L’Arabia Saudita non ha rotto con Washington, ma ha smesso di comportarsi come un alleato subordinato. Tra BRICS, Cina, Iran, yuan energetico e guerra contro Teheran, Riyadh cerca di trasformarsi da pilastro dell’ordine statunitense a potenza autonoma del mondo multipolare.
arabia saudita
Negli ultimi sei decenni, le relazioni tra Iran e Arabia Saudita sono state accompagnate da varie fluttuazioni, mentre le relazioni diplomatiche si sono interrotte più volte[1] (nel 1942 e due volte dopo la Rivoluzione Islamica del 1979).
La situazione nello Yemen non è generata dagli attacchi degli Houthi come afferma la stampa occidentale, ma deriva da un’instabilità che dura da anni, e che ora sta avendo conseguenze su scala planetaria.
di Peter Ford FONTE ARTICOLO: https://21stcenturywire.com/2023/05/19/never-mind-who-lost-syria-who-the-hell-lost-saudi-arabia/ La Siria che torna nell’ovile della Lega Araba è un’immagine che la banda del “cambio di regime” di stanza a Washington non avrebbe mai voluto che il mondo vedesse. Più precisamente: mentre il Regno inizia ad essere rivolto verso est, l’impero degli Stati Uniti sta perdendo una delle sue più grandi risorse nel mantenere il suo impero globale. È difficile sopravvalutare il significato della riammissione della Siria nella Lega araba e della partecipazione del presidente Assad al vertice arabo di Jeddah. Il significato va ben oltre la Siria stessa. Andiamo dritti al punto: si tratta di un duro colpo per gli Stati Uniti e i suoi alleati e non c’è da stupirsi che i commenti dei think tank di Washington e delle pubblicazioni come il Financial Times siano così aspri in merito. Non è solo che l’odiato Assad stia uscendo dall’isolamento imposto dagli Stati Uniti e che al mondo viene ricordato il fallimento della politica statunitense in Siria. Ancora più importante, assolutamente sbalorditivo, è il fatto che un importante cliente statunitense, precedentemente completamente allineato alle posizioni di Washington, l’Arabia Saudita, abbia preso l’iniziativa nel farsi beffe del desiderio statunitense di mantenere isolata la Siria. Perché è stata proprio l’Arabia Saudita, fresca di mostrare il dito agli Stati Uniti, ad arrivare ad un accordo per ridurre la tensione con l’ Iran, per di più sponsorizzato dalla Cina con l’Iran, e, in seguito a spingere altri membri della Lega Araba ad accettare il ritorno della Siria. Ciò è avvenuto dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di pompare più petrolio per aiutare Biden a tenere prezzi del gas più bassi negli Stati Uniti. Alcuni a Washington cercano di consolarsi con il pensiero che una maggiore influenza saudita a Damasco contribuirà a diminuire la presunta presa dell’Iran sulla Siria. Così, però, mancano il punto poiché con la pace tra l’Arabia Saudita e l’Iran, l’Arabia Saudita non ha motivo di temere l’influenza iraniana in Siria. Sembra che l’Arabia Saudita si sia resa conto del fatto che gli unici vincitori della tensione tra sé stessa e l’Iran sono stati gli Stati Uniti e Israele. Il momento del risveglio potrebbe effettivamente essere arrivato nel 2019 – ma all’epoca è passato inosservato – quando, secondo i rapporti, l’Iran ha diretto massicci attacchi di droni contro la raffineria di Abqaiq nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, rimanendo impunito. L’Iran stava inviando un messaggio agli Stati Uniti: mettete il naso nelle nostre esportazioni di petrolio (cosa che la marina americana stava effettivamente facendo) e colpiremo il vostro rappresentante locale. Gli Stati Uniti hanno certamente recepito il messaggio: si sono tranquillamente ritirati. Ma anche il rappresentante locale, l’Arabia Saudita, ha ricevuto il messaggio. «Ehi, pensavo di pagare per avere protezione. E invece sono colpita per colpa vostra!”. Le conseguenze dell’assassinio di Khashoggi e la conseguente temporanea debolezza del principe Mohammed Bin Salman hanno probabilmente ritardato l’elaborazione della debacle navale del Golfo. Ma l’isolamento di Mohammed Bin Salman potrebbe aver aumentato i suoi sentimenti di...
L’arrivo della delegazione saudita in Yemen potrebbe porre fine al lungo conflitto che imperversa nel Paese da quasi nove anni. Un nuovo successo della diplomazia cinese, che lo ha patrocinato attraverso l’accordo tra Arabia Saudita e Iran. FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/12/la-pace-in-yemen-sara-un-nuovo-successo-della-diplomazia-cinese/ La guerra civile dello Yemen ha avuto inizio nel settembre 2014, eppure si tratta di un conflitto di cui i mass media occidentali si sono a mala pena accorti nel corso di questi nove anni. La causa del divampare della guerra furono le tensioni tra le forze degli Houthi (piu correttamente al-Ḥūthiyyūn), fedeli all’ex presidente – ormai deceduto – ‘Ali ‘Abd Allah Saleh e sostenute dall’Iran, e il governo del suo successore, ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī, appoggiato invece dall’Arabia Saudita. Questa situazione ha portato alla nascita di due governi paralleli, con la capitale Ṣanʿāʾ sotto il controllo dei filoiraniani, ed i filosauditi costretti all’esilio dopo aver perso il controllo dei loro territori. La guerra civile yemenita va dunque inserita nel contesto dello scontro tra le potenze regionali per l’influenza sul Medio Oriente e sul mondo musulmano, in particolare l’Arabia Saudita, Paese faro dell’Islām sunnita, e l’Iran, che invece rappresenta il punto di riferimento degli sciiti. Lo storico accordo tra i due Paesi, raggiunto nelle ultime settimane grazie alla preziosa mediazione della Cina, ha posto le basi per quella che sembra essere una possibile conclusione definitiva del conflitto, rappresentando un nuovo successo per la diplomazia della Repubblica Popolare sotto la guida di Xi Jinping. Senza l’intervento cinese, infatti, la prospettiva della pace per lo Yemen sarebbe rimasta molto lontana. Domenica 9 aprile, una delegazione saudita si è recata nella capitale yemenita per negoziare una potenziale nuova tregua con gli Houthi, evento che rappresenta di fatto un riconoscimento del governo di Ṣanʿāʾ, posizione che, prima dell’accordo con l’Iran, sarebbe stata impossibile da sostenere per Riyadh. Mahdi al-Mashat, attuale leader del Consiglio Politico Supremo, ha ricevuto la delegazione dei funzionari sauditi, guidata dall’ambasciatore Mohammed Al-Jaber. Anche i media occidentali più obiettivi non hanno potuto far altro che riconoscere il ruolo della Cina nella oramai più che probabile risoluzione della questione yemenita: “L’arrivo della delegazione arriva circa un mese dopo che la Cina ha contribuito a mediare un riavvicinamento a sorpresa tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Tale accordo ha alimentato le speranze di progressi per porre fine al conflitto nello Yemen che ha causato centinaia di migliaia di vittime e ha innescato quella che le Nazioni Unite hanno definito la peggiore crisi umanitaria del mondo”, si legge su France 24. Solo tre giorni prima, i rappresentanti diplomatici di Iran e Arabia Saudita si erano nuovamente incontrati a Pechino impegnandosi a lavorare insieme per portare “sicurezza e stabilità” in Medio Oriente. Una fonte del governo yemenita, parlando all’AFP in condizione di anonimato, ha detto sabato che i sauditi e gli Houthi avevano concordato in linea di principio una tregua di sei mesi per aprire la strada a tre mesi di colloqui per stabilire una “transizione” di due anni per il Paese. A tal proposito, l’analista saudita Hesham Alghannam ha affermato che l’apparente slancio diplomatico è un segno che il riavvicinamento saudita-iraniano...
di Dr Adnan Abu Amer FONTE ARTICOLO: SAUDI-IRAN DEAL RAISES ISRAELI WORRIES AND CONCERNS (independentpress.cc) L’accordo raggiunto per migliorare le relazioni tra Riyadh e Teheran non è soltanto una questione che riguarda le due nazioni direttamente interessate o un accordo che avvantaggia l’intera regione, ma è un qualcosa di pari importanza per gli affari interni di Israele. Personaggi politici, sostenitori di parte i media israeliani stanno tutti discutendo degli effetti di un tale accordo che pone fine al tentativo di Tel Aviv di isolare l’Iran; Netanyahu aveva precedentemente dichiarato che, una volta tornato in carica come Primo Ministro, avrebbe lavorato per mantenere questo isolamento. Tuttavia, l’alleanza che Israele e Stati Uniti hanno tentato di stringere contro Teheran sta scemando a seguito di quanto avvenuto pochi giorni fa grazie alla mediazione cinese. Allo scopo di isolare la Repubblica Islamica, Tel Aviv e Washington, infatti, avevano lavorato per costruire una struttura regionale basata su intelligence, sicurezza e cooperazione economica con gli stati del Golfo, culminata negli accordi di normalizzazione con questi ultimi. Tuttavia, nonostante questo, non è mai stato raggiunto l’obiettivo finale, vale a dire l’accettazione da parte dei sauditi di aver legami con Israele – il culmine è da trovarsi nel rifiuto di Riyadh dei visti d’ingresso per una delegazione israeliana invitata a una conferenza delle Nazioni Unite. Senza che Pechino sia nemica aperta di Israele, l’accordo saudita-iraniano serve anche a ricordare a Israele il sostegno storico della Cina alla causa dei palestinesi. Dal punto di vista israeliano, questo accordo è visto come un tentativo cinese di calmare la rabbia iraniana derivante dalla denuncia della sua politica nucleare; ciò significa che Pechino sta ricercando un equilibrio tra gli arabi e l’Iran. Dicono che nessuno può ballare a due matrimoni contemporaneamente, ma sembra che i cinesi siano in grado di farlo – almeno fino a quando la musica si ferma a uno di questi, o ad entrambi. Il conflitto con gli Stati Uniti – trasformatosi in una nuova guerra fredda – è la massima priorità della Cina; Israele deve essere consapevole che presentandosi come una nazione in crisi, la Cina sarà spronata a sostenere i suoi nemici – che sono anche nemici di Washington – con più vigore; Israele probabilmente pagherà un prezzo che supererà il costo del conflitto sino – statunitense. L’Iran è emerso dall’ombra quando ha cominciato a fornire alla Russia droni per aiutare Mosca nel conflitto in Ucraina; ciò ha fatto seguito alla firma di numerosi accordi di cooperazione tra Cina e Iran, alcuni dei quali hanno un impatto diretto sulla sicurezza tecnologica di Israele. Il recente accordo che pone fine alle ostilità con l’Arabia Saudita rende l’Iran un attore geopolitico continentale che capace di spingersi oltre i confini del Medio Oriente e consentendogli di beneficiare delle tecnologie che la Cina avrebbe promesso di fornirgli, come, ad esempio, l’accesso ai suoi grandi satelliti spia. Ciò solleva seri interrogativi sulla sicurezza nazionale di Israele. Invece di trovare una risposta adeguata a questo scenario, le parti israeliane stanno usando l’accordo...
di Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/02/la-casa-bianca-ricorda-a-riad-chi-e-il-suo-migliore-amico/ Nell’amministrazione di Joe Biden si sono accorti solo adesso che in Arabia Saudita vengono violati i diritti dei cittadini, una clamorosa disattenzione oppure qualcos’altro bolle in pentola? Come tutti sanno benissimo il regime di Riad è sempre stato uno dei più fedeli alleati della Casa Bianca in medio oriente e uno dei migliori clienti per l’acquisto di armamenti che poi sta usando, per esempio, nella guerra contro lo Yemen. Dal punto di vista militare l’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita aveva come principale obiettivo quello di contrastare l’espansione nella regione dell’Iran oltre a rappresentare, sul piano economico, un importante fornitore di petrolio. Ma negli ultimi tempi qualcosa non va nelle relazioni tra i due paesi ed a Washington iniziano a preoccuparsi. Il regime di Riad non è certo un campione nel rispetto dei diritti dei suoi cittadini ed in particolare dei diritti delle donne, ma risulta abbastanza strano che alla Casa Bianca, sempre attenta a vigilare sul rispetto dei diritti umani, non si fossero ancora accorti che in Arabia Saudita qualcosa non va. Forse gli sviluppi degli ultimi mesi non sono piaciuti a Joe Biden ed alla sua amministrazione. La decisione di Riad e Teheran di riallacciare le relazioni diplomatiche grazie alla mediazione cinese, l’avvicinamento con Pechino, il tentativo di passare alle quotazioni del petrolio in yuan invece che in dollari, potrebbero essere tra le cause che hanno fatto sì che alla Casa Bianca si accorgessero solo adesso che l’Arabia Saudita sta violando i diritti della sua popolazione. infatti cinque giorni dopo che l’Arabia Saudita e l’Iran hanno concordato la normalizzazione delle relazioni, il senatore democratico Chris Murphy e il senatore repubblicano Mike Lee hanno presentato una risoluzione che chiede al Dipartimento di Stato di riferire sulla situazione dei diritti umani in Arabia Saudita e di controllare anche lo Yemen, dove i sauditi combattono da anni contro i ribelli locali, uccidendo regolarmente i civili. Alla Casa Bianca si sono accorti pure che è in corso una guerra tra gli sceicchi sauditi e lo Yemen dopo nove anni di combattimenti e migliaia di morti oltre al fatto che nel paese si sta consumando la più grave crisi umanitaria degli ultimi tempi. Altra casuale disattenzione della Casa Bianca, ma si sa a Washington hanno molte cose a cui pensare… Ma cosa intendono fare alla Casa Bianca per tentare di riportare in carreggiata Riad? Semplice, ridurre o addirittura interrompere completamente l’aiuto militare agli sceicchi sauditi. Una volta che il Congresso degli Stati Uniti avrà ricevuto il rapporto, i membri del Congresso potranno sospendere anni di aiuti militari al regno. La decisione in questo caso sarà presa sulla base della sezione 502B della legge sull’assistenza all’estero, che in precedenza era stata utilizzata solo nel 1976. Si tratta di una situazione interessante: naturalmente gli Stati Uniti erano ben consapevoli di ciò che stava accadendo in medio oriente e delle politiche che la leadership del Paese arabo stava perseguendo, ma hanno deciso di agire solo...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/30/larabia-saudita-guarda-a-oriente-e-diventa-partner-dellorganizzazione-per-la-cooperazione-di-shanghai/ Dopo l’accordo con l’Iran, arriva un altro importante indizio di come l’Arabia Saudita stia reindirizzando la propria politica estera guardando ad Oriente. La traduzione dell’articolo di Zhao Yusha per il Global Times. L’Arabia Saudita si sta avvicinando all’Oriente e punta a una maggiore cooperazione all’interno di organizzazioni come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Shanghai Cooperation Organization, SCO) per ottenere un forte slancio per lo sviluppo futuro, hanno affermato gli esperti mentre il Paese ha approvato un memorandum sulla concessione al regno dello status di partner di dialogo della SCO. Il gabinetto dell’Arabia Saudita ha approvato la decisione mercoledì, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale Saudi Press Agency (SPA). L’Arabia Saudita ha espresso spesso il suo grande interesse ad aderire a quadri multilaterali guidati dalla Cina, come la SCO e “BRICS plus”. Il richiamo della SCO sta crescendo per i Paesi non membri, poiché la SCO si è espansa rapidamente negli ultimi anni e i Paesi membri hanno una grande influenza sia nella regione che a livello internazionale, ha detto Zhu Yongbiao, direttore del Centro per gli studi sull’Afghanistan presso l’Università di Lanzhou al Global Times. È tempo che l’Arabia Saudita espanda la cooperazione pragmatica che può aiutare il Paese a realizzare grandi progetti, come il piano di riforma Vision 2030 del Paese, che è un quadro strategico per ridurre la dipendenza dell’Arabia Saudita dal petrolio e diversificare la sua economia, secondo Zhu. La mossa di Riyadh arriva dopo che è stato raggiunto un accordo storico tra Arabia Saudita e Iran mediato dalla Cina per riprendere i rapporti diplomatici e riaprire ambasciate e missioni entro due mesi dopo sette anni di assenza di rapporti diplomatici tra le due parti. Gli esperti hanno affermato che l’accordo tra Riyadh e Tehrān ha spazzato via la grande preoccupazione dell’Arabia Saudita per l’adesione alla SCO, poiché l’ambasciata iraniana in Cina ha precedentemente rivelato al Global Times che l’Iran potrebbe ottenere la piena adesione alla SCO quest’anno. Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita sta apportando maggiori aggiustamenti rispetto a prima in termini di diplomazia ed economia, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti e avvicinandosi all’Oriente, per trovare un equilibrio e diversificare la cooperazione internazionale, secondo Zhu. I legami tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti sono stati tesi negli ultimi anni a causa delle questioni petrolifere e dei diritti umani. “Mentre l’Arabia Saudita sta spingendo per la sua visione del 2030 di ridurre la sua dipendenza dal petrolio, gli Stati Uniti stanno spingendo il Paese a produrre più petrolio e gas dopo che Washington ha bandito petrolio e gas russi a seguito della crisi ucraina“, ha affermato Wang Jin, professore associato e assistente direttore dell’Istituto di Studi Mediorientali, dell’Università della Cina Nord-Occidentale. La Cina è un partner ideale per fornire una cooperazione efficace e pragmatica all’Arabia Saudita, poiché rispetta le scelte dell’Arabia Saudita e non impone condizioni aggiuntive alla cooperazione, ha affermato Zhu. Mercoledì è iniziata a Panjin, nella provincia del Liaoning della Cina nord-orientale, la costruzione di un importante progetto chimico, che è un’iniziativa di investimento congiunto di Cina e Arabia Saudita. L’investimento...
di Timur Fomenko FONTE ARTICOLO: PRESSENZA INTERNAZIONAL PRESS AGENCY Pechino ha utilizzato un’apertura tanto attesa per minare l”ordine’ stabilito dominato dagli americani nella regione. La scorsa settimana, l’Arabia Saudita e l’Iran hanno annunciato un accordo di riferimento, mediato dalla Cina a Pechino, per ripristinare formalmente le relazioni diplomatiche. L’accordo ha visto i due rivali dell’arco settario mediorientale accettare di mettere da parte le loro differenze e di normalizzare i rapporti. Si tratta del primo accordo di questo tipo supervisionato dalla Cina che, così, si presenta come un Paese pacificatore dimostrando, inoltre, che il suo impegno ad avere buoni rapporti con tutti i paesi della regione non si basa solo sulla retorica delle buone intenzioni ma sulla sostanza concreta. Alcuni l’hanno descritto come un segno di un “cambiamento dell’ordine globale.” Per dirla in parole povere, è una brutta notizia per gli Stati Uniti e assesta un duro colpo alla quasi illimitata influenza geopolitica che Washington ha tenuto a lungo sulla regione attraverso le sue relazioni strategiche con paesi come l’Arabia Saudita. Inoltre, rovina efficacemente una campagna guidata dagli Stati Uniti volta a fare pressione e isolare l’Iran e, inoltre, ostacola gli sforzi statunitensi tesi a modellare la politica regionale a favore di Israele attraverso gli Accordi di Abraham. Non sorprende che i media occidentali stiano definendo un accordo mediato dai cinesi come una sfida all’ordine internazionale; ma che ordine è? La capacità degli Stati Uniti di dominare il Medio Oriente? Forse mediare la pace è una buona cosa. Politica estera americana in Medio Oriente Per mantenere questa posizione, gli Stati Uniti hanno da tempo bisogno di avversari al fine di perpetuare un dilemma di sicurezza e costringere, così, a fare affidamento su Washington in qualità di garante della sicurezza, il che è vantaggioso anche per il complesso militare-industriale statunitense. Queste politiche hanno accumulato decenni di guerre, insurrezioni e tentativi di cambio di regime. Tra i detrattori dell’agenda statunitense sono stati inclusi regimi arabisti rivoluzionari – come l’Iraq di Saddam Hussein e la Siria di Bashar Assad – gruppi terroristici come Al-Qaeda e ISIS e, naturalmente, la Repubblica islamica dell’Iran post-1979. È stato dopo che gli Stati Uniti hanno rinunciato al tentativo – fallito – di rovesciare Assad che i politici dell’amministrazione Trump hanno deciso di concentrarsi su Teheran, strappando la partecipazione degli Stati Uniti al Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) e imponendo al Paese un regime di sanzioni paralizzante. Per rappresaglia, l’Iran ha intrapreso una serie di conflitti per procura contro i partner statunitensi presenti nella regione, in particolare nello Yemen dove Teheran ha dato assistenza agli Houthi nella guerra contro il governo sostenuto dai sauditi, che hanno supervisionato i bombardamenti a tappeto delle regioni occupate. La politica cinese in Medio Oriente A differenza degli Stati Uniti, la politica della Cina in Medio Oriente è non interventista e assume un atteggiamento neutrale nei conflitti regionali, assumendo una posizione di rispetto per la sovranità nazionale. Tuttavia, questo non significa che Pechino non abbia alcun interesse per la regione. Man mano che la Cina cresce e si...
FONTE ARTICOLO: Reseau Voltaire Traduzione di Rachele Marmetti per Reseau Voltaire La Repubblica Popolare di Cina, che durante il vertice Cina-Paesi Arabi aveva auspicato un riavvicinamento di Arabia Saudita e Iran, ora ha spinto i due Paesi nemici ad assumere l’impegno di riaprire entro due mesi le rispettive ambasciate. Questo accordo è esito dei negoziati avviati in Iraq e Oman e può considerarsi il primo, a livello mondiale, dall’inizio del declino del dominio occidentale. Si fonda sulla non-ingerenza reciproca negli affari interni; si oppone perciò alle “regole” occidentali, basate sul principio “due pesi, due misure”. All’inizio della Rivoluzione Islamica iraniana, Teheran e Riyad erano alleate; si separarono nel 2016, dopo l’esecuzione in Arabia Saudita del principale leader dell’opposizione, lo sceicco sciita Nimr al-Nimr. Con questo accordo Beijing diventa repentinamente protagonista imprescindibile in Medio Oriente, dove l’influenza di Stati Uniti, Regno Unito e Francia è invece in declino. Il riavvicinamento fra Iran e Arabia Saudita dovrebbe favorire la pace nello Yemen, la riammissione della Siria nella Lega Araba, infine l’elezione di un presidente della Repubblica in Libano; pone inoltre le basi dello sviluppo della regione per il prossimo decennio della regione e dà un decisivo impulso alla realizzazione del progetto regionale delle “vie della seta”.