di Giulio Chinappi Il presidente in carica della Sierra Leone, Julius Maada Bio, ha ottenuto un secondo mandato superando il 55% delle preferenze al primo turno, ma non sono mancate le proteste dell’opposizione.
continente africano
di Giulio Chinappi Le elezioni legislative dello scorso 4 giugno sono arrivate dopo un anno di grave crisi politica ed hanno visto la vittoria dell’opposizione al presidente Umaro Sissoco Embaló. Era il 16 maggio 2022, quando il presidente della Guinea-Bissau, Umaro Sissoco Embaló, aveva sciolto il parlamento dell’ex colonia portoghese, accusando l’organo legislativo di corruzione e giustificando la sua scelta con le “irrisolvibili differenze” tra l’Assemblea Popolare Nazionale e gli organi del governo. Da allora, però, è passato oltre un anno in cui il Paese africano ha vissuto una grave crisi politica senza che venissero convocate nuove elezioni. Alla fine, il presidente Embaló ha convocato lo svolgimento delle elezioni legislative per il 4 giugno di quest’anno, che però hanno dimostrato come le sue scelte non siano state affatto gradite dalla popolazione. Ad uscire vincitrice della competizione elettorale è stata infatti la coalizione di opposizione Terra Ranka, guidata dal Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde (Partido Africano para a Independência da Guiné e Cabo Verde, PAIGC), la storica forza politica progressista (un tempo marxista-leninista sotto la leadership di Amílcar Cabral) che fu protagonista della lotta per l’indipendenza dal Portogallo. Sotto la leadership dell’ex primo ministro Domingos Simões Pereira, la coalizione di opposizione ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, eleggendo 54 rappresentanti sui 102 scranni a disposizione ed ottenendo il 39,42% delle preferenze su scala nazionale. Questo significa che Simões Pereira tornerà ad occupare l’incarico di primo ministro dopo che avrà ottenuto la fiducia dal parlamento unicamerale, creando quindi un contrasto tra il colore politico del presidente e quello del governo. Al secondo posto troviamo il Madem G-15 (Movimento para Alternância Democrática) del presidente Embaló, che ha ottenuto il 24,39% dei consensi, eleggendo 29 deputati. Segue il Partito del Rinnovamento Sociale (Partido da Renovação Social, PRS), con dodici rappresentanti (14,98%), mentre ottiene un risultato molto positivo il Partito dei Lavoratori Guineani (Partido dos Trabalhadores Guineenses, PTG), recentemente fondato dal ministro degli Interni Botché Candé, che alla sua prima partecipazione elettorale ottiene sei seggi (8,17%). Tra i grandi delusi di queste elezioni troviamo invece il primo ministro uscente Nuno Gomes Nabiam, il cui partito, l’Assemblea del Popolo Unito-Partito Democratico della Guinea-Bissau (Assembleia do Povo Unido – Partido Democrático da Guiné-Bissau, APU-PDGB) ha ottenuto un solo seggio con appena il 4,44% delle preferenze, pagando evidentemente il suo sostegno alle politiche del presidente Embaló. Gli altri partiti non hanno invece ottenuto seggi. L’attuale contrasto tra il presidente della Repubblica e la maggioranza parlamentare potrebbe portare a nuove crisi nei prossimi mesi. Nell’attuale sistema politico in vigore in Guinea-Bissau, infatti, il partito o la coalizione di maggioranza nomina il governo, ma il presidente ha il potere di destituirlo in determinate circostanze. Ciò ha portato a situazioni di stallo politico e lotte intestine in passato, situazione che rischia di riproporsi dopo la netta vittoria della coalizione Terra Ranka. Tuttavia, il voto del 4 giugno deve anche essere considerato da un punto di vista positivo. In passato, infatti, la Guinea-Bissau ha affrontato un’instabilità cronica sotto forma di ripetuti colpi di stato e risultati elettorali contestati. Al contrario, la tornata elettorale...
di Mikhail Gamandiy-Egorov Articolo originale pubblicato su OBSERVATEUR CONTINENTAL I viaggi del ministro degli Esteri russo e del presidente francese in Africa si sono svolti quasi contemporaneamente. E nonostante la mossa del capo di stato francese di portare avanti un’agenda apertamente anti-russa, i paesi africani si rifiutano di unirsi all’isteria occidentale contro Mosca, spingendo ancora una volta Macron a dimostrare un’arroganza di un’altra epoca. Mentre Sergey Lavrov, capo della diplomazia russa, era ancora impegnato nella sua tournée africana – durante la quale ha visitato Egitto, Congo, Uganda ed Etiopia – il presidente francese Emmanuel Macron ha cercato a tutti i costi – al pari di altri rappresentanti dei regimi occidentali – di ridurre l’influenza russa su un continente africano che Parigi continua a considerare ciecamente come il suo giardino di casa. Di fronte all’ennesimo fallimento di questi tentativi russofobi, il capo di Stato francese è stato sul punto di insultare i paesi africani, parlando di “ipocrisia” africana verso il conflitto in Ucraina. In altre parole, una presunta ipocrisia che è solo il fatto che l’Africa nella sua gran parte ha rifiutato di condannare l’operazione militare speciale della Russia, nonché di aderire alle sanzioni contro Mosca promosse dall’establishment occidentale. Da parte di Sergey Lavrov, la risposta non ha tardato ad arrivare: “Per quanto riguarda il presidente Macron e le sue dichiarazioni, avremmo potuto aspettarci più osservazioni etiche dai francesi“, osservazioni altrimenti considerate offensive dal capo della diplomazia russa. In ogni caso, il ministro degli Esteri russo è stato accolto calorosamente in tutti i paesi in cui si è fermato non solo per incontrare i suoi omologhi capi di diplomazia dei rispettivi paesi, ma anche i Capi di Stato delle nazioni visitate. Per quanto riguarda l’atteggiamento di estrema arroganza peculiare di una mentalità di un periodo coloniale – così peculiare di Sieur Macron e degli altri suoi compagni atlantisti – questo non riflette più alcun senso di superiorità o di potere. Al contrario, questo permette di esporre ancora una volta e e portare allo scoperto il totale disordine delle élite occidentali, in un mondo in cui ogni regione planetaria chiede loro (educatamente) di imparare a conoscere il loro unico e vero luogo: quello di una minoranza estrema su scala globale. Per aneddoto, dopo il fallimento macroniano in Africa, anche Antony Blinken, il segretario di Stato americano, sarà lì sul suolo africano. E anche il capo della diplomazia ucraina, Dmytro Kuleba, aveva recentemente annunciato la sua intenzione di visitare l’Africa. In altre parole: grande mobilitazione per cercare un’ultima volta di convincere le capitali africane a mostrare “solidarietà” contro il povero regime di Kiev e i suoi sponsor occidentali, sentendosi ormai soli su scala internazionale. Facciamo una piccola prognosi: altri fallimenti e umiliazioni arriveranno per l’Occidente collettivo. Per quanto riguarda l’Africa – questo ricco continente è stato vittima dei clichés neocolonialisti occidentali, interventi e saccheggi protratti per così tanto tempo – oggi e più che mai la sua importanza per il futuro internazionale è ben consolidata. Con enormi risorse naturali, senza le quali l’Occidente tornerà praticamente al...
di Veronica Vuotto “Solo con radici profonde un albero può dare frutti ricchi; solo piena d’olio, può una lampada ardere luminosa”1. Con questa metafora, Xi Jinping ha voluto rappresentare l’evoluzione della cooperazione sino-africana che, da anni ormai, è un punto focale nella strategia cinese. Se inizialmente, la cooperazione era pensata in funzione anti-Taiwan e anti-Occidente, col tempo, la Cina ha scoperto i numerosi benefici che poteva trarre da una terra così ricca. Tuttavia, si tratta davvero di una cooperazione win-win o vi è il rischio di una nuova forma di colonialismo? “Cina e Africa nella nuova era: un partenariato di eguali” (新时代的中非合作): è questo il titolo del libro bianco, pubblicato il 26 novembre 2021 dal Consiglio di Stato cinese, relativo alla cooperazione tra i due continenti; un partenariato che ha legami storici ben radicati in profondità e la cui importanza è stata ribadita, per iscritto, in questo white paper di circa 21 mila caratteri, primo documento emesso dal governo cinese che descrive in maniera complessiva i rapporti tra i due partner dopo la convocazione del XVIII Congresso del PCC2. Il documento è diviso in preambolo, testo e conclusioni e si compone di quattro parti3, nelle quali viene sottolineato il forte interesse nel rafforzare l’unità e la cooperazione tra il Paese in via di sviluppo più grande, ovvero la Cina, e il continente che raggruppa il maggior numero di Paesi in via di sviluppo. Con questa pubblicazione, dunque, la Cina ha voluto rendere noti i risultati di tanti anni di cooperazione con i partner del continente nero e, guardando al futuro, offrire prospettive, di lungo termine, per il continuo sviluppo di questo partenariato bilaterale nella nuova era. Come dicevamo in apertura di questo breve saggio, per rintracciare le prime forme di cooperazione bisogna guardare molto indietro nel tempo. Le prime tracce di connessioni storiche, culturali, economiche, sociali e militari tra la Cina e il continente africano, infatti, risalgono ai tempi della prima Via della Seta, durante la dinastia Han, tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C, quando lo scambio di beni pregiati faceva registrare prime forme di commercio tra i due continenti. L’antica Via della Seta, antenata dell’attuale One Belt One Road Initiative, consisteva in un tipo di commercio interstatale pacifico e di scambio culturale che si estendeva per oltre 10.000 chilometri dalla Cina, specificatamente a Chang’an (oggi Xi’an), fino a Roma. Nell’era contemporanea, invece, le relazioni sino-africane hanno registrato un “nuovo inizio” dopo il 1949, anno della nascita della Repubblica Popolare Cinese guidata dal Partito Comunista Cinese di Mao Zedong. Da questo momento, nel corso poi delle successive leadership, la Cina ha cambiato spesso volto, in particolar modo per quanto riguarda la sua posizione sullo scenario internazionale. Interessante è notare come la crescita del potere della Cina – così come il rapporto con l’Africa – siano in qualche modo legati anche alla partecipazione di Pechino alle organizzazioni internazionali, iniziata a seguito del riconoscimento, da parte dell’ONU, della Repubblica Popolare Cinese (RPC) come la sola rappresentante legittima...
(Sudafrica, 2 Giugno) Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010, grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica. Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica. L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo. Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”. Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse. Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali. Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale. Byanyima ha...