9 Agosto 2026

attentati parigi

Paris Attacks - Files Photos of ISIS Figure Belgian Abdelhamid Abaaoud
La giornalista Giovanna Canzano ha raccolto le impressioni di vari analisti e studiosi in merito alla notte di terrore vissuta venerdì 13 novembre 2015 a Parigi: http://giovannacanzano-interviste.blogspot.it/2015/11/isis-islam-occidente-e-poi.html Di seguito l’intervento di Lorenzo Salimbeni, Presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Di fronte alla notte di terrore vissuta da Parigi, la memoria può andare ai sommovimenti delle banlieues e possiamo pensare ad un salto di qualità della guerriglia urbana. Il problema è che fra questi due eventi lo Stato francese non ha ripensato ai limiti ed alle imperfezioni del suo modello sociale con riferimento all’integrazione, anzi, si è preferito mescolare nel torbido delle seconde e terze generazioni di immigrati privi di precisi riferimenti identitari. Da questo brodo di coltura provengono molti Foreign Fighters che sono stati strumentalizzati da Sarkozy prima e Hollande adesso per creare instabilità in Libia e in Siria in maniera funzionale agli interessi geopolitici dell’Esagono. La capacità di resistenza del presidente legittimo Assad, sostenuto da Hezbollah, Iran e finalmente dalla Russia, ha costretto a ripiegare molti di questi combattenti d’esportazione, i quali si sono sentiti abbandonati nel momento in cui cominciavano a pregustare la vittoria. Lo Stato Islamico attinge a questa manovalanza delusa e rientrata in una patria che percepisce come qualcosa di ancora più alieno da sé. Gheddafi e Assad sono stati profetici: l’apprendista stregone ha scatenato forze che gli si sono ritorte contro. Non si è trattato di un attacco ad un imprecisato ed onnicomprensivo “Occidente”, bensì di una vendetta da parte di chi è stato sfruttato e poi abbandonato, trovando quindi riparo nell’ideologia e nella prassi dell’Isis, totalitaria e perciò confortante per chi è privo di identità e di punti di riferimento.
Charlie Hebdo è divenuto, nel giro di una settimana, il periodico più famoso del mondo. Da quarantacinquemila a sette milioni di esemplari venduti, è presenza fissa nei dibattiti odierni, e una mobilitazione massiccia ha celebrato i suoi redattori e disegnatori, nuovi martiri dell’Occidente e della libertà di espressione: il foglio satirico francese, vittima di un sanguinoso attacco terroristico di matrice (franco)islamica, è oggi simbolo universale del mondo libero e democratico. Così il “giornale irresponsabile”, che ha fatto dell’irriverenza e dello sberleffo verso ogni forma di potere e di settarismo (sia esso politico o religioso) una vera linea editoriale, nonché una forma di reazione al conformismo della stampa dominante, è diventato, suo malgrado, una pistola pronta a sparare in mano proprio ai rappresentanti del potere, un fazzoletto da agitare (vedi Front National) per segnalare ancora la propria presenza e accaparrarsi qualche voto in più. Il pubblico di Charlie Hebdo era ristretto e (forse volontariamente) selezionato, un pubblico, supponiamo, apartitico o quasi, stufo della piattezza di molti quotidiani e voglioso di provocazioni, di umori caustici. Se la linea editoriale rimarrà, molto probabilmente, identica a prima, a modificarsi, e ampliarsi, sarà il corpo acquirenti, in seguito all’esposizione mediatica globale e alle parate di massa. Da periodico di culto a gadget chic, per gli esponenti di spicco dell’Europa che conta: lo vedremo sottobraccio a ministri, dirigenti, cardinali, forse qualche banchiere? Sull’onda irrefrenabile di Twitter, fra hashtag e slogan, prime pagine rilevanti e nuovi conformismi repubblicani da domenica pomeriggio il motto “Je suis Charlie” è ormai il marchio di fabbrica del nostro mondo progredito e tollerante che non compra più i giornali, certo anche a causa della mediocrità degli stessi, ma per Charlie Hebdo ha fatto un’eccezione, ponendolo nel cuore della storia e sull’altare del Buon Cittadino. E che sia giusto o no la metamorfosi del settimanale parigino è già una realtà e chissà per quanto tempo ancora durerà la sua sovraesposizione, chissà per quanto tempo, grazie a lui, si tornerà a parlare di terrorismo, di Crociate, della Fallaci e delle sue tesi “premonitrici”. Nel frattempo l’irresponsabilità di Charlie, pur rivendicata anche nell’ultimo fortunatissimo numero, è in declino, non per colpa dei suoi bravi creatori ma di chi, anche di fronte a una tragedia, non sa contenere il fuoco mercantile e la retorica autocompiaciuta. E per concludere, la grande disgrazia di Charlie Hebdo potrebbe essere non l’assalto omicida dei non-immigrati, i goffi fratelli Kouachi, ma l’esser finito nella bocca onnivora dei comunicatori di partito e nelle case dei benpensanti. Nicola Serafini