11 Giugno 2026

buddismo

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La figura di Trijiang Rinpoche è molto interessante nel variegato complesso dei maestri tibetani. Il precedente Trijiang, morto nel 1981, fu il principale guru del Dalai Lama e maestro della stragrande maggioranza dei più importanti Lama tibetani di lignaggio Gelug, come Lama Zopa, Geshe Rabten, Lama Yeshe. Era probabilmente il maestro più influente del lignaggio Gelug, più dello stesso Dalai Lama che, infatti, riceveva istruzioni e suggerimenti da lui. Per di più, secondo la tradizione (spesso molto fantasiosa) le sue vite precedenti erano particolarmente illustri, comprendendo personaggi come Chandrakirti, Shantarakshita, Atisha, Ra Lotsawa e addirittura l’ottavo Karmapa. Trijiang era discepolo del famoso maestro Pabhongka Rinpoche, autore del testo «Liberazione nel Palmo della tua Mano», un importante manuale di pratica della scuola Gelug secondo lo stile del Lam-Rim (ovvero del percorso graduale). Pabhongka fu colui che rivitalizzò il culto di Dorje Shugden, ed è la controversa figura di questo protettore che segnerà il destino dei Trijiang Tulku. Trijiang infatti dette l’iniziazione di Dorje Shugden alla maggioranza degli altri Lama Gelug, Dalai Lama incluso, intimandoli di fare la pratica; egli considerava Shugden come un protettore mondano e molto feroce, ma emanato da Manjushri a beneficio della purezza del lignaggio Gelug. Scrisse inoltre un testo dedicato solo a questo argomento, chiamato «Musica che Delizia un Oceano di Protettori». Tuttavia, dato che secondo Trijiang questo protettore si vendicava contro i maestri gelug che volevano ricevere insegnamenti dalle altre scuole, questo causò dei problemi nella comunità in esilio e l’allontanamento del Dalai Lama da questo culto (annunciato pubblicamente, infatti, solamente dopo la morte di Trijiang). Il fatto che il Dalai Lama abbia abbandonato (e poi vietato agli altri) la pratica di Shugden rappresenta – per i sostenitori di questo culto – una grave violazione dei voti che questi ha preso con il suo guru radice, cosa confermata dall’epilogo della storia con la nuova incarnazione di Trijiang Rinpoche. Infatti, nel 1985 il Dalai Lama riconobbe la nuova incarnazione di Trijiang, ma quest’ultimo studiò con dei maestri che, successivamente, non si associarono alla proibizione del Dalai Lama. Quindi, per una strana ironia della sorte che qualcuno chiama «karma», il presente Trijiang continua a praticare il culto di cui nella vita precedente fu il maggior propagatore, causando però un allontanamento irrimediabile con quello che nella vita precedente era il suo discepolo, ovvero il Dalai Lama. In altri termini, il Dalai Lama si trova nella situazione paradossale di non poter sviluppare alcun rapporto genuino con la reincarnazione – confermata da lui e pertanto non sostituibile – del suo principale maestro, cosa che secondo i detrattori del Dalai Lama costituisce una gravissima rottura dei samaya (ovvero dei voti tantrici) di quest’ultimo. A rendere ancora più controverse le cose, per un certo periodo il Dalai Lama ha pubblicamente annunciato di aver permesso a Trijiang di fare la pratica in via eccezionale, anche se a questo periodo è seguita la separazione totale tra i due. Dal 16 al 26 Settembre il giovane Trijiang – che ormai abita stabilmente in America dove...
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Della sterminata bibliografia disponibile del massimo orientalista italiano del Novecento – Giuseppe Tucci – probabilmente vi è un volume che più di ogni altro riesce ad indagare e sviscerare gli aspetti più strettamente teologici e strutturali della religione del Tibet. O meglio delle religioni del Tibet, visto che secondo Tucci non si può affatto parlare coerentemente di un unico corpo dottrinario riguardo le differenti scuole lamaiste locali, nonché tra le stesse – con il loro meticoloso e scrupoloso dibattito scolastico e formalistico – e una religiosità popolare diffusa in cui continuano ad innestarsi elementi sincretici derivanti dalle tradizioni bon e sciamaniche. Il libro Le religioni del Tibet, apparso per la prima volta nell’edizione tedesca nel 1970 e in quella italiana nel 1976, è quindi una lettura di imprescindibile importanza al fine di comprendere pienamente tutte le articolazioni del Buddhismo tibetano, indagandone presupposti spirituali, approfondendo le vicissitudine storiche ed elencando le pratiche rituali di maggiore diffusione. In tal senso, una questione formale-linguistica che ne rimanda ad una ben più significativa dal punto di vista concettuale è data dall’abituale termine con cui Tucci si riferisce al Buddhismo tibetano, ovvero con il termine di lamaismo. D’altra parte, non fu affatto un caso se lo stesso Tucci curò la voce “lamaismo” già nell’edizione del 1933 dell’Enciclopedia Treccani. In quell’occasione, Tucci così si espresse a proposito della religione tibetana: «La parola è ormai diventata d’uso generale per indicare il buddhismo tibetano. Essa deriva da bLama “maestro”, appellativo usuale e onorifico con cui ogni tibetano laico designa i monaci. Ma negli ambienti religiosi “lama” può chiamarsi soltanto chi è notoriamente arrivato a un alto grado di santità e dottrina ed è perciò in grado di comunicare agli altri le sue esperienze o la sua sapienza. Si è convenuto dare questo nome di lamaismo alla religione tibetana e per sottolineare il carattere prevalentemente magico che essa a prima vista presenta e per contrapporre il buddhismo tibetano a quello indiano, che ancora prospera nei conventi di Ceylon. Occorre però notare che quella contrapposizione ha scarso valore perché il buddhismo tibetano continua le tradizioni non già del “piccolo veicolo” (hīnayāna), che sopravvive a Ceylon, ma del “grande veicolo” (mahāyāna) di cui esso è derivazione diretta, e che inoltre il lamaismo non si riduce soltanto a semplice magia ed esoterismo, ma degnamente perpetua le tradizioni esegetiche e dogmatiche delle grandi università indiane. Fino a oggi si è data troppa importanza alle manifestazioni popolari e spesso anche degeneri del lamaismo, mentre si è trascurata la parte dottrinale che esso pure contiene, e della ritualistica tibetana, che del resto quasi in nulla si differenzia da quella indiana, si è vista soltanto la forma esteriore e poco si è compreso della sua significazione reale e del suo contenuto simbolico e mistico. Sono dunque due gli aspetti principali sotto cui ci si presenta il lamaismo, e conviene tenerli ben separati, perché non si corra il rischio di giudicare imperfettamente tutte quante le manifestazioni di questa religione. L’aspetto popolare non si presta ancora a...
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La controversia riguardante la figura del Buddhismo tibetano di Dorje Shugden, è salita agli onori delle cronache in tempi recenti, per quanto tragga le sue origini in una disputa teologica di lungo corso. Va premesso che nel Buddhismo di scuola tibetana un Protettore del Dharma è un Buddha che appare in un aspetto di sostegno spirituale, le cui principali funzioni sono di evitare gli ostacoli interiori ed esteriori che impediscono ai praticanti di raggiungere le realizzazioni mistiche, e di approntare tutte le condizioni necessarie per il loro sviluppo spirituale. Il Protettore del Dharma Dorje Shugden è un’emanazione del Buddha della Saggezza Manjushri, che aiuta, guida e protegge costantemente i sinceri praticanti conferendo le benedizioni, aumentando la loro saggezza ed esaudendo i loro desideri virtuosi. O almeno ricopre questa funzione per alcuni seguaci del lamaismo, in quanto all’interno di quel variegato e frammentato mondo tale divinità è oggetto di un’annosa controversia. Ma andiamo con ordine. Nel corso del 2014 ci sono state grandi proteste contro l’attuale Dalai Lama. Ad ogni tappa del suo tour occidentale – Italia compresa – ha ricevuto enormi contestazioni da sia da parte di laici che di monaci buddhisti, che al grido di slogan quali “False Dalai Lama” e “Dalai Lama, stop lying” hanno sollevato un polverone mediatico che tuttavia ha avuto il merito di suscitare la curiosità dei meno esperti in fatto di spiritualità orientale. A promuovere le numerose manifestazioni è stata anzitutto l’International Shugden Society, un’organizzazione legata alla New Kadampa Tradition. Il loro obiettivo è ottenere dal Dalai Lama – Premio Nobel per la Pace – quella libertà religiosa che nelle comunità tibetane in esilio gli è stata paradossalmente negata. La storia è molto complessa e richiederebbe senza dubbio ulteriori approfondimenti, ma per riassumere possiamo dire in estrema sintesi che il Dalai Lama diversi anni fa ha vietato il culto di uno dei principali Protettori della scuola Gelug, chiamato Dorje Shugden. La sadhana di questo Protettore è una delle principali pratiche del suo lignaggio fin dai tempi del V Dalai Lama, ma Tenzin Gyatso improvvisamente, dopo averlo praticato lui stesso per anni, lo proclamò come un’entità demoniaca il cui scopo sarebbe quello di distruggere la vita del Dalai Lama e la causa del Tibet. Questo ha provocato, oltre che confusione e disorientamento, una profonda scissione nel lignaggio Gelug, dato che un circolo non ristretto di maestri gelugpa ha preferito la pratica di Dorje Shugden al proprio legame col Dalai Lama. Già nel 1996, pur ostinandosi a sostenere l’assurda tesi dell’occupazione del territorio tibetano da parte dei cinesi, il Dalai Lama aveva invitato il governo di Pechino a un negoziato senza condizioni né richieste di indipendenza, affermando che era “politicamente e moralmente sbagliato assumere posizioni anti-cinesi”. Egli aveva aggiunto alla sua dichiarazione: “In fondo, non è detto che il legame con la Cina non possa essere addirittura benefico, per esempio da un punto di vista economico”. E aveva concluso riproponendo una “soluzione del giusto mezzo”: “Pechino potrebbe accordare una reale autonomia al Tibet, conservando il...
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Dalla fine della Rivoluzione Culturale, la Cina ha mostrato un’apertura via via maggiore nei confronti del Buddhismo. Il governo di Beijing non solo ne è diventato tollerante, ma ha ben presto iniziato a mostrare segni di apprezzamento di questa religione e, in particolare, alle sue attività di carità sociale. Il turismo religioso è stato incoraggiato in quanto ritenuto benefico all’economia del Paese e all’immagine dello stesso nel mondo. Il Buddhismo – che non viene più sospettato di essere un rivale ideologico – viene ormai visto come una pacifica “antica religione cinese”, patrimonio culturale della Nazione. Tra le religioni tradizionali della Cina, è proprio il Buddhismo a godere del maggiore supporto da parte del Governo. A differenza del Taoismo e delle altre religioni cinesi, infatti, permette l’apertura di canali di comunicazione con Taiwan e con i paesi buddhisti del Sud-Est Asiatico, e ciò costituisce agli occhi di Pechino un’opportunità. E’ in questa luce che vanno comprese iniziative come il Forum Buddhista Mondiale, la cui ultima edizione ha avuto luogo il 24 e il 25 Ottobre 2015 a Wuxi, nella provincia orientale di Jiangsu. Come nelle altre edizioni del Forum Buddhista Mondiale – tenutesi rispettivamente nella provincia di Zhejiang (2006), a Taiwan (2009) e in Hong Kong (2012) – ha visto oltre mille partecipanti da molti paesi dell’Asia Orientale. Il Forum del 2006 costituisce la prima grande conferenza religiosa tenutasi in Cina dopo il 1949. E’ indubbio il fatto che in questi Forum il Governo Cinese si ponga come sponsor del Buddhismo a livello internazionale, sottolineando il contributo che questa religione può portare in termini di “armonia sociale”. Secondo alcuni analisti, ma l’opinione è discutibile, questo supporto sarebbe mirato anche a contenere la diffusione sempre maggiore del Cristianesimo in Cina. Secondo Jiang Jianyong, vice-presidente della China Religious Culture Communication Association, sono tre i principali obiettivi che il Forum deve perseguire: sottolineare l’importanza del Buddhismo nella promozione dello sviluppo economico, dell’armonia sociale e della prosperità culturale. L’ultimo Forum Buddhista Mondiale, tenutosi nei giorni scorsi, ha visto anche la partecipazione di ospiti dall’Italia: Lama Gangchen e Lama Michel del Centro Kunpen NgalSo di Milano. Il Forum si è concentrato sul rapporto tra le nuove tecnologie e il Buddhismo, in particolare sull’uso di internet nella diffusione degli insegnamenti buddhisti. Il Venerabile Maestro Zong Xing, vice-presidente dell’Associazione Buddhista Cinese, ha affermato che “Dagli antichi insegnamenti buddhisti possiamo apprendere che il Buddhismo possiede la saggezza di utilizzare le nuove tecnologie per diffondere i suoi insegnamenti e il suo spirito [..]. Il Buddhismo può anche diffondere su internet energia positiva, e aiutare le persone a resistere alle informazioni dannose”. Il Maestro Xuecheng è il Presidente dell’Associazione Buddhista Cinese e membro della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese. Egli è stato uno dei primi insegnanti buddhisti del Paese ad aprire un Blog, ed ha più di 325600 contatti su Sina Weibo, l’equivalente cinese di Twitter. Come blogger è molto popolare e i suoi pensieri sono tradotti, online, in oltre 11 lingue. Nel suo intervento, come riportato dall’agenzia Xinhua,...