18 Luglio 2026

balcani la storia in movimento

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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Risulta ancora oggi interessante ricordare la specificità del modello socialista jugoslavo che, sia pure ormai archiviato da un ventennio sullo “scaffale della storia”, per oltre quattro decenni del secolo scorso ha caratterizzato l’economia e l’inquadramento geopolitico di una importante nazione ai nostri confini. Rispetto al campo dei paesi socialisti del Novecento, la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia ha infatti detenuto il primato (meritevole o deplorevole, a seconda dei diversi e legittimi punti di vista) di essersi posta come prima “eresia” dei paesi del cosiddetto “socialismo reale”. Per comprendere le grandi e frequenti trasformazioni subite dal sistema economico jugoslavo basato sull’autogestione, e scoprirne le origini, è necessario risalire nel tempo almeno fino alla rottura con l’Unione Sovietica. Non è questa la sede per esaminare particolareggiatamente le circostanze che portarono alla decisione presa dal Cominform nel giugno del 1948; tuttavia dobbiamo accennare brevemente ad alcune cause dei contrasti che si erano venuti formando tra i due paesi. Tali cause si possono far risalire al 1937 durante l’esilio a Mosca dei comunisti jugoslavi, nel periodo delle cosiddette “purghe” staliniane. Da alcuni discorsi di Tito traspare una forte volontà autonomistica già radicata nel gruppo dirigente del PCJ negli anni precedenti la guerra di liberazione popolare, per quanto quest’ultima sia stata condotta in nome di un internazionalismo che riconosceva ancora la guida dell’Unione Sovietica e s’impegnava a difenderla, come unico paese socialista, contro gli attacchi dell’imperialismo. Tuttavia i primi veri dissensi nacquero durante la guerra di liberazione, si accentuarono durante l’entrata dell’Armata Rossa in territorio jugoslavo e, immediatamente dopo la guerra, in occasione dell’organizzazione della polizia segreta. Vennero poi le polemiche sulla federazione con la Bulgaria (possibile centro socialista balcanico alternativo a Mosca) , sull’autenticità della rivoluzione jugoslava e sul modello di costruzione del socialismo. Nel giugno del 1949 il Komunist, organo del Partito comunista jugoslavo per la teoria e la prassi marxista, pubblicò un articolo di Milentije Popovic, uno dei principali esponenti della direzione ideologica del paese, intitolato Dei rapporti economici tra i paesi socialisti, che forse ci permette di scoprire la ragione decisiva della rottura tra la Jugoslavia e i paesi cominformisti. L’articolo denuncia lo sfruttamento economico compiuto dall’Unione Sovietica e dagli altri paesi dell’Europa orientale a spese della Jugoslavia attraverso il commercio internazionale. Già nel novembre del I948, in un discorso tenuto a Lubiana, Tito aveva affermato che «i rapporti economici tra i paesi socialisti ancora oggi si fondano sui principi dello scambio capitalistico di merci», e su questa premessa Popovic basò la sua analisi, sostenendo che esisterebbe un tasso di profitto medio mondiale che, nello scambio internazionale, regola la distribuzione del profitto favorendo i paesi più sviluppati, i quali posseggono una composizione organica del capitale superiore alla media mondiale. Nei paesi arretrati il livello della produttività e dell’intensità del lavoro è inferiore a quello medio mondiale; e inoltre, poiché privi di una industria competitiva, essi sono costretti a entrare nel mercato internazionale mediante prodotti agricoli...
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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Gli antefatti Quei Balcani, che secondo il cancelliere Otto von Bismarck nel 1878 non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania, si trasformarono nel giro di alcuni anni nella polveriera d’Europa. Entro la fine del XIX secolo, infatti, si era reso sempre più precario il cosiddetto “giogo turco” che da secoli aveva pur garantito la stabilità della regione balcanica, travolta in questa fase storica dall’ondata dei nazionalismi e dei movimenti che si battevano per l’indipendenza. Iniziò la Grecia, proseguirono Serbia e Romania, il Montenegro di fatto non era mai stato soggiogato e infine giunse la Bulgaria: grazie all’interessato coinvolgimento di potenze straniere, Russia ed Impero austro-ungarico in primis, a inizio Novecento l’Impero Ottomano teneva ancora sotto controllo in Europa Kosovo e Albania (il cui lealismo frenava la nascita di una coscienza nazionale), la turbolenta Macedonia (nella quale imperversavano indipendentisti e comitađi filobulgari, filoserbi e filogreci) e quella che ancor oggi è la cosiddetta Turchia europea. I piccoli Stati che erano sorti contestualmente all’arretramento turco avevano ancora rivendicazioni territoriali da soddisfare e si erano perciò legati alle Grandi Potenze per ottenere sostegno e finanziamenti al fine di coronare i propri progetti espansionistici. Il Regno di Serbia aveva visto nel corso dell’Ottocento avvicendarsi sul trono le famiglie degli Obrenovi e dei Karađeorđević, oscillando tra posizioni di vicinanza alla Russia ed all’Austria, finché il colpo di stato del 1903 depose cruentamente Alessandro I Obrenovi e portò sul trono Pietro Karađeorđević, assertore di una politica estera legata allo Zar e finalizzata al completamento dell’unità nazionale dei serbi. L’annessione della Bosnia-Erzegovina all’impero asburgico nel 1908 segnò un duro colpo per questi progetti, che si rifacevano alla načertanije ideata nella seconda metà dall’Ottocento dal “Cavour serbo” Ilija Garašanin: si trattava di un progetto di unificazione nazionale, sul modello di quanto compiuto dal Regno del Piemonte nella penisola italica, che la classe dirigente di Belgrado declinava in maniera sempre più ampia, rivolgendosi non solo ai serbi, ma, con il gradimento zarista, a tutti i popoli slavi sudditi di Vienna, al fine di costituire un grande stato jugoslavo. Il piccolo Regno del Montenegro aveva sostanzialmente mantenuto sempre la sua indipendenza, presentandosi sovente come l’avanguardia del popolo serbo ed ora si trovava di fronte ad un dilemma identitario. Grazie ad un’accorta politica matrimoniale re Nikola Petrović Njegoš aveva legato la sua dinastia ad alcune tra le principali case regnanti europee (Romanov, Savoia e Karađeorđević), tuttavia a corte e nella classe dirigente di Cetinje si diffondeva sempre di più un sentimento filoserbo che auspicava la fusione dei due regni. Sul trono di Grecia sedeva il re degli elleni, il quale pertanto rappresentava non solo lo Stato greco, ma anche tutti quei connazionali ancora sottoposti a dominazione straniera, in Macedonia come sulle coste dell’Asia Minore passando per le isole egee. Tale scelta si basava sulla megale idea, il grande progetto di riunire tutte le comunità elleniche, promosso per primo da Ioannis Kolettis ed ora cavallo...
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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? 1389: battaglia di Kosovo Polje ovvero “della Piana dei Merli”. Questo evento bellico fu l’inizio palese di un espansionismo turco pianificato nei Balcani, che dovrà confrontarsi con entità nazionali e trans-nazionali come le province del Sangiaccato e della Rumelia. Per quanto già precedentemente sotto l’influenza culturale islamica, si hanno fonti certe a partire dal IX secolo in merito a musulmani bosniaci che iniziano ad essere reclutati come pretoriani nei sultanati andalusi svolgendo un ruolo simile a quello dei turchi a Baghdad. Si può parlare di una presenza musulmana in area balcanica, in particolare bosniaca, anche dal punto di vista della gestione amministrativa e del controllo diretto di uno stato islamico sul territorio solo dalla seconda metà del XV secolo, in seguito all’invasione almeno inizialmente più militare che culturale da parte dell’Impero Ottomano e la capitolazione del Regno di Bosnia (1463) ad opera del sultano condottiero Maometto II che da poco più di un decennio aveva consolidato la sua egemonia su Costantinopoli. La nota ricchezza mineraria dei Balcani e il loro ruolo geografico di accesso all’Europa meridionale attirarono gli imperatori turchi. Nonostante l’inesorabile ridimensionamento del peso internazionale dell’Impero, l’area balcanica interessata dalla dominazione islamica conobbe un periodo di crescita culturale ed economica e di relativa pace, alcuni centri urbani come Sarajevo e Mostar registrarono uno sviluppo urbanistico e demografico piuttosto rilevanti. In epoca coeva al Rinascimento italiano assistiamo ad un momento di espansione militare turca seguito da una fioritura artistico culturale. Quest’ultima, tuttavia, fu caratterizzata anche e soprattutto dai prodromi del disfacimento dell’egemonia militare nel Mediterraneo orientale e nei Balcani, in favore della rivale commerciale Venezia, iniziati fondamentalmente nell’ultimo periodo crociato e riconoscibili nell’evento storico apicale della sconfitta nella battaglia navale di Lepanto (1571), nel fallimentare secondo assedio di Vienna del 1683, che provocò ripetute invasioni austriache nei Balcani tra il 1688 e il 1697, il conseguente trattato di Carlowitz (1699) e la pace di Passarowitz (1718), i quali contribuirono a porre la Bosnia sempre più sotto il controllo austriaco. Non possono sfuggire ad una corretta analisi la capacità da parte delle autorità ottomane di sfruttare gruppi minoritari cristiani, soprattutto contadini, come mercenari e gli attriti dovuti non a discriminazioni religiose a sfavore dei cristiani stessi, ma meramente sociopolitiche. L’aristocrazia terriera non gradiva le condizioni sfavorevoli imposte dal governo di Costantinopoli, per esempio propenso a rimodernare il sistema fiscale, alcuni aspetti del diritto patrimoniale e ad eliminare la servitù della gleba: tali propositi riformistici sarebbero diventati alcuni tra i fattori decisivi per l’alleanza tra regni cristiani e nobili serbo-bosniaci al fine di ostacolare il potere turco nei Balcani. Senza omettere il fatto che i musulmani di Bosnia si sono sempre considerati una elite rispetto ai turchi, poiché convinti di essersi convertiti all’Islam prima di loro o per lo meno prima della loro venuta. Va inoltre ricordato che almeno fino al XVII secolo le carriere militare e diplomatico-politica hanno visto un sorprendente protagonismo di esponenti del...
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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Dal dramma della guerra in Bosnia alle incerte prospettive future, passando per un’attualità politica segnata dall’immobilismo e dalla corruzione. Passato, presente e futuro di un vero e proprio “Stato nello Stato”: la Republika Srpska. Difficilmente il concetto di “Stato nello Stato” calza più a pennello di quanto lo faccia in riferimento alla Republika Srprska. La Republika Srpska, da non confondersi con la Repubblica di Serbia (lo Stato con capitale Belgrado), è un’entità serbo-bosniaca all’interno dei confini della Bosnia-Erzegovina (l’altra entità è la Federazione di Bosnia-Erzegovina, composta da musulmani bosniaci e croati bosniaci). Occupa circa il 49% del territorio della Bosnia-Erzegovina (l’altro 51% appartiene alla Federazione di Bosnia-Erzegovina) e ospita circa il 40% della popolazione del Paese. La sua popolazione ammonta a 1.4 milioni di abitanti, di cui 1.1 milioni di serbi, e ha come capitale de iure Sarajevo, ma de facto Banja Luka (dove risiede il governo della Republika Srpska). La nascita della Republika Srpska avvenne in seguito allo smembramento della Jugoslavia, iniziato nel giugno del 1991, quando Slovenia e Croazia si staccarono dalla Federazione Jugoslava. Nel novembre del 1991 un referendum tenuto tra i serbi bosniaci, una delle tre etnie della Bosnia-Erzegovina, confermava con una grande maggioranza il loro desiderio di restare parte della Jugoslavia. Tale idea all’epoca era condivisa dalla maggioranza serba della popolazione della Bosnia-Erzegovina, ma non da una parte della popolazione cattolico-croata che si identificava con le aspirazioni d’indipendenza della Croazia, né dalla popolazione bosniaco-musulmana che mirava alla creazione di uno Stato unitario di Bosnia-Erzegovina, a maggioranza musulmana. I rappresentanti politici dei serbo-bosniaci si opposero fermamente all’idea di diventare parte della Bosnia-Erzegovina come Stato sovrano a maggioranza bosniaco-musulmana, rivendicando il diritto di separare i territori a maggioranza serba dalla Bosnia-Erzegovina sulla base del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il principale partito politico serbo della Bosnia-Erzegovina, il Partito Democratico Serbo, guidato da Radovan Karadzic organizzò allora la costituzione delle “province autonome serbe” e la fondazione di un parlamento che le rappresentasse. Così il 9 gennaio 1992 venne proclamata la “Repubblica del popolo serbo di Bosnia e Erzegovina” (Republika Srpska Bosne i Hercegovine). Questo non impedì che il 2 marzo 1992 si tenesse il referendum per l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Si recò alle urne poco più del 50% della popolazione, che sancì la vittoria del sì con il 92.7%. La scarsa affluenza alle urne fu dovuta al fatto che la comunità serbo-bosniaca, in minoranza rispetto alla controparte bosniaca e croata, boicottò il referendum astenendosi. Per impedire l’escalation di un probabilissimo conflitto tra le tre etnie presenti nella regione fu siglato l’Accordo di Lisbona, noto anche come il piano Carrington-Cutileiro, chiamato così per i suoi creatori Lord Carrington e Josè Cutileiro, risultato della conferenza organizzata dalla Comunità europea. Essa ha proposto la condivisione del potere a tutti i livelli amministrativi tra le etnie e la devolution dal governo centrale alle comunità etniche locali. Ciò prevedeva la divisione in zone etnicamente ben definite, cosa che all’inizio...
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Dopo il successo del Focus SICUREZZA LIBIA, il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) torna a collaborare con l’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa (ASRIE) per la realizzazione del progetto “Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa?” il cui fine è quello di favorire la conoscenza della penisola balcanica dal punto di vista storico, politico, socio-culturale ed economico e comprendere gli attuali avvenimenti in ottica futura sia per l’Italia che per l’intera Europa. Il progetto, che vede la partecipazione di collaboratori, studiosi, ricercatori ed analisti geopolitici del Centro Studi e dell’Associazione, è aperto ai contributi delle persone che dimostrano interesse per l’area e per le tematiche affrontate e vedrà la raccolta di elaborati scritti (report, analisi, ricerche, documentari), audiovisivi e fotografici e la diffusione attraverso i canali ufficiali di CeSEM e ASRIE e dei relativi partner. Per maggiori informazioni è possibile contattare la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo di posta elettronica cpeurasia@gmail.com, andreaturi83@gmail.com, svernole@yahoo.it. CeSEM e ASRIE