8 Settembre 2026

#Cooperazione

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Intervista alla rivista online “Initiative communiste” di BRUNO GUIGUE Traduzione di Stefano Vernole IC: La Cina è oggi al centro di tutti i commenti, ma anche di tutte le fantasie. Come si spiega questo rinnovato interesse, di cui il minimo che si può dire è che non è molto oggettivo? Anche se la stampa occidentale brilla per la sua mancanza di cultura e la sua parzialità, questo interesse per la Cina è perfettamente giustificato. Perché il grande evento del nostro tempo è l’ascesa al potere di una formazione sociale sui generis, dalle dimensioni straordinarie, le cui caratteristiche sfidano le consuete categorie di analisi. Non solo il successo della Cina ha vanificato tutte le aspettative, ma se allunghiamo le curve, è ancora più sorprendente: la Cina è già la seconda potenza economica mondiale in termini di parità di potere d’acquisto, ma entro dieci anni sarà probabilmente la più grande economia mondiale in PIL nominale. IC: Ma questo successo economico ha il suo rovescio della medaglia, giusto? Sì, naturalmente. Il cambio di paradigma negli anni ’90 ha messo alla prova il popolo cinese. La scelta dell’apertura e della riforma è stata una scelta difficile, irta di contraddizioni, che ha destabilizzato una società plasmata dal 1949 dall’ideologia maoista. Ma l’economia in cambiamento ha gettato le basi industriali per una crescita senza precedenti. Da popolo di contadini che vive in campagna, ha creato un popolo di salariati urbani. Attraverso la crescita, il circolo virtuoso dello sviluppo ha interessato l’intera società. IC: I dipendenti cinesi ne hanno beneficiato? Con continui aumenti salariali, il potere d’acquisto è letteralmente decollato. Da dieci anni il salario minimo registra notevoli incrementi, talvolta pari al 10 o al 20% annuo. Il Governo assicura che i guadagni di produttività vengano ridistribuiti in salari e, poiché il tasso di crescita è elevato, il potere d’acquisto aumenta rapidamente. In Francia è impensabile un aumento annuo del 22% del salario minimo. In Cina, non solo questo aumento è possibile, ma è avvenuto nel 2011. Negli ultimi vent’anni, il reddito lordo pro-capite è aumentato di otto volte. I principali indicatori sociali parlano da soli. Nel 2020, l’aspettativa di vita dei cinesi ha superato quella degli americani. Oggi il 95% della popolazione cinese ha un’assicurazione sanitaria, mentre il 50% della popolazione mondiale no. Il sistema educativo cinese è il migliore al mondo, alla pari di Singapore, secondo l’ultimo sondaggio dell’OCSE. La Cina è il più grande investitore al mondo in energia verde e sta guidando la più grande operazione di riforestazione della storia. Questi sono fatti, e sono testardi. IC: Sì, ma alcuni dicono che questo potere porti la Cina ad essere troppo avida, e a riprodurre il comportamento imperialista dei Paesi occidentali? È evidente che il peso dell’economia cinese nella sfera commerciale ha indotto un rapporto asimmetrico con alcuni Paesi. Ma l’asimmetria commerciale non è sinonimo di sfruttamento. L’URSS ha avuto scambi asimmetrici con Cuba, ma ha aiutato questo Paese a stabilire la sua indipendenza,non l’ha sfruttata. Oggi la Cina sfrutta la Cambogia, l’Etiopia...
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Traduzione di Guido Benni per il CeSEM Articolo in Inglese http://sana.sy/en/?p=224594 Martedì a Damasco si è tenuto un forum di affari tecnologici che ha riunito i manager e i rappresentanti di una quarantina di società iraniane di vari settori tecnici, medici, ingegneristici e industriali con i capi e i rappresentanti di una serie di istituzioni scientifiche, di attività economiche e di ricerca siriane. Il forum, organizzato dall’Iranian Center for Advanced Technology / The Iranian House of Creativity and Technology, si è tenuto presso lo Sheraton Damascus Hotel. È stato proiettato un film sulle tecnologie iraniane nei settori medico, ingegneristico e industriale e sugli sviluppi che li hanno seguiti. Il ministro dell’Istruzione superiore e della ricerca scientifica, Bassam Ibrahim, ha affermato in un discorso che la Siria non vede l’ora di sviluppare le sue relazioni con l’Iran e di firmare ulteriori accordi a livello scientifico, commerciale, economico e industriale, salutando il progresso scientifico che l’Iran ha raggiunto nel campo della produzione di nanotecnologie, conquistando il primo posto nella regione e il quarto nel mondo. La vicepresidente iraniana per gli affari scientifici e tecnici, Sorena Sattari, ha parlato delle esperienze scientifiche dell’Iran negli ultimi anni e del ruolo delle risorse umane specializzate nel spostare la sua economia verso un’economia moderna e sviluppata che sia in grado di affrontare l’ingiusto blocco occidentale. “Abbiamo un desiderio illimitato di scambiare tecnologie con la Siria, e la cooperazione economica e commerciale tra i due paesi è aperta, e domani apriremo il Centro iraniano per l’innovazione e la tecnologia in Siria”, ha detto la funzionaria iraniana. Da parte sua, l’ambasciatore iraniano a Damasco, Javad Turkabadi, ha auspicato che l’attuale visita della delegazione iraniana sia un buon passo nel quadro della cooperazione bilaterale in campo tecnologico e contribuisca ad uno sviluppo scientifico, economico e commerciale che avrebbe un positivo riflesso sugli interessi dei due paesi.
Analisi del Rapporto – giugno 2017 – della McKinsey & Company di Stefano Vernole. Le recenti polemiche sul dramma immigrazione hanno riportato alla ribalta una questione di cui da molti anni si dibatte: come si può cooperare con il Continente africano per aiutarlo ad uscire da una situazione spesso considerata di sottosviluppo? E’ evidente che le logiche portate avanti dalle multinazionali statunitensi ed europee dopo la decolonizzazione post 1945 abbiano decisamente aggravato la situazione dei Paesi del Terzo Mondo, giunti relativamente tardi all’indipendenza: sviluppo ineguale dovuto alla divisione internazionale del lavoro capitalista, neocolonialismo e sradicamento dei popoli ne sono state le conseguenze. Esiste però un modello alternativo che si sta sempre più affermando, quello della cooperazione Sud-Sud (win-win) concretamente attuato da Pechino sia per ragioni economiche che geopolitiche. Le radici profonde del legame tra la Cina e l’Africa risalgono al processo di emancipazione degli anni ’50 e ’60, quando il Presidente della Tanzania, Julius Nyerere, si appellò a Mao Zedong in nome della “solidarietà terzomondista”. Una sua concreta espressione ne fu la costruzione tra il 1968 e il 1976 della Tan-Zam Railway, che collegò una Zambia senza sbocco al mare al Porto di Dar es Salaam in Tanzania. Gran Bretagna, Giappone, Germania occidentale e Stati Uniti d’America, così come le stesse Nazioni Unite e la Banca Mondiale, declinarono l’invito a finanziare il progetto ritenendolo impraticabile. Solo la Repubblica Popolare Cinese ci credette, investendoci 3 miliardi di dollari. Le conseguenze dell’atteggiamento cinese pagarono anche dal punto di vista diplomatico: nel 1971 la Cina tolse a Taiwan il seggio quale membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e 26 voti su 76 a favore di Pechino giunsero dai Paesi africani. Il rapporto storico tra il “Dragone e i Leoni”, come ben analizzato nello studio pubblicato nel giugno 2017 dalla Società internazionale di consulenza manageriale McKinsey & Company, non ha mai smesso di crescere (segnaliamo ad es. nel 2012 il report: https://www.eurasia-rivista.com/la-lotta-per-lafrica-resoconto-foto-e-video/). Tra il 2016 e il 2017 la McKinsey ha incaricato un proprio team di condurre indagini approfondite sugli investimenti economici cinesi in Africa, sia pubblici che privati, sfatando i tanti luoghi comuni propagandati dalla stampa occidentale volti a giustificare l’impegno di sfruttamento strategico, militare, finanziario e geopolitico che USA (Africom), G.B. (Commonwealth) e Francia (franco CFA) in particolare continuano a perpetuare nel continente africano. Sono perciò state investigate 1.073 imprese cinesi che operano in Angola, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Nigeria, Sudafrica, Tanzania e Zambia, le quali rappresentano circa 2/3 del prodotto interno lordo dell’Africa sub-sahariana e il 50% degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Africa. Inoltre sono stati intervistati 104 alti governatori e leader aziendali africani su quelle che sono le loro percezioni relativamente alla strategia e agli investimenti cinesi nei rispettivi Paesi. Per concludere il report, la McKinsey ha quindi sondato le opinioni di altri 30 esperti cinesi e analisti di livello mondiale. I numeri e le valutazioni dell’indagine non lasciano spazio a dubbi: sono oltre 10.000 le imprese cinesi che lavorano attualmente in Africa e se osserviamo...