11 Agosto 2026

Bulgaria

Nel corso dell'ultimo secolo e mezzo, la valuta nazionale bulgara, il lev, ha subito trasformazioni significative, riflettendo l'evoluzione politica, economica e geopolitica del Paese. Dalle sue origini nell'era post-ottomana alla stabilizzazione sotto un rigoroso regime di cambio fisso negli anni '90, il lev è stato più di un semplice mezzo di scambio: ha simboleggiato la sovranità nazionale e la sopravvivenza economica.
Con Giulio Chinappi, curatore di World Politics Blog e inviato de La Città Futura in Vietnam, analizziamo in un’ottica alternativa all’ideologia dominante in Occidente i significativi eventi politici di attualità concernenti la rivolta popolare in Bangladesh, le nuove leadership thailandese e vietnamita, l’incancrenirsi della crisi politica in Bulgaria.
lavrov
di Andrew KorybkoARTICOLO ORIGINALE IN INGLESE La notizia Niente viaggio in Serbia per Serghei Lavrov. Il ministro degli Esteri russo aveva in programma un incontro a Belgrado con il presidente serbo Aleksandar Vučić, ma Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro hanno chiuso il loro spazio aereo al volo sul quale doveva viaggiare. Per il Cremlino la decisione rappresenta «un’azione ostile» verso la Russia, mentre lo stesso Lavrov ha parlato di situazione «senza precedenti», aggiungendo che «dobbiamo ancora ricevere una spiegazione per la decisione» presa. Fonte: Il Mattino La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha confermato nella tarda serata di domenica che Bulgaria, Macedonia e Montenegro hanno chiuso il loro spazio aereo al volo programmato di Sergej Lavrov in Serbia dove era previsto un viaggio di due giorni per incontrare la leadership di questo paese amico di Mosca. Questo vergognoso sviluppo conferma che tutti e tre i Paesi in questione – Bulgaria, Macedonia e Montenegro – non sono, oggi, nient’altro che burattini occidentali guidati dagli Stati Uniti e, inoltre, rappresenta anche un’altra pietra miliare di quanto terribili siano diventati i legami russo-NATO dall’inizio dell’operazione militare speciale in corso in Ucraina. Nonostante durante il punto più alto della pandemia COVID-19, molto di quello che afferisce alla diplomazia sia stato condotto da remoto, se viene data loro la scelta, gli attori diplomatici preferiscono sempre gestire gli affari faccia a faccia; l’alto diplomatico russo probabilmente aveva pianificato di discutere con i serbi argomenti quali la cooperazione energetica, l’orgoglioso rifiuto di Belgrado di sanzionare la Russia nonostante le condanne pubblicamente espresse dalle Nazioni Unite sotto pressione straniera e altre questioni a questo correlate. Evidentemente, questo era inaccettabile per l’Occidente guidato dagli Stati Uniti; e quindi ecco spiegato il motivo per cui il viaggio di Lavrov in Serbia è stato ostacolato. La Serbia si trova in una posizione strategicamente svantaggiosa poiché è letteralmente circondata da paesi della NATO che, se lo desiderano, possono semplicemente tagliarla fuori dal mondo esterno. Questa leva viene sfruttata per esercitare la massima pressione sulla leadership di questo paese al fine di costringere Belgrado a prendere le distanze dalla Russia; pressione che finora ha avuto successo solo nel senso superficiale di farla votare talvolta contro Mosca alle Nazioni Unite. Ciò che è così ipocrita in questo ragionamento è che quegli stessi Paesi affermano falsamente che la Russia intende controllare la politica estera dell’Ucraina, eppure, in realtà, sono proprio loro che tentano, letteralmente, di controllare la Serbia. Questa posizione ostile allo stesso modo sia nei confronti della Russia che della Serbia non è emersa dal nulla, ma è stata preceduta da anni di guerra dell’informazione contro entrambi i Paesi. Mentre la maggior parte del mondo è ben consapevole delle narrazioni anti-russe che sono state propagate dalla fine di febbraio, alcuni potrebbero essersi dimenticati di quelle anti-serbe. Fondamentalmente queste affermano che la Serbia è una “Russia balcanica” che presumibilmente vuole conquistare la regione per pura sete di sangue e per questo progetto lo stesso Cremlino starebbe cospirando al fine di incoraggiare Belgrado a destabilizzare questa parte dell’Europa. Basti dire che non c’è alcuna verità in queste affermazioni che...
Jugoslavia-Guerra-1912_7438
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Gli antefatti Quei Balcani, che secondo il cancelliere Otto von Bismarck nel 1878 non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania, si trasformarono nel giro di alcuni anni nella polveriera d’Europa. Entro la fine del XIX secolo, infatti, si era reso sempre più precario il cosiddetto “giogo turco” che da secoli aveva pur garantito la stabilità della regione balcanica, travolta in questa fase storica dall’ondata dei nazionalismi e dei movimenti che si battevano per l’indipendenza. Iniziò la Grecia, proseguirono Serbia e Romania, il Montenegro di fatto non era mai stato soggiogato e infine giunse la Bulgaria: grazie all’interessato coinvolgimento di potenze straniere, Russia ed Impero austro-ungarico in primis, a inizio Novecento l’Impero Ottomano teneva ancora sotto controllo in Europa Kosovo e Albania (il cui lealismo frenava la nascita di una coscienza nazionale), la turbolenta Macedonia (nella quale imperversavano indipendentisti e comitađi filobulgari, filoserbi e filogreci) e quella che ancor oggi è la cosiddetta Turchia europea. I piccoli Stati che erano sorti contestualmente all’arretramento turco avevano ancora rivendicazioni territoriali da soddisfare e si erano perciò legati alle Grandi Potenze per ottenere sostegno e finanziamenti al fine di coronare i propri progetti espansionistici. Il Regno di Serbia aveva visto nel corso dell’Ottocento avvicendarsi sul trono le famiglie degli Obrenovi e dei Karađeorđević, oscillando tra posizioni di vicinanza alla Russia ed all’Austria, finché il colpo di stato del 1903 depose cruentamente Alessandro I Obrenovi e portò sul trono Pietro Karađeorđević, assertore di una politica estera legata allo Zar e finalizzata al completamento dell’unità nazionale dei serbi. L’annessione della Bosnia-Erzegovina all’impero asburgico nel 1908 segnò un duro colpo per questi progetti, che si rifacevano alla načertanije ideata nella seconda metà dall’Ottocento dal “Cavour serbo” Ilija Garašanin: si trattava di un progetto di unificazione nazionale, sul modello di quanto compiuto dal Regno del Piemonte nella penisola italica, che la classe dirigente di Belgrado declinava in maniera sempre più ampia, rivolgendosi non solo ai serbi, ma, con il gradimento zarista, a tutti i popoli slavi sudditi di Vienna, al fine di costituire un grande stato jugoslavo. Il piccolo Regno del Montenegro aveva sostanzialmente mantenuto sempre la sua indipendenza, presentandosi sovente come l’avanguardia del popolo serbo ed ora si trovava di fronte ad un dilemma identitario. Grazie ad un’accorta politica matrimoniale re Nikola Petrović Njegoš aveva legato la sua dinastia ad alcune tra le principali case regnanti europee (Romanov, Savoia e Karađeorđević), tuttavia a corte e nella classe dirigente di Cetinje si diffondeva sempre di più un sentimento filoserbo che auspicava la fusione dei due regni. Sul trono di Grecia sedeva il re degli elleni, il quale pertanto rappresentava non solo lo Stato greco, ma anche tutti quei connazionali ancora sottoposti a dominazione straniera, in Macedonia come sulle coste dell’Asia Minore passando per le isole egee. Tale scelta si basava sulla megale idea, il grande progetto di riunire tutte le comunità elleniche, promosso per primo da Ioannis Kolettis ed ora cavallo...