5 Ottobre 2026

crisi siriana

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La spirale di violenza e distruzione in cui è stata coinvolta la Siria negli ultimi cinque anni può essere analizzata sotto un ulteriore punto di vista capace di fornire una spiegazione alternativa rispetto a quella inerente l’estremismo islamico. All’incirca un anno prima che iniziasse il dramma che ha coinvolto l’intero popolo siriano, Damasco aveva ospitato la “Settima Esibizione Internazionale Siriana del Petrolio e del Gas”, convocata dal Ministero del Petrolio di Assad. L’esibizione fu sponsorizzata dalla China National Petroleum Company (CNPC), dalla Shell e dalla francese Total e vide la partecipazione di centinaia di rappresentanti di imprese petrolifere internazionali, il 40% delle quali con sede in Europa. Un memorandum del 2010 redatto da Allied Expo, organizzatori dell’evento, per conto del Ministero del Petrolio siriano, spiega come la società britannica Shell, prima fra tutte, contava di lavorare a stretto contatto con il regime di Assad per sviluppare la produzione di gas siriano. La compagnia petrolifera anglosassone fu talmente determinata nel proprio intento che durante l’intero corso del 2010 fece incontrare i più alti funzionari della Shell stessa, coi diversi ministri del governo britannico. Tra questi i più importanti erano il Ministro degli Affari Esteri David Howell, il Ministro del Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento climatico Charles Hendry e lo stesso David Cameron. Questi incontri di alto livello coi vari dipartimenti del governo si sono susseguiti ogni singolo mese (ad eccezione del giugno del 2010) fino alle fine dell’anno seguente ed avevano come obiettivo la pianificazione di una politica comune tra il governo britannico e le compagnie petrolifere. Tale comunione di intenti non risulta essere un caso isolato e limitato allo scenario siriano. Infatti le analogie con le vicende che hanno coinvolto l’Iraq all’inizio del nuovo millennio sono molte tanto che alcuni documenti del governo britannico declassificati  nel 2015 mostrano che si è cercato di applicare la stessa dinamica che ha preceduto l’invasione dell’Iraq avvenuta nel 2003 anche alla Siria. Le azioni perpetrate dal governo di Londra prima nei confronti di Baghdad e poi di Damasco risultano essere irrimediabilmente similari. Infatti, secondo tali documenti le compagnie britanniche British Petroil e Shell, prima della caduta di Saddam Hussein, avevano tenuto diversi incontri, tutti con esito negativo, con ufficiali di alto rango del governo iracheno per garantire alle imprese energetiche britanniche un ruolo nell’Iraq post-conflitto. I legami con il fallimento delle trattative delle compagnie petrolifere con l’invasione irachena sono sempre sembrati fin dal principio molto chiari, anche se l’allora Primo Ministro Tony Blair accusava di “cospirazionismo” chiunque osasse tracciare un legame tra l’invasione dell’Iraq e la volontà da parte dei governi occidentali di accaparrarsi le risorse petrolifere del paese. In privato, invece, l’allora primo ministro inglese ammetteva che «difficilmente potrebbe essere negato un ruolo alle imprese britanniche in Iraq se il governo si dimostrerà un alleato fedele degli Stati Uniti». Dopo quasi una decade, esattamente nel 2011, il copione sembra ripetersi in Siria, quando il vento “idealistico” di quelle che furono immediatamente battezzate dall’opinione pubblica occidentale come “Primavere Arabe” iniziò a minacciare anche...