Probabilmente nella storia recente nessuna profezia geopolitica si è rivelata più erronea de la fine della storia prospettata da Fukuyama all’indomani della caduta dei sistemi socialisti dell’Europa orientalei. Quello che si profilava come il secolo americanoii si sta rivelando invece come il secolo multilaterale, se non addirittura il secolo cinese.iii Quello che è certo, è che l’accelerazione dei processi di globalizzazione economica presenta oggi aspetti meno scontati del previsto. In questo contesto, capire il progetto della Nuova Via della Seta significa capire in larga parte i nuovi equilibri geopolitici planetari e, per il nostro paese, sapere affrontare nuove questioni nonché scorgere nuove opportunità. D’altra parte già nel 2006 Christopher Pehrson intuì il progetto della Nuova via della Seta definendolo come “strategia del filo di perle”; con questo concetto, l’alto ufficiale statunitense anticipava la strategia cinese di realizzare nei paesi esteri infrastrutture autonome in aree geostrategiche del pianeta, avvalendosi della compartecipazione di capitali o aziende cinesi secondo un rapporto di costi e benefici.iv Risulta infatti evidente che la Nuova Via della Seta rappresenta un ambizioso progetto economico, culturale e politico, una manovra strategica epocale che viene proposta per connettere i paesi coinvolti in modo da ampliare gli scambi commerciali e culturali tra i popoli. Questo perché, contrariamente al modello di globalizzazione predatoria proposto – anzi imposto – da parte statunitense e Occidentale, che ha ricalcato e ricalca ancora tutti i crismi dell’imperialismo novecentesco, le élite cinesi non sono orientate a logiche di puro profitto ma tendono principalmente ad assicurare l’ordine sociale, attraverso un pensiero che subordina l’istinto egoistico individualista a quello dell’interesse collettivo. E questa è stata l’impostazione che ha guidato finanche lo sviluppo delle multinazionali cinesi che, in gran parte di proprietà pubblica, hanno acquisito molti asset fondamentali dell’Occidente. Protagonisti di queste azioni sono, per esempio, la ChemChina gigante mondiale della chimica, o la Cosco Shipping Line, la più grande compagnia di navigazione del pianeta. Ma cos’è esattamente la Belt and Road Initiative (Bri), il programma cinese di investimenti infrastrutturali che riuscirebbe ad oscurare il Piano Marshall, mettendo sul piatto mille miliardi di dollari, ovvero sette volte tanto quanto stanziato dagli americani alla fine della Seconda guerra mondiale? C’è subito da chiarire che non esiste una definizione ufficiale. La Bri è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, ma molto spesso vengono fatti rientrare al suo interno progetti che sono partiti anche diversi anni prima. Basti ricordare che al settembre del 2018 erano stati finanziati 173 progetti nominalmente collegati alla Bri in 45 Paesi. Secondo i funzionari cinesi, la Nuova via della Seta dovrebbe reggersi su sei grandi corridoi internazionali. Il primo è quello con il Pakistan (la sigla ufficiale è Cpec), poi c’è quello che attraversa Bangladesh, India e Myanmar (Bcimec). Il terzo prevede la partecipazione di Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan (Ccwaec). Il progetto che coinvolge Cambogia, Laos, Malesia, Thailandia, Myanmar e Vietnam è il Cicpec. Il quinto asse è con Russia e Mongolia (Cmrec), mentre la sesta colonna è quella che...
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PERUGIA – Quasi trent’anni prima di Marco Polo, fu un semisconosciuto francescano di Pian del Carpine (l’odierna Magione, in provincia di Perugia) a raggiungere l’Estremo Oriente e descrivere territori, abitudini e usanze dei popoli asiatici. Sebbene poco nota ai più, difatti, la Historia Mongalorum di Fra’ Giovanni resta una delle testimonianze più preziose giunteci intatte dal Medioevo, affiancandosi ad opere senz’altro più altisonanti quali Il Milione dell’avventuriero veneziano o l’Itinerarium di Guglielmo di Rubruck. A quasi ottocento anni di distanza dall’inizio del viaggio di Fra’ Giovanni, l’Umbria ritorna protagonista nel nuovo contesto economico globale. Lo scorso 24 marzo, la suggestiva Sala d’Onore di Palazzo Donini, sede centrale delle istituzioni regionali, ha fatto da cornice alla ratifica di un accordo quadro tra la Regione Umbria e la Fondazione Italia-Cina, presieduta da Cesare Romiti e diretta da Margherita Barberis. Nella fitta trama della cooperazione economica e commerciale tra l’Italia e la rinascente potenza asiatica, il tessuto industriale di casa nostra ha dimostrato di saper dire la sua, individuando nella Cina un florido mercato di sbocco non soltanto per quanto riguarda i classici settori di punta del cosiddetto made in Italy (agroalimentare, design e moda) ma anche in relazione ai settori tradizionalmente “egemonizzati” dalle economie del Nord Europa (tecnologia, smaltimento e approvvigionamento energetico). Il documento stabilisce il reciproco impegno da parte dei soggetti contraenti, allo scopo di «favorire lo sviluppo di progetti condivisi che mirano alla promozione della Regione Umbria in Cina», «informare sulle opportunità del mercato cinese nei vari settori di interesse» con particolare riferimento al partenariato con la Provincia dello Shandong, al Progetto “Casa Umbria” di Shanghai nel campo del Design e alla Sicurezza Alimentare, «assistere lo sviluppo di attività con la Cina del sistema istituzionale, culturale ed economico umbro» nonché «sviluppare progetti sino-italiani anche in funzione della promozione del territorio umbro ed italiano e delle produzioni e delle eccellenze italiane». Dal canto suo, la Regione si impegna ad entrare nella Fondazione Italia-Cina in qualità di Socio Sostenitore e a farne un partner privilegiato per la promozione delle sue attività nel Paese asiatico. Come ricordato dalla presidente della Regione Catiuscia Marini e ribadito dal vicedirettore centrale per l’internazionalizzazione presso la Farnesina Vittorio Sandalli, l’Umbria è una piccola regione capace, tuttavia, di svolgere un ruolo di eccellenza. Secondo la governatrice, con la sua PMI dinamica e volitiva ed il suo immenso patrimonio storico-culturale, l’Umbria riproduce fedelmente, sebbene in scala, il volto del nostro intero Sistema Paese. Emerge così una nuova idea di internazionalizzazione, volta a superare definitivamente gli odiosi fenomeni della fuga dei capitali all’estero e dello sfruttamento di manodopera a basso costo, per raggiungere i più equi lidi della mutua cooperazione e dello sviluppo condiviso, seguendo i binari della cosiddetta win-win strategy, parola d’ordine inamovibile nella politica estera del Partito Comunista Cinese. Alla luce di un processo storico giocoforza connesso al crescente peso dei BRICS e alla conseguente trasformazione in senso multipolare degli equilibri politici del pianeta, sembra possibile affermare che dalla delocalizzazione dei decenni scorsi ci stiamo avvicinando...