Ucraina e Russia, e nel mezzo due ferite sempre aperte: la Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk . Era pronosticabile del resto, che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe portato la tensione tra i due Paesi alle stelle; complici forse i recenti anni di scontri in Siria e l’attenzione mondiale sul Medio Oriente, la diplomazia internazionale sembrava aver dimenticato cosa stesse accadendo nel Donbass e nelle due repubbliche separatiste filo-russe. L’insoluta situazione che si è creata al confine est ucraino, ha fatto sì che in questi quattro anni di scontri, il governo di Kiev pur di piegare i ribelli non si preoccupasse di coinvolgere nel conflitto anche civili e obiettivi non militari, pur di far prevalere l’esercito ucraino sui separatisti. Secondo stime ONU, ad esempio il presidente della missione Fiona Frazer per il Donbass, ha dichiarato pochi mesi fa che “Durante il periodo di conflitto, dal 14 aprile 2014 al 15 maggio 2018, abbiamo registrato nel Donbass la morte di 3.023 civili, mentre altri 7-9 mila sono rimasti feriti”. Come spesso avviene in questi casi, nel gioco delle parti ricostruire la vicenda con esattezza risulta impossibile, ovviamente i governi di Mosca e di Kiev cercheranno di imputare rispettivamente all’altro le colpe dell’incidente che è avvenuto la notte tra il 25 e il 26 novembre, anche se alla prima analisi potrebbe risultare attendibile la versione dello sconfinamento ucraino. Infatti, mentre da una parte Kiev denuncia che le navi da guerra russe hanno aperto il fuoco su due imbarcazioni della propria Marina, al culmine di un’escalation che si è consumata intorno allo stretto di Kerch che divide la penisola contesa dal territorio continentale della Federazione Russa, Mosca sostiene che le imbarcazioni ucraine hanno sconfinato sul mar Nero. Ma perché dovrebbero essere stati gli ucraini i possibili provocatori di una simile escalation? Le ragioni potrebbero essere riassunte come di seguito. Innanzitutto, il mare di Azov, epicentro in cui è avvenuto il fatto, altro non è che una sezione settentrionale del Mar Nero, collegata ad esso solamente attraverso lo Stretto di Kerč. Il mare di Azov quindi risulta essere strategico per la difesa delle due Repubbliche separatiste di Lugansk e Doneck, in quanto esso bagna le coste dell’intera sezione occidentale dell’Ucraina che reclama l’indipendenza; inoltre in quella sezione di mare si trova la base militare russa di Mariupol, che la Marina Militare del Cremlino reputa di fondamentale importanza per coordinare le operazioni sul Mediterraneo. Quindi, anche se lo sconfinamento di per sé è un atto provocatorio che non lascia gravi conseguenze tra i due Stati, basti pensare ai continui e (fortunatamente) impuniti sconfinamenti da parte di velivoli militari che si verificano quotidianamente nei cieli di tutti il mondo, in questo caso lo sconfinamento da parte della marina ucraina, come detto in precedenza, è avvenuta in una zona e di fondamentale importanza per i Russi e il Cremlino, perciò ha provocato l’arresto dei marinai ed il sequestro delle imbarcazioni per dare un segnale forte a chiunque pensasse che Mosca...
crimea
Il collaboratore del CeSE-M Michele Orsini è intervenuto il 14 marzo scorso alla trasmissione “Tuttoggi Attualità” dell’emittente slovena in lingua italiana Telecapodistria, per parlare della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e del ruolo geopolitico della Russia. Di seguito il collegamento: http://ava.rtvslo.si/predvajaj/tuttoggi-attualita/ava2.174259057/#ava2.174265904