10 Giugno 2026

Centro Studi Eurasia Mediterraneo

di Maria Alessandra Citro Il 12 agosto la nave turca Oruc Reis, durante un’esplorazione mineraria, si scontra a largo delle acqua dell’isola di Kastellorizo con una nave greca. L’incidente avviene nella zona economica esclusiva greca, non riconosciuta da Ankara. Questo incidente rappresenta soltanto la punta dell’iceberg delle tensioni tra i due governi, in quanto essi sono in conflitto dal 22 luglio scorso, a seguito di un navtex diramato dal governo turco per un’estensione delle operazioni di esplorazione in quelle acque contese. Per mitigare la situazione, si sono impegnati diplomaticamente i governi dei paesi membri dell’Unione Europea e Washington, così la Turchia ha deciso di riportare la Oruc Reis nel porto. La questione seppur mitigata non è per nulla risolta, l’intervento della comunità europea non è risultato sinergico e compatto, in quanto quest’ultima necessita ancora di mettere a punto un progetto di inclusione vero e proprio che coinvolga il governo turco in maniera consapevole e che che lo spinga ad intraprendere una strada di mediazione politica, lontano dalle tensioni militari a cui è avvezzo. Il vertice europeo di ottobre ha dimostrato che la mancanza di unanimità da parte degli stati membri incide fortemente su una de escalation effettiva della situazione. I governi di Ankara e di Atene sono invischiati da tempo in una serie di dispute che rendono i rapporti diplomatici instabili e critici e questa volta la partita si è giocata nelle acque del Mediterraneo orientale. Il casus belli è l’incidente avvenuto il 12 agosto a largo delle acque di Kastellorizo -un’isola situata a 80 miglia dall’isola Rodi, a 170 miglia a ovest di Cipro ed a un miglio dalla costa della Turchia- della nave turca Oruc Reis, che stava compiendo attività di ricerca di petrolio e gas naturali e che si è scontrata con una nave da guerra greca1. Questo avrebbe implicato l’intervento di una nave turca di scorta la Kemal Reis, che avrebbe urtato e danneggiato quella greca, vincolandola al rientro. Lo scontro è avvenuto nella zona economica esclusiva (ZEE) greca, non riconosciuta dal governo di Ankara, in quanto con quest’ultimo si contende il controllo sull’area, per le ingenti risorse di gas e minerali lì presenti2. L’incidente rappresenta soltanto il culmine delle escalation di tensioni tra i governi, risalenti ormai al 22 luglio scorso, a causa di un navtex, un avviso di restrizione alla navigazione, diramato dal governo turco per estendere le operazioni di esplorazione dal 2 al 12 agosto3. Le questioni tra i due governi si sono, tuttavia, acuite a partire dal 2015, quando ENI, una compagnia energetica impegnata nell’estrazione dei gas in Egitto, propendeva per la costruzione di East Med, un gasdotto sottomarino per collegare i giacimenti di Egitto, Cipro e Israele, e successivamente Grecia e Italia, riducendo così la dipendenza dei paesi coinvolti dalla Russia, ma escludendo dal progetto la Turchia4. Nel 2009, Ankara si è vista così costretta a firmare un accordo con il governo libico: avrebbe potuto sfruttare le sue risorse energetiche presenti nel Mediterraneo Orientale, offrendo in cambio protezione militare. L’accordo...
2015-02-21 16.24.18 (1)
Sabato 21 febbraio 2015 il resp. relazioni esterne del Cesem, Stefano Vernole, è intervenuto al secondo Congresso del “Comitato eritreo Diplomazia e Media in Italia”. Durante l’incontro, al quale ha partecipato anche l’Ambasciatore dell’Eritrea in Italia, S.E. Fessehazion Pietros (nella foto in piedi), è stato sottolineato il rapporto di collaborazione intrapreso dal Centro Studi Eurasia Mediterraneo con la Comunità eritrea in Italia allo scopo di rinsaldare i legami storici e culturali tra i due paesi. Per squarciare il velo dell’informazione, spesso scorretta, diffusa dai media italiani ed esteri sull’Eritrea, occorre rafforzare questo partenariato attraverso l’ausilio di nuovi mezzi informatici e cartacei. I rapporti tra Italia ed Eritrea dovranno, nei prossimi anni, effettuare un deciso salto di qualità e implementare nuova iniziative sia in campo economico che geopolitico, considerata l’importanza strategica del Mar Rosso e delle sue vie di comunicazione. A questo proposito dovrà essere resa giustizia alle legittime rivendicazioni di Asmara, così come stabilito dal diritto internazionale e come riconosciuto dagli stessi paesi europei prima delle manipolazioni diplomatiche statunitensi. Redazione
vietnam
Il Vietnam sta portando avanti un’intensiva ed estensiva riforma con l’obiettivo di portare un nuovo impulso per mantenere il tasso di crescita economico raggiunto nel periodo 1990-2010 (approssimativamente il 7%). Questo è un obiettivo veramente importante per il Vietnam, per evitare la trappola del reddito medio e diventare un paese industrializzato. E’ veramente interessante notare come il Vietnam sia in un periodo di transizione, entrando in una nuova fase di sviluppo. Il piano di ristrutturazione economica del Vietnam è stato sviluppato sulla base della valutazione dei 25 anni di riforme, identificando i problemi rimanenti nello sviluppo del meccanismo delle nuove politiche. Certamente l’economia globale è in transizione e così lo sono anche molte economie, compresa quella del Vietnam. Dopo alcuni decenni di globalizzazione il boom insieme al progresso delle scienze, della tecnologia, delle telecomunicazioni e dei trasporti, ci ha portato a molti benefici che hanno condotto a nuove prospettive per molti paesi. Dopo quasi 30 anni spesi nel portare avanti una duplice politica di riforme, ristrutturazione interna e politica di apertura, il Vietnam ha ottenuto impressionanti progressi. Da un’inflazione galoppante intorno al 280% all’anno del periodo 1985-1988, l’inflazione è stata ridotta ad una sola cifra nel corso degli Anni Novanta. Da un’economia stagnante come quella degli Anni Ottanta, il Vietnam è diventato un’economia dinamica con una crescita media del PIL del 7% nel periodo 1991-2012, che ha aiutato ad aumentare il PIL procapite da 86 dollari (1988) a 1911 dollari (2013), rendendo il Vietnam un paese a reddito medio. Il livello di famiglie povere è stato ridotto dal 58% (1988) al 10% (2013). I successi sopra menzionati sono stati raggiunti grazie ad una riforma intensiva ed estensiva associata ad un modello di trasformazione strutturale. Il Vietnam è stato visto come un caso di successo nel variare il suo lavoro dal settore agricolo con bassa produttività ai settori dell’industria e dei servizi con alta produttività. La percentuale di impiegati nell’agricoltura è stata ridotta da più del 70% nel 1990 ad approssimativamente il 46% del 2013, risultando in una crescita del settore industriale e dei servizi. Il lavoro nel settore industriale è cresciuto continuamente per più del 10% dal 2000, in particolare quello nell’elettricità e nella produzione e nell’assemblaggio dell’elettronica ha toccato il 30% all’anno. Per trasformare effettivamente la struttura economica, il Vietnam ha portato avanti una serie di riforme interne che comprendono: Innanzitutto, le riforme istituzionali sono state assunte con l’obiettivo di creare un’economia dai tanti proprietari: statali, privati e stranieri, oltre al rimuovere allo stesso tempo le barriere per liberalizzare le forze produttive. La mole della proprietà di Stato è stata sensibilmente ridotta in un tempo relativamente ridotto, per fare spazio ai settori privati e stranieri. La quantità di impiegati nel settore statale è stata ridotta dal 40,2% del PIL del 1995 al 32,2% del 2013. Sviluppare i mercati finanziari per migliorare l’efficacia nell’allocazione delle risorse è stato uno dei pilastri principali. Da un solo sistema bancario (non c’era alcun concetto di banca commerciale nell’economia dirigista), il Vietnam è...
2010-11-15-electronic-warfare
  Stefano Vernole, resp. relazioni esterne del Cesem, è intervenuto durante la seconda sessione della tavola rotonda Information Warfare, insieme a Vladimir Yakunin, Rolf Schmidt-Holtz e Sergei Kara-Murza. Questo il testo integrale del suo intervento.     1. The War of the network: the United States against the Eurasia  First of all, it’s necessary to understand the nowadays world geo-strategic situation, so at last identify the moves that the major powers are doing on the world stage. The United States is struggling with one of the worse systemic crisis in their history. The collapse of the Berlin Wall, the aggression against Iraq, the steps of NATO to overtake the East, the disintegration of Yugoslavia, the political uncertainty and condescending towards Western interests by Gorbachev and Yeltsin before, then, for several years produced the illusion of a triumph given by unipolarity of the United States. By the way, if the effort beard by the Soviet state was too big and had led to the collapse of its administrative structure and his economy, at the same time the race for military supremacy waged by various US administrations, revealed a trade deficit absolutely unbearable (balance of payments), which today is in addition to the equally dangerous Federal deficit (national). Yet in international public opinion the hegemonic role of the North American culture continues to be predominant. The American big media groups, for example, have been a great tool in sabotage, perhaps forever, the traditional pro-European Franco-German axis after the election of Sarkozy, Hollande and Merkel. In both Berlin and Paris, the powerful means of mass communication, controlled by the same old families as the Rothschilds, the Rockefellers …, played a decisive role in the electoral “coup d’état”. A special role is played by the famous speculator George Soros, with his Quantum Fund; he financed the gangs of “Afghans” mujahedeen who fought in Bosnia and at the same time fostered the disinformation campaign on Serbia that favored the military aggression of NATO in 1995 and 1999. The network of foundations and associations feeded by him is endless: Open Society Fund, Humanitarian Rights Fund, Helsinki Committee, Belgrade Circle, European Movement, Centre for Anti-War Action, Nuns, Anem, Otpor, to which must be added the most important international NGOs. Let’s not forget that many of the corresponding agencies working with the Associated Press and Reuters are owned by Rothschild, who also infiltrated cultural and theatrical institutions, such as the National Library, the Historical Archives, the Serbian Academy of Arts and Sciences and the Institute of geopolitics of Belgrade. Along with Soros the ones who have spent efforts and investments like Rupert Murdoch, Goldman Sachs and JP Morgan, they influenced people as Martti Ahtisaari, James Lion, Morton Abramowitz, Louise Arbour, Mikhail Khodorkovsky and Thorvald Stoltenberg. This exhibitionistic concentrate of “soft” and “hard power” has been developed against the only Serbia, as it considered the State pivot of Russia in the Balkans. In addition to the former Yugoslavia, the “colored revolutions” financed by American networks and coordinate by...