò che sta accadendo. Da tutto questo emergerà una Russia storica, grande e multiforme, con una qualità completamente nuova. Quello che sta accadendo ora sul territorio dell’ex Ucraina è una lotta per acquisire questa qualità. Le acquisizioni territoriali cambieranno la geopolitica della Russia. Le aree meridionali e costiere aggiungeranno un certo potere. Lo stesso accadrà dal punto di vista demografico. Circa dieci o quindici milioni di persone che condividono la cultura russa e parlano la lingua russa, anche se un po’ stupefatti, garantiranno comunque un grande aumento della popolazione. Nella sfera intellettuale, nuovi pensatori emergeranno da questa guerra globale e da questa...
Mentre la Rand Corporation, centro studi vicinissimo al Pentagono, afferma che un “armistizio” o un “compromesso politico” con la Russia è “la massima priorità” perché la vittoria sul campo è “altamente improbabile” e per gli Stati Uniti “le conseguenze negative di una guerra lunga saranno gravi”, il vicepresidente del consiglio di sicurezza della Russia ed ex presidente Medvedev afferma che in Ucraina non ci sarà nessun armistizio o compromesso. Proprio oggi si registra una dichiarazione estremamente interessante: il capo della repubblica cecena Ramzan Kadyrov, uno dei principali falchi russi, afferma che “la missione militare speciale finirà prima della fine dell’anno. I paesi europei dovranno ammettere di aver sbagliato, l’Occidente si inginocchierà e, come sempre, i paesi europei dovranno cooperare con la Federazione Russia in tutte le sfere. Non dovrebbe esserci e non ci sarà mai un’alternativa a questo”, mentre Putin i giorni scorsi ha dichiarato che “: in un modo o nell’altro la sovranità verrà restituita all’Europa. A quanto pare ci vuole un po’ di tempo”. Nelle nuove frontiere intereuropee, ovvero nei due blocchi est-ovest che si sono creati in Europa e nella situazione di vera e propria guerra, la Russia ha voltato le spalle all’Europa o vuole paradossalmente ancora integrarsi con l’Europa? Che cosa accadrebbe all’Europa se non partecipasse ai progetti di integrazione eurasiatica? Ne parliamo in questa intervista a MARCO GHISETTI Redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, responsabile dell’ “Area anglosassone” presso il “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo” e direttore della collana “I classici della geopolitica” presso Anteo Edizioni, dove tra l’altro è stato appena tradotto e pubblicato per la prima volta in italiano questo testo della geopolitica tedesca: “Il blocco continentale. Mitteleuropa – Eurasia – Giappone”. Conduce CARLO SAVEGNAGO
Zelensky
di Thorsten Hinz FONTE ARTICOLO: https://www.geopolitika.ru/fr/article/guerre-dukraine-les-strategies-nefastes-des-etats-unis I politologi Ulrike Guérot e Hauke Ritz denunciano una massiccia influenza degli Stati Uniti nell’Europa orientale come un impulso decisivo della guerra in Ucraina. Secondo la loro opinione, Washington non può più essere considerata il guardiano del Graal dei “valori occidentali”. Secondo loro, infatti, gli Stati Uniti sono oggi “socialmente fatiscenti e culturalmente sfiniti”. La politologa Ulrike Guérot ha osato fare ciò che ha portato in modo prevedibile e logico al suo bando dal pubblico: con Hauke ​​Ritz, dottore in filosofia e specialista in questioni riguardanti la Russia, ha scritto un libro che assume una visione opposta rispetto alla lettura che è stata data della guerra in Ucraina. Vi riconosce, infatti, una manipolazione dell’opinione pubblica degna di quella messa in piedi nel 1914: “Ovunque si guardi, c’è un’esuberante presa di posizione a favore dell’Ucraina, una demonizzazione totale dell’avversario, una riduzione del nemico a una sola persona (Putin), assenza di contestualizzazione, una netta divisione tra bene e male, un rifiuto sdegnato della corresponsabilità, moralità a vantaggio della geostrategia“. Guérot e Ritz hanno collegato due serie di motivazioni: in primo luogo, la consapevolezza “che l’UE ha fallito come progetto politico”; in secondo luogo, “che l’immagine della Russia in Occidente è falsa o comunque insufficiente”. I due concetti sono dialetticamente legati: il suo fallimento rende l’UE incapace di assumere una posizione autonoma nella guerra in Ucraina e di esercitare un’influenza pacificatrice sul conflitto. La continuazione della guerra, a sua volta, rende perfetto il suo fallimento. Il conflitto geopolitico diventa così un “gioco finale” per l’Europa, con la prospettiva di degenerare definitivamente in un giardino e una massa a disposizione degli Stati Uniti. L’obiezione che l’Europa e l’UE non sono identiche non dovrebbe essere presa in considerazione qui. Una “guerra per procura americana” Quella che i media chiamano coerentemente “la guerra di aggressione di Putin” è per Guérot e Ritz “una guerra per procura americana preparata da tempo“, le cui radici risalgono ai primi anni 90. Hanno recensito libri, articoli e dichiarazioni di pensatori e strateghi americani e, da questi, hanno preso estratti. Citano Zbigniew Brzeziński, George Friedman, Robert Kagan, Charles Krauthammer e Paul Wolfowitz. Quest’ultimo era vice segretario alla Difesa sotto George W. Bush e era deciso a “impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto un controllo consolidato, sarebbero sufficienti per generare potenza mondiale“. Chiunque cerchi di generare un potere paragonabile a quello degli Stati Uniti è considerato un nemico. Mentre dopo il 1989 gli Stati Uniti hanno immediatamente identificato l’Europa come un potenziale concorrente, gli europei hanno avuto una visione “taglia unica” della cosiddetta comunità di valori occidentale. La strategia di Washington di separare l’Europa dalle risorse russe mediante un cordone sanitario non ha suscitato alcuna riflessione strategica. L’Ucraina diventerà totalmente dipendente dagli Stati Uniti Le “rivoluzioni colorate” e i “cambi di regime” nelle ex repubbliche sovietiche facevano parte della strategia americana. Nei paesi dell’Europa centrale e orientale, “giovani élite americanizzate con legami con Harvard e Washington” occupavano posizioni...