16 Settembre 2026

bashar al assad

di Peter Ford FONTE ARTICOLO: https://21stcenturywire.com/2023/05/19/never-mind-who-lost-syria-who-the-hell-lost-saudi-arabia/ La Siria che torna nell’ovile della Lega Araba è un’immagine che la banda del “cambio di regime” di stanza a Washington non avrebbe mai voluto che il mondo vedesse. Più precisamente: mentre il Regno inizia ad essere rivolto verso est, l’impero degli Stati Uniti sta perdendo una delle sue più grandi risorse nel mantenere il suo impero globale. È difficile sopravvalutare il significato della riammissione della Siria nella Lega araba e della partecipazione del presidente Assad al vertice arabo di Jeddah. Il significato va ben oltre la Siria stessa. Andiamo dritti al punto: si tratta di un duro colpo per gli Stati Uniti e i suoi alleati e non c’è da stupirsi che i commenti dei think tank di Washington e delle pubblicazioni come il Financial Times siano così aspri in merito. Non è solo che l’odiato Assad stia uscendo dall’isolamento imposto dagli Stati Uniti e che al mondo viene ricordato il fallimento della politica statunitense in Siria. Ancora più importante, assolutamente sbalorditivo, è il fatto che un importante cliente statunitense, precedentemente completamente allineato alle posizioni di Washington, l’Arabia Saudita, abbia preso l’iniziativa nel farsi beffe del desiderio statunitense di mantenere isolata la Siria. Perché è stata proprio l’Arabia Saudita, fresca di mostrare il dito agli Stati Uniti, ad arrivare ad un accordo per ridurre la tensione con l’ Iran, per di più sponsorizzato dalla Cina con l’Iran, e, in seguito a spingere altri membri della Lega Araba ad accettare il ritorno della Siria. Ciò è avvenuto dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di pompare più petrolio per aiutare Biden a tenere prezzi del gas più bassi negli Stati Uniti. Alcuni a Washington cercano di consolarsi con il pensiero che una maggiore influenza saudita a Damasco contribuirà a diminuire la presunta presa dell’Iran sulla Siria. Così, però, mancano il punto poiché con la pace tra l’Arabia Saudita e l’Iran, l’Arabia Saudita non ha motivo di temere l’influenza iraniana in Siria. Sembra che l’Arabia Saudita si sia resa conto del fatto che gli unici vincitori della tensione tra sé stessa e l’Iran sono stati gli Stati Uniti e Israele. Il momento del risveglio potrebbe effettivamente essere arrivato nel 2019 – ma all’epoca è passato inosservato – quando, secondo i rapporti, l’Iran ha diretto massicci attacchi di droni contro la raffineria di Abqaiq nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, rimanendo impunito. L’Iran stava inviando un messaggio agli Stati Uniti: mettete il naso nelle nostre esportazioni di petrolio (cosa che la marina americana stava effettivamente facendo) e colpiremo il vostro rappresentante locale. Gli Stati Uniti hanno certamente recepito il messaggio: si sono tranquillamente ritirati. Ma anche il rappresentante locale, l’Arabia Saudita, ha ricevuto il messaggio. «Ehi, pensavo di pagare per avere protezione. E invece sono colpita per colpa vostra!”. Le conseguenze dell’assassinio di Khashoggi e la conseguente temporanea debolezza del principe Mohammed Bin Salman hanno probabilmente ritardato l’elaborazione della debacle navale del Golfo. Ma l’isolamento di Mohammed Bin Salman potrebbe aver aumentato i suoi sentimenti di...
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FONTE ARTICOLO: https://www.aljazeera.com/news/2023/5/19/analysis-how-important-is-syrias-return-to-the-arab-league Molti stati arabi hanno accettato che, in Siria, il governo di Bashar al-Assad sia sopravvissuto e, adesso, vogliono tornare alle normali relazioni. Il ritorno della Siria in seno alla Lega araba, con la presenza del presidente Bashar al-Assad all’ultimo vertice dell’organizzazione tenutosi in Arabia Saudita, riguarderà, principalmente, il simbolismo; Tuttavia, riflette un importante cambiamento nel modo in cui gli attori regionali vedono la realtà della sopravvivenza del governo di al-Assad in Siria; modi che sono in contrasto con l’Occidente. Più di 11 anni dopo che la Siria è stata sospesa dall’istituzione panaraba con una decisione seguita alla brutale repressione dei manifestanti dell’opposizione e della conseguente guerra scoppiata nel paese; il consenso emergente nelle capitali arabe oggi, a torto o a ragione, è che affrontare i problemi della Siria richieda impegno con Damasco. Comprendendo la crisi siriana come un problema arabo, gli stati arabi sono determinati a perseguire strategie arabe per superare gli impatti tossici e destabilizzanti di questo conflitto sulla regione. Secondo gli analisti, gli Stati arabi sperano che mitigando il conflitto, possano iniziare a invertire le reti associate al traffico di droga, le crisi dei rifugiati, l’indebolimento della sicurezza delle frontiere e il ruolo intensificato delle forze iraniane e delle milizie sostenute da Teheran in Siria. Secondo Aron Lund, un collega del Century International e analista del Medio Oriente, riconquistare l’appartenenza a pieno titolo alla Lega Araba segna una vittoria importante per il governo siriano, . “Il permesso di rientrare dimostra che la Siria si sta reintegrando nella regione e che altri leader arabi sono fiduciosi che Assad sia qui per restare. Quindi, è una vittoria politica per il governo di Damasco”, ha detto Lund ad Al Jazeera. “Di per sé, porta pochissimi cambiamenti concreti. La Siria ha un disperato bisogno di aiuti e investimenti. La Lega Araba non può fornire nulla di tutto ciò, ma ci sono stati del Golfo Arabo che possono farlo”. L’Arabia Saudita come un peso massimo regionale Uno spartiacque nella reintegrazione della Siria nell’ovile diplomatico del mondo arabo è arrivato all’inizio di quest’anno, quando l’Arabia Saudita ha iniziato a muoversi verso la riconciliazione con Damasco. Sia i terremoti del 6 febbraio che l’accordo diplomatico saudita-iraniano del 10 marzo hanno accelerato il movimento di Riyadh verso la rinormalizzazione delle relazioni con il regime di al-Assad. È giusto concludere che il ritorno della Siria nella Lega araba è diventato possibile solo dopo che l’Arabia Saudita ha cambiato posizione. Sebbene alcuni stati arabi come Qatar, Kuwait e Marocco non abbiano rinormalizzato i rapporti con Damasco e continuino a sostenere che il governo di al-Assad sia illegittimo, Riyadh ha usato la sua influenza di leader nel mondo arabo e islamico per convincerli a non ostacolare il ritorno della Siria alla Lega Araba. La mossa è pragmatica, con Riyad e altre capitali arabe che scelgono di trattare con Damasco in base a come percepiscono gli interessi nazionali dei loro paesi. Dal punto di vista di molti governi arabi, l’attuale strategia degli Stati Uniti e di...
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Intervista rilasciata ad Harley Schangler dal Colonnello Richard H. Black presso il Schiller Institute nell’aprile 2021 https://www.youtube.com/watch?v=rzrSHyms_-c&t=1377s Traduzione per il CeSEM di Marco Ghisetti Richard H. Black ha avuto una carriera brillante, è un colonnello veterano in pensione, ex capo della Divisione di Diritto Penale dell’Esercito al Pentagono ed ex senatore nel parlamento della Virginia […] In Siria, Lei fu coinvolto nelle discussioni concernenti il da farsi nella regione e criticò le politiche degli Stati Uniti. Qual è il Suo giudizio riguardo alla situazione attuale per quanto riguarda le cosiddette sanzioni Caesar che sono state proposte da Pompeo ed approvate pressoché all’unanimità dal Congresso? Noi abbiamo fatto scoppiare la guerra, gli Stati Uniti hanno fatto scoppiare la guerra nel 2011. Abbiamo inviato la CIA e agenti speciali per coordinare e condurre le operazioni dei terroristi facenti parte del gruppo di al-Qaeda, che in quel momento stavano attaccando la Siria e il legittimo Governo siriano. Questi terroristi avevano giurato di decapitare tutti i cristiani, gli sciiti, gli islamici moderati; li hanno uccisi e venduto le mogli e figlie ai mercati di schiavi. Gli Stati Uniti furono implacabili alleati, irremovibili sostenitori di al-Qaeda, cioè del gruppo che l’11 settembre ci aveva abbattuto le Torri Gemelle e il Pentagono. Appena dieci anni dopo il trauma delle 3.000 persone morte, cioè dopo il peggior attacco terroristico nella nostra storia, andavamo pienamente d’accordo e agenti della CIA guidavano al-Qaeda nel suo tentativo di abbattere il Governo legittimo della Siria. Io ne fui pienamente coinvolto, nel 2011, ancora prima che scoppiasse la guerra. Allora volevo capire cosa stessimo facendo in Libia, capire perché stavamo abbattendo lo Stato che fino ad allora era stato un grande alleato degli Stati Uniti. Ciò che capii fu che noi stavamo ammassando un’enorme quantità di armi che poi spedivamo in Siria per sostenere i terroristi: era questo il lavoro che mi stavano facendo fare. In battaglia io ho versato il sangue per il mio Paese e l’idea che noi eravamo gli alleati di al-Qaeda fu per me scioccante. Ho indagato molto bene la cosa e non ho trovato nemmeno una prova che mi suggerisse che noi non lo fossimo. Ancora oggi stiamo sostenendo al-Qaeda; oggi il popolo siriano ha completamente respinto tutti i terroristi che noi gli abbiamo gettato contro poiché si sono raggruppati intorno al presidente al-Assad e all’esercito siriano, riuscendo a forzare la mano dei terroristi e gettarli fuori dal Paese. E sarebbero riusciti a ripulire completamente la Siria dai terroristi se gli Stati Uniti non avessero fisicamente inviato là le proprie truppe. Noi tutti ricordiamo che il presidente Obama disse venti, forse trenta volte che gli Stati Uniti non avrebbero mai inviato in Siria nuove truppe ma ha fatto preparare i piani di spedizione proprio mentre lo diceva e ripeteva. Adesso una significativa forza militare statunitense occupa il nord della Siria: la cosa non ha alcuna legittimità politica, eppure le forze statunitensi e turche sono là. Il nord della Siria è una regione molto speciale poiché è...
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Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta delle monache trappiste in Siria. Quando taceranno le armi ? E quando tacerà tanto giornalismo di parte ? Noi che in Siria ci viviamo, siamo davvero stanchi, nauseati da questa indignazione generale che si leva a bacchetta per condannare chi difende la propria vita e la propria terra. Più volte in questi mesi siamo andati a Damasco; siamo andati dopo che le bombe dei ribelli avevano fatto strage in una scuola, eravamo lì anche pochi giorni fa, il giorno dopo che erano caduti, lanciati dal Goutha, 90 missili sulla parte governativa della città. Abbiamo ascoltato i racconti dei bambini , la paura di uscire di casa e andare a scuola, il terrore di dover vedere ancora i loro compagni di classe saltare per aria, o saltare loro stessi, bambini che non riescono a dormire la notte, per la paura che un missile arrivi sul loro tetto. Paura, lacrime, sangue, morte. Non sono anche questi bambini degni della nostra attenzione? Perché l’opinione pubblica non ha battuto ciglio, perché nessuno si è indignato, perché non sono stati lanciati appelli umanitari o altro per questi innocenti? E perché solo e soltanto quando il Governo siriano interviene, suscitando gratitudine nei cittadini siriani che si sentono difesi da tanto orrore (come abbiamo constatato e ci raccontano), ci si indigna per la ferocia della guerra? Certo, anche quando l’esercito siriano bombarda ci sono donne, bambini, civili, feriti o morti. E anche per loro preghiamo. Non solo i civili: preghiamo anche per i jihadisti, perché ogni uomo che sceglie il male è un figlio perduto, è un mistero nascosto nel cuore di Dio. Ed è a Dio che si deve lasciare il giudizio, Lui che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Ma questo non significa che non si debbano chiamare le cose con il loro nome. E non si può confondere chi attacca con chi si difende. A Damasco, è dalla zona del Goutha che sono cominciati gli attacchi verso i civili che abitano nella parte controllata dal governo, e non viceversa. Lo stesso Goutha dove – occorre ricordarlo ? – i civili che non appoggiavano i jihadisti sono stati messi in gabbie di ferro: uomini, donne, esposti all’aperto e usati come scudi umani. Goutha: il quartiere dove oggi i civili che vogliono scappare, e rifugiarsi nella parte governativa, approfittando dalla tregua concessa, sono presi di mira dai cecchini dei ribelli… Perché questa cecità dell’Occidente? Come è possibile che chi informa, anche in ambito ecclesiale, sia così unilaterale? La guerra è brutta, oh sì, sì se è brutta! Non venitelo a raccontare ai siriani, che da sette anni se la sono vista portare in casa… Ma non si può scandalizzarsi per la brutalità della guerra e tacere su chi la guerra l’ha voluta e la vuole ancora oggi, sui Governi che hanno riversato in Siria in questi anni le loro armi sempre più potenti, le loro intelligence… per non parlare dei mercenari lasciati...
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La spirale di violenza e distruzione in cui è stata coinvolta la Siria negli ultimi cinque anni può essere analizzata sotto un ulteriore punto di vista capace di fornire una spiegazione alternativa rispetto a quella inerente l’estremismo islamico. All’incirca un anno prima che iniziasse il dramma che ha coinvolto l’intero popolo siriano, Damasco aveva ospitato la “Settima Esibizione Internazionale Siriana del Petrolio e del Gas”, convocata dal Ministero del Petrolio di Assad. L’esibizione fu sponsorizzata dalla China National Petroleum Company (CNPC), dalla Shell e dalla francese Total e vide la partecipazione di centinaia di rappresentanti di imprese petrolifere internazionali, il 40% delle quali con sede in Europa. Un memorandum del 2010 redatto da Allied Expo, organizzatori dell’evento, per conto del Ministero del Petrolio siriano, spiega come la società britannica Shell, prima fra tutte, contava di lavorare a stretto contatto con il regime di Assad per sviluppare la produzione di gas siriano. La compagnia petrolifera anglosassone fu talmente determinata nel proprio intento che durante l’intero corso del 2010 fece incontrare i più alti funzionari della Shell stessa, coi diversi ministri del governo britannico. Tra questi i più importanti erano il Ministro degli Affari Esteri David Howell, il Ministro del Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento climatico Charles Hendry e lo stesso David Cameron. Questi incontri di alto livello coi vari dipartimenti del governo si sono susseguiti ogni singolo mese (ad eccezione del giugno del 2010) fino alle fine dell’anno seguente ed avevano come obiettivo la pianificazione di una politica comune tra il governo britannico e le compagnie petrolifere. Tale comunione di intenti non risulta essere un caso isolato e limitato allo scenario siriano. Infatti le analogie con le vicende che hanno coinvolto l’Iraq all’inizio del nuovo millennio sono molte tanto che alcuni documenti del governo britannico declassificati  nel 2015 mostrano che si è cercato di applicare la stessa dinamica che ha preceduto l’invasione dell’Iraq avvenuta nel 2003 anche alla Siria. Le azioni perpetrate dal governo di Londra prima nei confronti di Baghdad e poi di Damasco risultano essere irrimediabilmente similari. Infatti, secondo tali documenti le compagnie britanniche British Petroil e Shell, prima della caduta di Saddam Hussein, avevano tenuto diversi incontri, tutti con esito negativo, con ufficiali di alto rango del governo iracheno per garantire alle imprese energetiche britanniche un ruolo nell’Iraq post-conflitto. I legami con il fallimento delle trattative delle compagnie petrolifere con l’invasione irachena sono sempre sembrati fin dal principio molto chiari, anche se l’allora Primo Ministro Tony Blair accusava di “cospirazionismo” chiunque osasse tracciare un legame tra l’invasione dell’Iraq e la volontà da parte dei governi occidentali di accaparrarsi le risorse petrolifere del paese. In privato, invece, l’allora primo ministro inglese ammetteva che «difficilmente potrebbe essere negato un ruolo alle imprese britanniche in Iraq se il governo si dimostrerà un alleato fedele degli Stati Uniti». Dopo quasi una decade, esattamente nel 2011, il copione sembra ripetersi in Siria, quando il vento “idealistico” di quelle che furono immediatamente battezzate dall’opinione pubblica occidentale come “Primavere Arabe” iniziò a minacciare anche...
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L’origine. Dal 2011 ad oggi, la crisi siriana è stata l’epicentro delle cronache a livello internazionale; un conflitto che ha causato circa 400.000 vittime e l’abbandono della propria casa da parte di 11.000 abitanti. Durante le Primavere Arabe – espressione con la quale si fa riferimento all’ondata di proteste che hanno attraversato i regimi arabi nel 2011, le cui immagini da metà gennaio vennero trasmesse anche in Siria, assieme ai successi che avevano ottenuto in Tunisia e in Egitto – a Deraa, una città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di adolescenti viene arrestato e maltrattato per aver scritto su alcuni muri di una scuola “Il popolo vuole la caduta del regime”e “E’ il tuo turno, dottore” (messaggio rivolto al presidente Assad, laureato in oftalmologia). In seguito a tale evento numerose persone si riuniscono a Damasco, ad Aleppo e a Deraa per manifestare in modo pacifico, ma a causa delle provocazioni esterne (1) si trasformano ben presto in proteste e a seguire in scontri armati, scatenando così una vera guerra civile. Cominciano a svolgersi anche manifestazioni a sostegno di Assad, mentre il governo guidato da Naji al-Otari si dimette. Deraa viene circondata dalle forze armate siriane e la città viene occupata dall’esercito alla fine del mese di aprile. Il 14 aprile viene formato un nuovo governo guidato dal primo ministro AdelSafar, e il 21 aprile viene revocato lo stato di emergenza, il quale era stato imposto nel 1963 dal colpo di stato baathista. Assad concede una serie impressionante di riforme ma l’Occidente non vuole sentire ragioni (2). Il 9 maggio l’Unione Europea impone un blocco economico sulle armi e ordina sanzioni contro la Siria, ma non contro Bashar al-Assad. Per la prima volta si parlerà di crimini contro l’umanità: il regime di Damasco viene accusato con l’intento di utilizzarli per sopprimere le proteste. Nel luglio del 2012 viene fondato il FSA, l’Esercito Siriano libero, col fine di liberare la Siria da Bashar al-Assad. Nel mese di settembre nasce l’SNC, il Consiglio Nazionale Siriano, dove vengono eletti i suoi 140 membri a Istanbul. A novembre la Lega Araba sospende la Siria; più tardi si presenta il Fronte al-Nusra, la milizia islamista legata ad al-Qaeda – dichiarata organizzazione terroristica dagli USA –, e ciò porta alla conquista del 40% del territorio siriano per mano dell’opposizione. Ad agosto del 2013, l’ONU, conferma l’utilizzo di armi chimiche – gas nervino – a Ghouta, nel Damasco, dove Assad lo autorizza a distruggerle (accordo tra USA e Russia). A gennaio del 2014 i miliziani dello Stato islamico (ISIS) sfruttano il caos nel paese e fondano la loro base a Raqqa. L’ONU dal canto suo apre dei tavoli con tutti gli attori nazionali e non nazionali che partecipano al conflitto, ma gli accordi derivanti non reggono e falliscono rapidamente. A settembre nasce la coalizione internazionale contro l’ISIS, istituita dagli Stati Uniti a guida statunitense e supportata anche da vari Paesi che vi partecipano. L’ISIS prosegue l’anno 2015 conquistando altri vari territori rivendicando il suo...