9 Giugno 2026

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di Collettivo Shaoshan ripreso da Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/18/il-pil-cinese-nel-primo-trimestre-del-2023-aumenta-al-di-sopra-delle-aspettative/ Il prodotto interno lordo della Cina nel primo trimestre del 2023 aumenta ad un ritmo che nessuno si aspettava confermando il buono stato dell’economia del paese del dragone. Mentre in occidente si continuano a spendere miliardi di dollari per sostenere L’Ucraina dalle parti di Pechino, che si è sempre dichiarato neutrale, l’economia viaggia a gonfie vele smentendo tutte le cassandre che ipotizzavano il crollo cinese. Infatti in occidente  prevedevano una catastrofe economico-finanziaria ma invece il PIL Cinese nel Primo Trimestre del 2023 ha registrato una crescita del 4,5%, superando ogni previsione.  Secondo i dati  ogni indice di Produzione Industriale è positivo, e – con il lancio di Grandi Progetti Infrastrutturali, il Partito Comunista Cinese prevede un’ulteriore accelerazione e crescita nel Secondo Trimestre, come affermato dall’Economista Lian Ping. Con la crescita della Produzione Industriale (+3,9% su base annua a marzo) sono cresciuti anche gli investimenti nella costruzione di infrastrutture (+8,8% rispetto all’anno precedente). L’Industria High-Tech, uno dei fiori all’occhiello della Cina, ha mostrato un solido slancio, con un aumento degli investimenti del 16%, con l’obiettivo di raggiungere l’Auto-Sufficienza in ambito Tecnologico. Auto-Sufficienza, ma anche “fiducia in se stessi”, questa è la nuova Linea Guida del Partito Comunista Cinese per il futuro della Cina.  Il Reddito Disponibile Pro-Capite è aumentato del 5,1% su base annua in termini nominali. Più nello specifico, il reddito pro capite nelle Aree Urbane è aumentato del 4%, mentre nelle Aree Rurali del 6,1%. Con la crescita del Reddito Pro-Capite, sono aumentate anche le vendite dei beni di consumo, registrando un +5,8% su base annua nel Primo Trimestre, le vendite al dettaglio sono aumentate del 10,6% su base annua. Infine, a differenza che nei paesi occidentali dove ogni anno gli investimenti pubblici diminuiscono drasticamente, il Governo Cinese ha aumentato gli investimenti nella Sanità Pubblica del 21,6% rispetto all’anno precedente e nell’Istruzione del 6,2% rispetto al 2022.
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di Marco Costa Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la netta sconfitta del Giappone, sia per la Cina continentale che per l’isola di Taiwan lo scenario sarebbe cambiato completamente, con la ripresa della Seconda Guerra Civile cinese (conosciuta anche come Guerra di Liberazione). Gli sviluppi bellici di questo intervallo di tempo (1945 resa giapponese – 1949 vittoria definitiva delle formazioni comuniste e proclamazione della Repubblica Popolare Cinese) sarebbero infatti stati decisivi per le sorti di Taiwan, relegando l’isola in una fase di cristallizzazione che dura fino ai giorni nostri. Dopo il ’45, secondo quanto prevedevano i termini della resa incondizionata giapponese dettata dagli Alleati, le truppe nipponiche avrebbero dovuto arrendersi alle truppe del Kuomintang (KMT) ma non al PCC, che era presente in alcune delle aree occupate. In Manciuria, invece, dove il KMT non aveva forze armate attive, i giapponesi si arresero all’Unione Sovietica. Per quanto Chiang Kai-shek ammonisse i giapponesi di arrendersi solo alle truppe nazionaliste, in realtà i comunisti misero direttamente i giapponesi in condizione di arrendersi, suscitando peraltro la preoccupazione statunitense da parte del Wedemeyer, che intuì la posizione di superiorità che stavano acquisendo gli uomini di Mao.1 Il primo negoziato di pace del dopoguerra, a cui parteciparono sia Chiang Kai-shek che Mao Zedong, si tenne a Chongqing dal 28 agosto al 10 ottobre 1945. Chiang partecipò alla conferenza con un vantaggio teorico, in quanto aveva recentemente firmato un trattato amichevole con l’Unione Sovietica, mentre i comunisti stavano ancora costringendo i giapponesi ad arrendersi in diverse aree. A conclusione del vertice, entrambe le parti sottolinearono astrattamente l’importanza di una ricostruzione pacifica, ma senza dare seguito ad azioni concrete. Infatti, le ostilità tra le due parti continuarono anche mentre erano in corso negoziati di pace, fino al raggiungimento dell’accordo nel gennaio 1946. Tuttavia, l’evoluzione nel nord della Cina avrebbe parzialmente cambiato le cose. Infatti, proprio agli sgoccioli del conflitto mondiale in Asia, i sovietici lanciarono una poderosa operazione offensiva in Manciuria contro l’esercito giapponese del Kwantung e lungo il confine tra Cina e Mongolia.2 Questa operazione annientò l’esercito del Kwantung in sole tre settimane e lasciò l’Unione Sovietica ad occupare tutta la Manciuria; inoltre, fece prigionieri circa 700 mila soldati giapponesi di stanza nella regione. Ben presto Chiang Kai-shek si rese conto di essere sprovvisto delle risorse per impedire l’acquisizione da parte del PCC della Manciuria dopo la prevista partenza sovietica: tentò vanamente un accordo con i sovietici per ritardare il loro ritiro fino a quando non avesse trasferito nella regione una quantità sufficiente dei suoi uomini meglio addestrati e del materiale moderno. Tuttavia, i sovietici rifiutarono il permesso alle truppe nazionaliste di attraversare il loro territorio. Le truppe del KMT furono quindi trasportate in aereo dagli Stati Uniti per occupare città chiave nel nord della Cina, mentre le campagne erano già completamente dominate dal PCC. Per quanto nel novembre 1945 il KMT tentasse di imbastire una campagna contro il PCC, ormai risultava ampiamente screditato della popolazione, in preda a fenomeni quale disorganizzazione, corruzione e...
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A cura di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO INTERNET DI GIULIO CHINAPPI Lo scorso 17 novembre, il presidente Xi Jinping ha pronunciato un discorso in occasione del 29º vertice economico dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), organizzato a Bangkok, in Thailandia. Di seguito la traduzione integrale dell’intervento del leader cinese. Sua Eccellenza il Primo Ministro Prayut Chan-o-cha, Colleghi, È per me un grande piacere unirmi a voi a Bangkok, la bellissima Città degli Angeli. Questo è il nostro primo incontro faccia a faccia dall’inizio del COVID-19. Desidero estendere il nostro caloroso apprezzamento al governo thailandese, e in particolare al primo ministro Prayut, per aver organizzato questo incontro. Al momento, la pandemia di COVID-19 si trascina ancora con casi che aumentano qua e là. La ripresa globale sta affrontando molteplici sfide. L’unilateralismo e il protezionismo sono in aumento. Le catene industriali e di approvvigionamento globali sono sotto stress. Problemi come l’inflazione e la sicurezza alimentare ed energetica rimangono intricati e impegnativi. L’Asia-Pacifico è la nostra casa e la fonte principale della crescita economica globale. Negli ultimi decenni, una solida cooperazione economica nella regione ha creato il “miracolo Asia-Pacifico” ammirato in tutto il mondo. La cooperazione Asia-Pacifico ha messo radici profonde nel cuore dei popoli. Oggi il mondo è giunto a un altro crocevia storico, e questo ha reso la regione dell’Asia-Pacifico ancora più importante e prominente nella sua posizione e nel suo ruolo. Come ha osservato un antico saggio cinese, “il saggio è libero dai dubbi, il benevolo dall’ansia e il coraggioso dalla paura“. Di fronte alle nuove circostanze, dobbiamo unirci per costruire una comunità Asia-Pacifico con un futuro condiviso e portare la cooperazione Asia-Pacifico a un nuovo livello. A tal fine, desidero proporre quanto segue. In primo luogo, dovremmo sostenere l’equità e la giustizia internazionali e costruire un’Asia-Pacifico di pace e stabilità. La regione deve decenni della sua rapida crescita a un ambiente pacifico e stabile. Ciò attesta l’importanza fondamentale del rispetto reciproco, della solidarietà e della cooperazione e della consultazione tra tutte le parti al sorgere di un problema. Dovremmo sempre assumere la visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile e rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi. Nessuno dovrebbe interferire negli affari interni di altri Paesi e tutti dovrebbero rispettare il percorso di sviluppo e il sistema sociale scelto in modo indipendente dalla popolazione di ciascun Paese. Dovremmo prendere sul serio le legittime preoccupazioni di sicurezza di ogni Paese e promuovere la risoluzione pacifica delle differenze e delle controversie tra i Paesi attraverso il dialogo e la consultazione. Dovremmo prendere parte attiva alla governance globale e rendere l’ordine internazionale più giusto e ragionevole per garantire la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico e oltre. In secondo luogo, dovremmo rimanere impegnati nell’apertura e nell’inclusione e portare prosperità per tutti nell’area Asia-Pacifico. La storia ha dimostrato più volte che solo l’apertura, l’inclusività e la cooperazione vantaggiosa per tutti è la giusta via da seguire per l’umanità. Dobbiamo continuare a perseguire un regionalismo aperto, rafforzare...
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di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli da Marx21.it Dopo la celebrazione da parte di Xi Jinping del bicentenario della nascita di Marx un importante dirigente del partito comunista cinese, Wang Huning, aveva affermato nel maggio del 2018 che il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era ha “arricchito e sviluppato il marxismo con una serie di importanti visioni e pensieri originali e strategici”, ed è il “marxismo nella Cina contemporanea e del Ventunesimo secolo”.1 Nel giugno del 2020 l’importante rivista teorica Tempi di studio pubblicò un articolo del compagno He Yiting, vicepresidente della prestigiosa Scuola centrale del partito comunista cinese, nel quale si affermò nuovamente che il pensiero di Xi Jinping equivaleva al “marxismo per il Ventunesimo secolo”. Circa un mese dopo, a sua volta, il ministro degli esteri cinese Wang Yi dichiarò apertamente che “grandi epoche producono grandi idee”, e che proprio “il pensiero di Xi Jinping sulla diplomazia” ha “applicato i principi di base del marxismo alla pratica della diplomazia con caratteristiche cinesi di una grande nazione, sviluppando una serie di pensieri e opinioni creative”. Queste ultime “hanno arricchito e spinto avanti le teorie marxiste sulle relazioni internazionali, così realizzando un salto di qualità storico nell’adattare il marxismo al contesto cinese nell’arena diplomatica”; in seguito, l’11 novembre del 2021, un comunicato ufficiale della sesta sessione plenaria del 19° Comitato centrale del partito comunista cinese ribadì, davanti al mondo intero, che il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era costituisce “il marxismo della Cina contemporanea e del 21° secolo”.2 Note: 1 “Wang Huning stresses importance of studying Xi’s speech commemorating Marx”, 7 maggio 2018, in english.scio.gov.cn 2 “Full Text: Communique of 6th plenary session of 19th CPC Central Committee”, 11 novembre 2021, in xinhuanet.com; “Xi Jinping thought a new chapter of 21st century Marxism”, 20 ottobre 2017, in china.org.com; Wang Yi, “Study and implementing Xi Jinping Thought on Diplomacy conscientiously and break new ground in Mayor-Country diplomacy with Chinese characteristics”, 20 luglio 2020, in fmprc.gov.cn SCARICA L’ARTICOLO COMPLETO IN PDF
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di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE La seconda giornata del 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista è stata segnata dalla lettura del rapporto del 19° Comitato Centrale del PCC da parte del segretario generale Xi Jinping. Prosegue, presso la Grande Sala del Popolo di Pechino, il 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, evento che sta ottenendo una grande attenzione mediatica vista la sua importanza non solo per la politica cinese, ma anche per il futuro del mondo. Tuttavia, dobbiamo notare ancora una volta come le notizie riportate dai media occidentali risultino spesso frammentate o distorte, dando un’immagine della Cina che non corrisponde alla realtà. Una delle menzogne che ci sentiamo raccontare più di frequente è quella secondo cui la Cina si sarebbe oramai trasformata in un Paese capitalista a pieno titolo. Indubbiamente, il governo cinese, da Deng Xiaoping in poi, ha messo in atto delle riforme del sistema economico che hanno introdotto elementi di economia di mercato nel Paese, interrompendo il sistema di collettivizzazione avanzata messo in piedi da Mao Zedong. Tuttavia, come dimostra anche questo 20º Congresso del Partito Comunista, il marxismo-leninismo resta un elemento centrale nella vita del Partito e dello Stato. L’obiettivo della Cina, infatti, non è quello di diventare un grande Paese a capitalismo avanzato come gli Stati Uniti, ma quello di diventare un grande Paese socialista seguendo il cammino del socialismo con caratteristiche cinesi, che sia adatto ai tempi e al contesto storico-culturale cinese. Nel rapporto rilasciato dal 19° Comitato Centrale del PCC, letto nella giornata di domenica dal segretario generale del Partito Xi Jinping, si legge: “Da questo giorno in poi, il compito centrale del PCC sarà quello di guidare il popolo cinese di tutti i gruppi etnici in uno sforzo concertato per realizzare l’obiettivo del secondo centenario di trasformare la Cina in un grande Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti e per far avanzare il ringiovanimento della nazione cinese su tutti i fronti attraverso un percorso cinese verso la modernizzazione“. Secondo il significato dato dal PCC alla “modernizzazione cinese”, questa è la modernizzazione socialista perseguita sotto la guida del PCC. Non ha solo le caratteristiche comuni della modernizzazione a tutti i Paesi, ma anche le caratteristiche cinesi basate sulle proprie condizioni nazionali. Questa è stata una delle innovazioni introdotte dieci anni fa, in occasione del 18º Congresso del Partito Comunista, il primo che vide l’elezione di Xi Jinping alla sua guida. Inoltre, sempre secondo la concezione cinese, la modernizzazione cinese dice al mondo in modo inconfutabile che esiste più di un percorso che porta alla modernizzazione: ogni Paese e nazione ha non solo il diritto, ma anche la possibilità di intraprendere un percorso di modernizzazione che si adatti alle proprie condizioni nazionali. Un tale punto di vista pone chiaramente un freno all’egemonia occidentale, ed in particolare statunitense, in materia di modernizzazione e sviluppo. Se un tempo i Paesi in via di sviluppo si vedevano obbligati a seguire il percorso occidentale, oggi la Cina offre loro la dimostrazione che ogni Paese può perseguire un proprio modello indipendente di modernizzazione e sviluppo. “Il socialismo...
di Redazione CESeM Introdotto dal responsabile relazioni esterne del CeSEM – Stefano Vernole – si è tenuto a Modena un importante incontro organizzato dal Centro Studi Eurasia Mediterraneo e dedicato al XX Congresso del Partito Comunista Cinese in programma in questi giorni. Si è trattato del primo incontro del CeSEM organizzato sulla Cina in presenza dopo le difficoltà dovute al Covid-19 ma segue un percorso ormai decennale di iniziative di approfondimento svoltesi in diverse città italiane e coronate da una ricca bibliografia. I tre relatori – Zou Jiangjun Consigliere dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, l’Ambasciatore Alberto Bradanini e il responsabile dipartimento del CeSEM Marco Costa – hanno dibattuto su tutte le principali questioni alla base del convegno. Il “Sogno cinese” del grande rinascimento della nazione (alla base del concetto di ringiovanimento nazionale) continuerà con la politica intrapresa dal PCC fin dai tempi di Deng: riforme e apertura al mondo che hanno consentito di soddisfare le crescenti esigenze materiali e culturali del miliardo e mezzo di abitanti del Paese di Mezzo. Nell’ultimo anno con dati disponibili, il 2021, la Cina ha contribuito a circa il 18% del PIL globale, dopo aver trascinato la crescita mondiale per diverso tempo anche del 30%. Negli ultimi 10 anni non si è pensato alla stabilità soltanto attraverso le nuove riforme come il Codice Civile e la Legge sugli investimenti esteri, ma si è spinto fortemente sulla lotta alla corruzione: sono stati infatti aperti 4.388.000 casi di indagine e sono stati puniti 4.709.000 membri del partito, una prova di autodisciplina che ha conferito maggiore consenso al PCC. Se la cooperazione con l’Africa rappresenta senza dubbio il più significativo esempio di lotta al neo-colonialismo occidentale, tuttavia la Cina ha bisogno di pace per soddisfare la domanda interna e sviluppare i propri interessi commerciali. L’idea del mondo multipolare (alla base anche del progetto della Belt and Road Initiative) non deve quindi essere intesa solo come il contenimento dell’egemonia unipolare statunitense ma come la creazione di un sistema internazionale in cui anche le piccole nazioni possono sopravvivere. Concetti che sono recepiti dalla politica dei BRICS (ormai BRICS PLUS) volta alla creazione di un nuovo sistema monetario basato sull’oro e non più sul dollaro, in cooperazione con altre istituzioni multilaterali come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai o attraverso la stipula di enormi trattati commerciali come il RCEP. L’Europa e in particolare l’Italia – disseminate di basi militari statunitensi – dovrebbero perciò adottare non solo una prospettiva euroatlantica ma anche euroasiatica in vista dell’inevitabile sorpasso economico della RPC sugli USA nel 2030. Se quindi la Cina è una macchina, indubbiamente il Partito Comunista Cinese ne è il suo motore, con gerarchia e disciplina quali valori imprescindibili. Senza dimenticare che da Mao a Xi passando per Deng, il marxismo – seppur riformato e adattato alle tradizioni culturali del Paese – è rimasto alla base del sistema ideologico cinese, come testimoniato dalla continuità tra il socialismo armonioso e il socialismo con caratteristiche cinesi. Con una grande differenza però rispetto...
di Wang Yi – Traduzione a cura di Giulio Chinappi Quella che segue è la traduzione di un articolo pubblicato sul sito del ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel quale si espone l’analisi fatta dal ministro degli Esteri Wang Yi sulla partecipazione del presidente Xi Jinping al Vertice di Samarcanda. Dal 14 al 16 settembre 2022, il presidente Xi Jinping ha partecipato alla 22ma riunione del Consiglio dei capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO, secondo l’acronimo inglese, ndt) a Samarcanda e ha effettuato visite di stato in Kazakistan e Uzbekistan su invito. Al termine della visita, il consigliere di Stato e ministro degli Esteri Wang Yi ha informato i giornalisti di accompagnamento sulla visita. Wang Yi ha affermato che a metà autunno il presidente Xi Jinping ha intrapreso il viaggio in Asia centrale, ricevendo attenzione internazionale. La visita si svolge in un momento in cui il mondo sta subendo cambiamenti accelerati mai visti in un secolo, una prolungata pandemia di COVID-19, profondi aggiustamenti nelle relazioni tra i principali Paesi, la diffusione e il propagarsi di conflitti geopolitici e crescenti difficoltà e sfide che l’umanità deve affrontare in generale. A livello nazionale si terrà presto il 20° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC). La vasta terra della Cina è ricca di vigore e vitalità. Il popolo cinese è unito in uno sforzo comune e apre prospettive luminose per il ringiovanimento nazionale della Cina. Essendo la prima visita all’estero del presidente Xi Jinping dall’inizio del COVID-19, la visita è di grande importanza e il momento della visita è piuttosto speciale. Si tratta di un’importante azione diplomatica del Comitato Centrale del PCC nei confronti dell’Eurasia alla luce degli imperativi sia nazionali che internazionali, e un’importante visita storica intrapresa in un momento cruciale e storico. I media globali hanno seguito da vicino la visita con un’intensa copertura. Cooperazione, sicurezza, sviluppo, apertura, fiducia reciproca e rispetto sono diventate le parole d’ordine chiave nella copertura dei media mainstream internazionali. Il commento internazionale ha descritto la scelta dell’Asia centrale come prima visita all’estero del presidente Xi Jinping dai tempi del COVID-19 come un passo strategico di grande importanza strategica che la Cina ha intrapreso per unirsi ai suoi amici della SCO al fine di penetrare nel tentativo di accerchiamento da parte degli Stati Uniti. Mostra pienamente la forte fiducia e influenza del presidente Xi Jinping e la crescente posizione e influenza internazionale della Cina. In tre giorni e due notti, il presidente Xi Jinping è volato a Nur-Sultan (capitale del Kazakistan, ndt) e poi a Samarcanda (Uzbekistan, ndt) e, in un soggiorno di 48 ore, ha partecipato a quasi 30 eventi multilaterali e bilaterali con un duplice focus su sicurezza e sviluppo. Nonostante la sua brevità, la visita ha avuto molti momenti salienti e ha creato risultati fruttuosi. Grazie alla visita, l’ampliamento della SCO ha fatto un nuovo passo avanti. La visita ha anche guidato con successo le relazioni della Cina con i Paesi interessati a nuovi livelli. È una visita che ha...
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di Giulio Chinappi La Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e altri documenti internazionali affermano il principio di “una sola Cina” e lo status di regione cinese di Taiwan, mostrando l’illegittimità delle mosse degli Stati Uniti per favorire la cosiddetta “indipendenza di Taiwan”. La stampa e i documenti ufficiali cinesi circa la questione di Taiwan fanno spesso riferimento alla politica di “una sola Cina” e alla Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Questo documento, spesso ignorato dai media occidentali, rappresenta infatti il fondamento giuridico dello status di Taiwan, ed è oggi accettato dalla comunità internazionale quasi all’unanimità, visto che 180 Paesi hanno stabilito relazioni bilaterali con Pechino secondo il principio di “una sola Cina”. Nonostante la contrarietà di Washington, la risoluzione del 25 ottobre 1971 ottenne allora 76 voti favorevoli, 35 contrari e 17 astensioni, sancendo la fine della controversia circa l’identità del legittimo governo cinese. Bisogna infatti ricordare che, per ventidue anni, il seggio cinese presso le Nazioni Unite era stato occupato illegittimamente dal governo nazionalista di Chiang Kai-Shek, stabilitosi sull’isola di Taiwan dopo la sconfitta subita per mano dei comunisti di Mao Zedong nella guerra civile cinese e la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949. Sostenuto proprio dagli Stati Uniti, il governo della sedicente “Repubblica di Cina” aveva goduto di tutti i privilegi connessi, compreso il seggio permanente presso il Consiglio di sicurezza. Questo fino a quando la Risoluzione 2758 non riconobbe la Repubblica Popolare Cinese come “l’unico rappresentante legittimo della Cina presso le Nazioni Unite”. L’approvazione del documento rappresentò una grande vittoria diplomatica per la Cina e, più in generale, per l’antimperialismo e la diplomazia mondiale, mettendo termine alla contraddizione per la quale il Paese più popoloso del mondo non disponeva di un proprio seggio all’ONU.  Il documento fu fortemente promosso dall’Unione Sovietica, che in precedenza aveva boicottato l’ONU proprio in segno di protesta per la questione riguardante l’assegnazione del seggio cinese. L’ingresso della Repubblica Popolare Cinese all’ONU, tuttavia, fu reso possibile anche dai cambiamenti geopolitici che si verificarono nel corso degli anni ‘60, con l’emergere di numerosi nuovi Stati Indipendenti in Asia e Africa, e la nascita di un fronte dei Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” all’interno del Movimento dei Paesi non allineati. “Ci sono innegabili fatti storici, un solido diritto internazionale e un ampio consenso internazionale che confermano la verità di fondo: c’è una sola Cina al mondo e Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese”, ha scritto Xin Ping, esperto di relazioni internazionali, sul Global Times. Come ricordato dallo stesso Xin, la Risoluzione 2758 non è l’unico documento che attesta la validità della politica di “una sola Cina”: sia la Dichiarazione del Cairo del 1943 che la Proclamazione di Potsdam del 1945 affermavano già lo status giuridico di Taiwan come parte inalienabile della Cina, prevedendo la restituzione di tutti i territori cinesi occupati dai giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale, compresa l’isola in questione. Solamente l’ostracismo degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Popolare Cinese permise l’occupazione illegale del seggio cinese da parte di Taiwan per ventidue anni, fino...
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Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Phoenix TV: Il 5 agosto, il Segretario di Stato americano Antony Blinken, il Ministro degli Esteri australiano Penny Wong e il Ministro degli Esteri giapponese Hayashi Yoshimasa hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dopo aver tenuto un dialogo strategico trilaterale. “Non vi è alcun cambiamento nelle rispettive politiche di una sola Cina, ove applicabili, e nelle posizioni di base su Taiwan di Australia, Giappone e Stati Uniti”, si legge nella dichiarazione. Una formulazione simile si trovava nella dichiarazione rilasciata in precedenza dai ministri degli Esteri del G7 e dall’Alto rappresentante dell’UE la scorsa settimana. Qual è il commento della Cina? Wang Wenbin: Il principio di una sola Cina è un consenso internazionale consolidato e una norma di base ampiamente accettata nelle relazioni internazionali. Fa parte dell’ordine mondiale del secondo dopoguerra ed è affermato nella risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È il fondamento politico per l’istituzione e lo sviluppo delle relazioni diplomatiche tra la Cina e i Paesi del mondo. L’Ufficio degli Affari legali del Segretariato delle Nazioni Unite ha sottolineato nei suoi pareri legali che “le Nazioni Unite considerano “Taiwan” come una provincia della Cina senza uno status separato”. Alcuni Paesi hanno aggiunto unilateralmente precondizioni e clausole alla politica di una sola Cina nel tentativo di distorcere, falsare e svuotare il loro impegno di una sola Cina. Questo è illegale, nullo e non valido. La Cina è fermamente contraria. La definizione del principio dell’unicità della Cina è chiarissima: esiste una sola Cina al mondo, Taiwan fa parte della Cina e il governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governo legale che rappresenta l’intera Cina. L’applicabilità di questo principio è universale, incondizionata e indiscutibile. Tutti i Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina e tutti gli Stati membri dell’ONU dovrebbero aderire incondizionatamente al principio di una sola Cina e seguire le indicazioni della Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quello che hanno fatto alcuni singoli Paesi è essenzialmente un tentativo di travisare e distorcere il principio di una sola Cina. Si tratta in effetti di una sfida ai principi fondamentali del diritto internazionale e alle norme di base che regolano le relazioni internazionali. Si tratta anche di una sfida all’ordine mondiale del secondo dopoguerra. Una persona senza credibilità non ha posto nella società; e un Paese che perde la propria credibilità vacilla. Esortiamo alcuni Paesi ad assicurarsi di leggere la storia, di rispettare gli impegni che hanno seriamente preso nero su bianco e di riconoscere quanto sia pericoloso e dannoso agire in malafede e giustificare le forze separatiste “indipendentiste di Taiwan”. I tentativi di sfidare il principio di una sola Cina, lo Stato di diritto internazionale e l’ordine internazionale sono destinati a essere respinti dalla comunità internazionale e a non portare a nulla. Bloomberg: Vorrei solo chiarire, il gruppo ASEAN ha appoggiato la Cina sulle recenti azioni di Taiwan? Lo chiedo perché anche Antony Blinken cita l’ASEAN a sostegno della posizione degli Stati Uniti. Mi chiedevo se potesse chiarire un po’ la...